SCENA TERZA. Vittorio, Carlo, Soldati al di fuori, poi Di Pranero.

Voci (che si vengono avvicinando):

Noi d’Oneja, noi d’Sardegna

Imitand la virtù degna

Difendroma ’l bel Piemont.

Di Pran. (sull’uscio, voltandosi). Silenzio, voi altri!

Vitt. (aspro). Lasciali cantare; che male ti fanno?

Di Pran. (ai soldati). Alla buon’ora: cantate fin che volete.

Voci (ripigliano e si allontanano).

Carlo (si lascia andar sulla panca).

Vitt. (riprende il suo lavoro).

Di Pran. (brontolando). Bei cantanti! Farebbero una bella figura sur un teatro; gialli, irsuti, magri come il cavallo dell’Apocalisse... Fortuna che i sans-culottes hanno poco da invidiare ai nostri. Ho visto i prigionieri di ieri. Barbe e facce! Oh siamo allegri tutti, amici e nemici!... E la Volpianina se n’è andata stanotte.

Vitt. Chi! La vivandiera?

Di Pran. Già. E la baracca è chiusa, e ci toccherà star senza acquavite.

Vitt. (attristato). Morta! Povera donna! E di che?

Di Pran. Della febbre maligna che ci ammazzerà tutti quanti (brontolando). Quella lì poi era una brava ragazza: cuciva e lavava le nostre robe, dava il bicchierino a credito ai soldati, e...

Vitt. (dopo aver aperto l’uscio e data un’occhiata al di fuori). Ohe, mi par tempo d’andare.

Di Pran. Per me son pronto; ma la Torretta cosa fa?

Vitt. D’Aldengo, a te.

Carlo (senza muoversi). Son di gran guardia domani.

Vitt. (duramente). Su, su; non c’è tempo da perdere.

Carlo (alzandosi, con sarcasmo). Mi parli come superiore, eh?

Vitt. Per Dio!

Carlo (va lentamente a prendere un bastone nell’angolo, e si dispone a uscire).

Di Pran. (munito anche lui d’un bastone). Posso parlare? Bada che presto non avremo più legna.

Carlo e Di Pranero (escono).