SCENA TREDICESIMA. Clara, poi Alban con un uffiziale francese.

Clara (siede presso la tavola, svolge un ricamo, lavora, sforzandosi di prendere un contegno tranquillo).

Alban (si mostra sull’uscio).

Clara (gli accenna di lasciar libero il passo).

Uff. (entra, guarda Clara e s’inchina). Salute e fratellanza.

Clara (risponde con disinvoltura e con grazia al saluto).

Uff. Cittadina, non vogliamo fare del male, e tu ci puoi far anche del bene.

Clara. Parlate; darò gli ordini...

Uff. Ho con me quattro feriti, che sarebbero in paradiso sopra un poco di paglia...

Clara (ad Alban). Va a vedere se Reviglio è tornato.

Uff. E chi è Reviglio? Il tuo intendente? Bon; (ad Alban). Gli dirai di parlare subito col sergente Mouton per sapere quel che occorre ai ragazzi.

Alban (si avvia).

Uff. E pensa anche a me.

Alban (via).

Clara. Siete italiano?

Uff. Sono côrso, cittadina. Claudio Morali, di Aiaccio: terzo battaglione, quinta mezza brigata di fanteria leggiera. (Con un sospiro). Leggiera e come! Ventiquattr’ore che non abbiamo mangiato (al terrazzino). Bon! gli uomini son tutti in cortile. Non sarà torto un capello a nessuno, ma non rispondo dei polli, dei conigli, e neanche dei gatti. (Dopo aver guardato in giro). Bella vista! Bel colpo d’occhio! Sono un po’ artista. (Tornando). Però preferisco la figura al paesaggio. (Accostandosi, dopo averla contemplata un momento). Come ti chiami?

Clara. Clara.

Uff. Clara? Nient’altro che Clara? Bel nome però! (Con fatuità). Ne ho conosciute parecchie Clare: non una che non fosse giovane e bella... Sei un’ex-nobile, eh? (Sentimentale). Ah! cittadina, in questo mondo non sono che due i piaceri: far la guerra e far all’amore. Ma quando il primo non lascia tempo al secondo, allora si soffre. Io, vedi... (s’interrompe scorgendo sull’uscio il sergente). Eh bien? Avance!