SCENA TERZA. Don Rolando, Andrea.

Rolando (passeggia, guarda fuori, si avvede che è giorno, spegne il lume).

Andrea (entra dalla destra: è un po’ ansante, con qualche disordine negli abiti come chi è venuto correndo).

Rolando. Dunque? Dunque? (Gli va incontro).

Andrea. Vengo da Toralta. Il villaggio è deserto; ho visto dei morti sul sagrato; sulla piazza vi sono due o tre case bruciate...

Rolando. Ah! Dai tricolori, eh?

Andrea. Sì. I contadini, ieri mattina hanno buttato giù l’albero della Libertà; ieri sera è arrivata truppa francese: l’uffiziale voleva farlo rialzare, allora...

Rolando. Schioppettate?

Andrea. Ecco.

Rolando (con entusiasmo) Bravi!

Andrea (alzando le spalle). Oh, inaffiar con sangue un albero che non ha radici!

Rolando. I francesi sono i nostri assassini...

Andrea. I piemontesi cercano e ammazzano i soldati che viaggiano soli.

Rolando. È la santa insurrezione che si estende.

Andrea. Santa perchè favorita dai preti e dai frati?

Rolando. Reviglio! Reviglio!

Andrea (continuando). Che non si contentano di raccomandar l’omicidio dai pulpiti, ma si mettono alla testa delle bande briache e feroci.

Rolando. Ma al grido di: — Viva la fede! Al grido di: — Viva il Re!

Andrea (Tace).

Rolando. E gli Austro-Russi si avanzano... (si frega le mani con gioia).

Andrea. (Alza le spalle).

Rolando (irritato). Giacobino!

Andrea. No! (con calma). Sono un servitore, io: un servitore di casa Malan, e nient’altro.