a. 1269
L'anno 1269, indizione 12ª, a mezzo Aprile, cadde una abbondantissima neve, che durò, in pianura, due giorni e due notti: e cominciò a nevicare a mezzanotte tra Sabato e Domenica, nè cessò che sino a verso sera. La notte successiva si ebbe forte brina, l'altra ancora, brina fortissima, che distrusse tutte le vigne. E in quell'anno fu dai Reggiani distrutto il castello di Pizegolo[12], come anche Toano[13] fu distrutto e raso al suolo. Questo fu un anno di venti furiosissimi; e, nel mese di Luglio i Cremonesi andarono a campeggiare attorno alla Rocchetta di Bosio da Dovaria, che venne a soggezione del Comune di Cremona; e, a norma de' patti sanciti tra le parti belligeranti, la Rocchetta fu smantellata. Così pure Lucera de' Saraceni in Puglia si arrese a Re Carlo. E nello stesso anno, in Settembre, duecento fanti montanari con cavalleria e fanteria della diocesi di Modena, si recarono, per l'interesse del Comune, nel Frignano contro Guidino Montecucoli, fratello di Bonacorso, per riedificare un castello in servizio dei Serafinelli della stessa Terra del Frignano[14]; e ne restaron morti e prigionieri di fanti e di cavalieri. E allora accorse il Conte Maginardo con numeroso corpo di militi di Bologna e della diocesi in aiuto del suddetto Guidino; e si combattè una accanita battaglia, e furono presi, impiccati e morti quasi tutti quelli della diocesi di Reggio, e vi morì con un suo segretario, Guido di Mandra, che era, pel Comune, Capitano di quelli della diocesi di Reggio. Lo stesso anno, la rocca di Bardi[15], nel mese di Novembre, si arrese al Comune di Piacenza; e i Parmigiani distrussero sino alle fondamenta la muraglia di cinta di Borgo S. Donnino, spianarono le fossa del castello, e mandarono comandando ai Borghigiani di abbandonare il castello, e fabbricando case, si facessero un borgo lungo la strada verso Parma. Quell'anno stesso il Marchese Uberto Pallavicini, guercio, vecchio e invecchiato nel mal fare, morì in montagna nell'amarezza dell'anima e nel dolore, senza confessione e senza penitenza, e senza dare alcuna soddisfazione alla Chiesa. E i frati Minori furono là, volendo tentare di convertirlo a Dio, almeno in punto di morte...... A cui disse frate Gerardino di S. Giovanni in Persiceto, lettore di teologia nel convento dei frati Minori di Parma: Il Savio ne' Proverbii 6º dice: Corri, affrettati, risveglia il tuo amico: Ed io adempiei a questo precetto della Scrittura, o Signore, recandomi da voi per la salute dell'anima vostra, ch'io voglio conquistare al cielo........ E il Pallavicino, rispose: Non ho rimorso in coscienza di tener nulla che sia d'altri. A cui frate Gerardino replicò; Chi nasconde le sue colpe non sarà indirizzato; chi se ne confesserà e le abbandonerà, riceverà misericordia. Ma frate Gerardino riconoscendo che s'affannava invano, disse: Ho fatto quel che toccava a me ecc. e l'abbandonò alla pertinacia di lui....... Penso che frate Gerardino fosse mandato al Pallavicino o dai Parmigiani, o da qualche Legato per richiamarlo alla legge della Chiesa. Perocchè quando Papa Clemente passò da Piacenza, come privato, per andar a ricevere l'investitura del papato, disse ad alcune persone: A nome mio, dopo ch'io sia partito di quì, dite a quel Signore che tiene la Signoria di Cremona, che se vuol essere amico di Dio e della Chiesa e lasciar vivere la gente in pace, io porrò opera acciocchè il Papa gli faccia buona e festosa accoglienza, e gli usi misericordia........ I Parmigiani però del Pallavicino se ne sono vendicati ancor vivo, smantellandogli le castella, e devastando le Terre che aveva occupato....... Signoreggiò vent'anni in Cremona; che se altrettanti avesse servito a Dio, n'avrebbe avuto in mercede il regno eterno. Iddio gli perdoni i molti danni, che ha fatto ai Parmigiani, ai Cremonesi, ai Piacentini e a molte altre città Lombarde; ma neppur esso se la passò impunemente........... Nello stesso anno, si tenne un Capitolo generale in Assisi, essendo tutt'ora Ministro Generale frate Bonaventura; nè vi era Papa, perchè i Cardinali non avevano ancora potuto accordarsi. In questo tempo i Bolognesi si recarono a Primaro, e vi eressero un castello contro i Veneziani. (Primaro è una località su quel di Ravenna, dove il Po che rade Argenta, entra in mare). E corsero i Veneziani contro i Bolognesi con grosso esercito, con navi, baliste, màngani e trabucchi e con ogni maniera d'argomenti da guerra; e fecero alto alla sponda opposta del Po, e tentarono un vigoroso attacco al castello de' Bolognesi, e vi fu grosso combattimento. I Veneziani battevano la torre de' Bolognesi con màngani e trabucchi; ma i Bolognesi difesero virilmente il loro castello, sicchè i Veneti abbandonarono l'impresa. Ed i Bolognesi stettero quivi a oste, credo, due o tre anni, e ne morirono trecento, o cinquecento, per la malaria del mare, e per la moltitudine delle zanzare, delle pulci, delle mosche e dei tafani. E frate Pellegrino del Polesine Bolognese, dell'Ordine de' frati Minori, andò e compose in accordo Veneti e Bolognesi. I Bolognesi distrussero il castello che avevano fatto, e quindi partirono, donando molto legname del castello sfatto ai frati Minori di Ravenna. E siccome io abitava allora a Ravenna, mi pare che la distruzione di quel castello da parte dei Bolognesi, e la loro partenza da Primaro accadessero quando Corradino fu sbaragliato da Carlo, cioè nel 1268. (Ed innumerevoli stormi di quegli uccelli, che nelle vigne devastano le uve, e che dal volgo si chiamano tordi, passarono nell'autunno di quell'anno, sicchè ogni sera dopo cena sino al crepuscolo della notte, e per molti giorni, appena si poteva liberamente vedere il cielo. Ed erano talora due, tre strati l'uno sopra l'altro, e coprivano l'estensione di tre o quattro miglia. E, poco dopo, altri stormi d'uccelli dello stesso genere sopravvenivano volando, stormeggiando, e gracidando in suono che parea di lamento. E questo ripetevasi per molti giorni, verso sera, discendendo dai monti alle valli, e tutto il cielo ingombravano. Ed io con altri frati ogni sera usciva a vedere, a osservare, a empirmi di meraviglia, e volendo stare all'aperto, all'aperto non si era, perchè quegli uccelli velavano tutto il cielo. E dico cosa vera, da me veduta; nè l'avrei creduta a chi me l'avesse contata). La cagione poi, per cui i Bolognesi andarono a Primaro e fabbricarono ivi un castello è questa. I Veneziani sono uomini avari, tenaci e superstiziosi, e vorrebbero assoggettare a sè tutto il mondo, se fosse possibile; e trattano ruvidamente i mercanti che vanno ai loro mercati, e vendono caro, e fan pagare molti pedaggi in più luoghi del loro territorio, per una stessa persona e per un sol viaggio. E se qualche mercante porta colà le sue merci a vendere, non può riportarnele, anzi è costretto a vendere, voglia non voglia; e se una nave carica, che non sia delle loro, per qualche avaria si ricoveri nei loro porti, non può uscirne, se prima non ha venduto le merci a loro; e dicono che fu per volere di Dio che quella nave riparò in un loro porto; al che nulla si può contraddire. Nel tempo in cui Roglerio di Bagnacavallo dominava a Ravenna, sopravvennero i Veneziani, e costruirono un castello allo sbocco delle valli, e sulla riva del Po pel naviglio che va da Ravenna al Po dalla parte di S. Alberto, e promisero ai Ravennati, che i Veneti avrebbero tenuto il castello per cinquant'anni e che annualmente, per tale concessione, avrebbero pagato alla cittadinanza di Ravenna, cioè al Comune, cinquecento lire della moneta Ravennate; e pagavano puntualmente, come io ho veduto. Ma i Veneziani in questo affare vi ebbero cinque furberie, o malizie. La prima fu che mentre questa concessione doveva durare, come s'è detto, cinquanta anni e non più, ora si maneggiano a perpetuarla; nè solamente lo dicono, ma lo mostrano a fatti; perchè mentre prima avevano edificato il castello di legname, ora lo fanno di muraglia. La seconda è che da questa stazione intercettano la via alle navi Lombarde, che non possono trar nulla nè dalle Romagne, nè dalla Marca d'Ancona; da' quali paesi potrebbero esportare frumento, vino, olio, pesce, carne, sale, fichi, uova, formaggi, frutta, ed ogni sorta di vettovaglie, se i Veneziani non l'impedissero. Terza, perchè girano per ogni verso facendo incetta in queste due provincie d'ogni sorta di vettovaglie, e, perchè prima di loro non ne facciano raccolta, prevengono i Bolognesi, ai quali per la molta popolazione e per la fame degli abitanti delle città e delle campagne, urge necessità di avere abbondanza di tali provvigioni. Per la qual cosa, nessuna meraviglia se i Bolognesi si sono levati ad alzare un castello contro i Veneziani, a cagione dei quali dovrebbero accendersi di sdegno ed insorgere anche tutti i Lombardi, e condurre un esercito e far guerra ai Veneziani per i danni che loro apportano. Quarta, perchè nel porto di Santa Maria di Ravenna hanno sempre all'àncora una galea armata, affinchè di lì nessuno possa uscire con vittovaglie, chiudendo ogni sbocco ai Ravennati, ai Bolognesi, ai Lombardi. Il che non era punto nei patti della concessione. Quinto, perchè tengono sempre in Ravenna, a spese del Comune, un console, che chiamano Vicedomino, coll'ufficio di sorvegliare con sollecitudine, con somma diligenza e oculatezza, che i Ravennati non tramino alcun che in danno dei Veneziani, nè ordiscano nulla contro l'attuale stato di cose; il che pure non era fra' patti. E i Veneziani denominarono quel castello Marcamò, volendo dire il mare chiamò, stante che dal castello si ode il suono delle onde quando il mare è agitato, e si sollevano i cavalloni. Domandai al Conte Roglerio di Bagnacavallo se l'avesse fatto fare egli quel castello; e mi rispose: Fratello, io non l'ho fatto fare, se non nel senso che l'ho lasciato costruire, essendochè quando si fece, io aveva tanta autorità in Ravenna da poter impedire che si facesse. Ma per tre motivi lasciai fare: 1º perchè io aveva per moglie una veneziana; 2º perchè in quel tempo i miei nemici erano fuori di Ravenna; 3º perchè me ne veniva vantaggio, pagando i Veneziani ai Ravennati cinquecento lire annue. D'altronde noi non ne risentiamo danno di sorta, perchè Ravenna ha tanta abbondanza di vettovaglie, che sarebbe stoltezza volerne di più. Di fatto una larga scodella piena colma di sale a Ravenna costa un piccolo denaro; all'osteria si pagano altrettanto dodici ova cotte e condite; quando è la stagione delle anitre selvatiche, se voglio, posso comprarne una grassissima per quattro piccoli denari; e talvolta ho visto che, se taluno s'incaricava di pelarne dieci, gliene davano cinque di mercede. La stessa soperchiarìa usano i Mantovani a Governolo[16]. (Una volta era della Contessa Matilde, come era anche la città di Mantova): perchè quivi non si accetta pedaggio dalle navi, che passano pel Po, ma le costringono a navigare per dieci miglia sino a Mantova. E dopo che ivi hanno fatto vedere le merci, scaricandole e ricaricandole e pagando il pedaggio, li fanno (sic) ritornare al Po per lo stesso canale naviglio, sendochè altra via non avrebbero aperta, se non ritornando a Governolo. Per la qual cosa sdegnati i Cremonesi fecero quella Tagliata, di cui più sopra a suo luogo abbiamo parlato, discorrendo cioè dell'anno in cui fu fatta, la quale molto giovò ai Mantovani, e danneggiò i Reggiani, avendo loro distrutto campi, vigne e ville. Questa Tagliata sino a Primaro[17] impaludò larga zona di terreni, distrusse e sommerse molte ville, e dove prima si aveva abbondanza di frumento e di vino, ora si ha copia di pesci di diverse specie.