VII.
Era triste; un abbattimento profondo l'accasciava sotto al suo peso, quel pomeriggio, mentre andava su per l'erta, in cima alla quale biancheggiava tra gli ulivi la villa della signora Ascenti: respirava con voluttà l'odor di fieno segato ch'esalava dalla campagna; quasi senza pensiero, ascoltava il canto d'una quaglia che veniva di lassù, tra le vigne d'un bel verde dorato. Passò il cancello, e si trovò nel giardino: andava lentamente.
A un tratto si fermò accecato: aveva sentito un rapido e leggiero fruscio di sottane, e, in un lampo, due manine tiepide su' suoi occhi.
—Lia, disse Mario commosso; poi prese le manine della fanciulla, le staccò dolcemente, e si voltò tenendole sempre tra le sue.
Scoppiò un riso infantile.
—Cattivo! m'avete riconosciuta subito, esclamò la fanciulla, e fece il broncio.
Egli la guardò a lungo negli occhi, l'attirò a sè rapidamente, e stampò un bacio sulle sue labbra di vergine, soffocandone un piccolo grido: poi fuggì come un pazzo, e la lasciò tutta commossa e sorpresa.
Tornò due ore dopo.
Rosalia era con sua madre, nel salotto a pian terreno. Egli sedè mentre rispondeva alla signora, che, sdraiata sulla poltrona, con le mani intrecciate sul ventre, e in una beata sonnolenza, gli aveva domandato se fuori facesse caldo.
La fanciulla pareva agitata; lo guardava con una espressione di tenerezza inquieta; si sarebbe detto che frenasse a stento le lacrime.
Il sole cadeva dietro gli alti colli, quando la grossa signora mise un lungo sospiro, e s'alzò in tre tempi: era l'ora solita della passeggiata.
—Ci accompagnate? domandò al Furlani.
—Con tanto piacere, signora, questi rispose inchinandosi.
—Lia, figliuola mia, vieni a metterti il cappellino dunque.
E la signora uscì, seguita dalla fanciulla che vicino all'uscio si voltò due volte.
Furlani sedette. Egli fissava gli occhi al suolo, immerso ne' suoi pensieri, quando sentì il rumor d'un uscio che s'apriva. Rosalia s'avanzava verso di lui, in punta di piedi, rapidamente. Mario s'alzò.
—Perchè siete fuggito! mormorò la fanciulla, posandogli le mani sulle spalle, e guardandolo teneramente; io…. non ero in collera con voi….
E a un tratto, rizzandosi su' piedini, gli porse le labbra, con un moto di bimba, d'un incanto irresistibile….
Toccò a lei a scappare questa volta, temendo non avesse a sopravvenire la mamma.
Mario quella sera tornò alla villa molto tardi: trovò Serafina in giardino.
La giovine avvolta con grazia in un bernusse bianco, passeggiava lentamente. I raggi della luna battendole in pieno viso, davano un tono perlato alla sua pelle finissima di bella bionda. Sembrava malinconica: ma nello scorgere il cavaliere, i suoi mobili lineamenti presero un'aria di scherno.
—Rincasate tardi stasera, cavaliere…. o dove siete stato?
—Dalle Ascenti, signora, rispose lui alzando il capo quasi in atto di sfida.
—E lo dite in tono così tragico? Siete curioso davvero! Io, vedete…. avevo fatto un piccolissimo giudizio temerario….
—E quale, se è lecito?
—Avevo supposto che vi fosse saltato in capo di fare una veglia d'amore; sapete, come solevan gli antichi cavalieri…. e che perciò vagavate per i campi annebbiando la luna con i vostri sospiri. Ah, ah, ah, ah!
E infilò il braccio in quello del giovine, e lo trascinò verso la casa, i cui lumi rilucevano attraverso le foglie degli alti alberi.
Allora mutò gioco: tornò a pungerlo con epigrammi; faceva cadere a bella posta il discorso sulle signore Ascenti delle quali faceva grandi elogi; affettava di schivarlo, pur mostrandosi a lui in tutte l'ore del giorno, a lampi come una visione, baluginando fra i gruppi d'alberi del giardino; passeggiando in fondo a un viale, lentamente, in aria meditabonda, con un libro socchiuso in mano; salendo rapidamente su per le scale; passando e ripassando per lo scrittolo, mentr'egli vi s'intratteneva col marito; socchiudendo gli usci con arte, acciò, anche nell'andare da una stanza all'altra, egli la vedesse sdraiata mollemente nella poltrona, con i piedi incrociati sopra un alto sgabello, con gli occhi vaganti nel vuoto. Curava molto di più il suo abbigliamento, le sue acconciature; tendeva insidie con la seminudità del seno e delle braccia sotto a' leggieri veli, con la procacia degli atteggiamenti che mettevano in risalto le sporgenze ardite del suo petto di vergine romana, delle sue anche di Venere afrodite.
Furlani di triste diventava cupo: aveva smesso di fare il galante con la cameriera: ora davanti all'amico era assalito da subitanei rossori.
Aveva dei parossismi strani, indefiniti, che lo lasciavano in un abbattimento profondo…. Una volta che lei sdraiata sotto gli aranci gli diede il ventaglio per farsi vento, provò la voglia brutale di prenderla tra le braccia.
Fu ricordandosi di questo particolare, che quella stessa sera, chiusosi nella sua camera, ebbe un'arcana paura. Che voleva concludere quella donna…. dove voleva trascinarlo?… e a lui quali strane idee passavano per la mente…. Bisognava fuggire se non era un miserabile.
E tutta la notte credette che l'indomani lo farebbe.
Ma l'indomani non lo fece; non ne ebbe il coraggio: si sentì preso dal solito malessere, dal solito orribile stringimento di cuore: parvegli come se tutto morisse dentro di lui e attorno a lui. Però addusse a sè stesso le solite scuse: non avrebbe potuto veder più Lia ogni giorno…. si sarebbe mostrato più freddo con Serafina, ecco…. doveva stancarsi finalmente quella donna! Del resto egli non l'amava…. no, non l'amava…. E poi, aveva un mezzo sicuro per non cadere nell'infamia, evocare l'immagine dell'amico. Essa sola bastava a mettergli freddo nell'anima: presentandosi, anche se fosse lì lì per soccombere, era certo di rialzarsi incrollabile come uno scoglio.