II.

Il salotto, benchè vi fossero dei mobili di pregio, era un po' freddo e triste come di casa ove manchi la signora. Una lampada smerigliata pendeva dal rosone del soffitto, un moderatore di porcellana posato sulla mensola del caminetto fra le due finestre rischiarava più direttamente un tavolino portante una scacchiera coi pezzi già a posto. La parete di fronte era adorna del ritratto del signor Demetrio, in mezza figura, a olio, con la croce di cavaliere all'occhiello. Sotto il ritratto un canapè e dinanzi al canapè una tavola ove la Barbara aveva deposto il servizio da caffè, il portaliquori e una scatola di sigari d'Avana.

— Si sciala oggi, — borbottò il signor Antenore accettando un bicchierino di cognac.

— Tutto improvvisato, — rispose Bibbiana. — Ero mille miglia lontano dal creder che Fustini fosse qui quando me lo son visto comparir dinanzi verso le 6 che il riso era già nella pentola.... Per fortuna la Barbara ha questo di buono che non si confonde e ci apparecchiò un pranzetto tollerabile.

— Altro che tollerabile! — esclamò enfaticamente il commendatore. — Non si mangia così neppur dal Presidente della nostra Corte.

— Ti contenti di poco, — disse il signor Demetrio. E continuò rivolto a quell'orso di Santelli: — Se non fosse stato troppo tardi t'avrei mandato un biglietto per pregarti di tenerci compagnia.

— Grazie, non sarei venuto, — rispose il signor Antenore sempre tutto angoli e punte. — Io vengo la domenica e basta.

— È una fissazione come un'altra, — riprese il consigliere. — Me ne appello a Fustini. Siamo soli tutti e due, ma io ho casa piantata e Santelli deve andare all'osteria. O che male ci sarebbe s'egli si degnasse di desinare con me.... non dico tutti i giorni.... ma tre o quattro volte per settimana?... Non ho ragione?

— Senza dubbio, — replicò a denti stretti il commendator Fustini. In fondo egli non capiva come si potesse augurarsi un simile commensale.

— L'indipendenza, mio caro, — disse Santelli, — l'indipendenza non c'è oro che la paghi.... Del resto, non son qui tutte le sere a giocare a scacchi?

— Ah, giocate a scacchi tutte le sere? — domandò il consigliere di Cassazione.

— Sì, è una mia debolezza, — disse il signor Demetrio. — Abbiamo un conto corrente con Santelli.... Facciamo un centinaio di partite al mese. Egli ne vince novanta....

— Davvero?

— A vincer Demetrio non c'è un gran merito, — osservò il signor Antenore.

— Tu conosci il gioco? — chiese Bibbiana a Fustini.

— Sì, mi diletto anch'io ogni tanto.... al nostro Circolo.... V'è un Circolo scacchistico a Torino.

— Bravo.... dovresti far un paio di partite con Antenore....

— Volentieri.

Santelli depose un mozzicone di sigaro nel raccattacenere. — Per me non ho difficoltà.... E di quanto si gioca?

— Ma.... di nulla.... Dell'onore.... Agli scacchi per solito.... Che sistema avete voi altri?

— Noi giochiamo d'un franco la partita, — spiegò il signor Demetrio. — Ho voluto io.... Trovo che quando c'è una piccola posta si mette più attenzione.

— Vada pure pel franco.

Lieto di aver dato a' suoi ospiti un'occupazione che li distoglieva dalla politica e dalla sociologia, Bibbiana spinse verso il tavolino da gioco una sedia a bracciuoli e vi si accomodò beatamente. — Io assisterò alla giostra.

Il signor Antenore si accostò alla scacchiera, prese un pedone bianco e un pedone nero, e intrecciate le braccia dietro il dorso li passò da una mano all'altra, poi presentando i pugni chiusi al suo competitore disse: — Scelga.... Chi ha il bianco ha il tratto.... Ha scelto il nero.... Ho il tratto io.

E attaccò subito. Fustini stava sulle difese cercando il punto debole dell'avversario. In fatti, di lì a poco guadagnò un pezzo e non tardò molto a dar scacco matto.

La seconda partita fu più brillante della prima ed ebbe lo stesso esito.

— Hai difeso male il gambitto, — disse il signor Demetrio a Santelli che senza profferir parola ma livido di bile guardava il suo re imprigionato.

— Ah fammi un po' il piacere, — gridò Antenore, a cui non pareva vero di poter prendersela con qualcheduno.... Sei proprio in caso di dar lezioni, tu, con quella sapienza....

— E pure, — ripetè Bibbiana con calma, — io sostengo che se si difende quel gambitto in un'altra maniera si deve vincere.

— Vincere, tu? — esclamò il signor Antenore con l'accento della massima incredulità.

— Forse anch'io, — rispose il consigliere alquanto piccato.

— Qua la scacchiera.... Vediamo il miracolo.

In un momento Bibbiana e Santelli s'erano scambiati di posto. Quest'ultimo si consolava delle busse ricevute pensando a quelle che riceverebbe fra poco il suo dilettissimo Demetrio. Scacco matto in quindici mosse, in venti al più, — egli diceva fregandosi le mani.

Pareva diventato l'amicone del commendator Fustini col quale s'era bisticciato fino a poco innanzi.

— Lo schiacci quel pretenzioso, lo polverizzi.

— Allora comincio io e faccio l'apertura di prima, — disse Fustini a Bibbiana.

— Già.

— La dobbiamo veder bella, la dobbiamo veder bella, — canterellava il signor Antenore. Da un pezzo non era stato così ilare.

Fustini gli fece segno di tacere. Era un giocatore serio, meticoloso, che non voleva esser distratto. E apparteneva anche alla categoria dei giocatori taciturni; tutt'al più, quando si trovava in qualche impiccio aveva l'abitudine di borbottare: — Vengo, vengo, vengo.

E con sua grande maraviglia, adesso, misurandosi con Bibbiana, egli ebbe replicatamente l'occasione di dover servirsi del suo intercalare. O com'era possibile che Demetrio si lasciasse battere da Santelli se non c'era neanche confronto tra i due?

Ma il più stupito era il signor Antenore. Demetrio teneva testa al commendatore? Demetrio rischiava proprio di vincere?

— Vengo, vengo, vengo, — disse un'altra volta Fustini; dopo di che, sentendosi spacciato, abbandonò la partita.

— Eh via, che il commendatore deve aver fatto apposta, — esclamò Santelli.

Fustini protestò con vivacità. — Nemmen per sogno.

— Sarà stato un caso, — notò modestamente Bibbiana.

Il signor Antenore sogghignò con aria sprezzante. — Grazie della concessione. Che cosa vuoi che sia stato?

— L'ho detto io, mi pare, — rispose secco secco il consigliere, mentre rimetteva i pezzi a posto per offrir la rivincita. E intanto gli si arrossavano gli orecchi, segno infallibile, per chi lo conosceva, che anche a lui, uomo calmo e flemmatico, cominciava a scappar la pazienza.... Ah, perchè da cinqu'anni gli piaceva di perder quasi ogni sera giocando con Antenore, doveva esser condannato a perder sempre, a perder con tutti quanti?... Nossignori, questa legge egli non era disposto a subirla e Santelli aveva avuto un gran torto a provocarlo co' suoi sarcasmi.

— Tocca a te, — disse Fustini.

— Son qua.

Cauti, guardinghi, i due campioni pesavano ogni mossa, risoluti a non darsi quartiere. Pur volendo far l'indifferente, Fustini era rimasto mortificato della sconfitta e anelava di ripararvi; Bibbiana, dal canto suo, trovandosi a fronte un competitore degno di lui, sentiva ridestarsi la sua vecchia passione pegli scacchi e ci teneva a mostrar la sua valentìa. Nella stanza regnava un gran silenzio; solo di tratto in tratto un pezzo preso dall'uno o dall'altro dei giocatori andava a cader con un suono legnoso nella scatola che raccoglieva le vittime della battaglia. Smessi i suoi commenti beffardi, con gli occhi inchiodati sulla scacchiera, con le labbra serrate come di chi reprime a forza un gemito o una imprecazione, il signor Antenore seguiva le vicende dell'accanito duello. Non c'era dubbio, anche la seconda prova sarebbe riuscita favorevole a Bibbiana. Egli era indiscutibilmente superiore all'avversario, era più audace negli attacchi, più pronto nelle difese, più accorto nelle insidie. Ma donde gli era capitata questa scienza? O, piuttosto, perchè, in cinqu'anni, non l'aveva sfoggiata con lui, con Antenore? E mentre Santelli rivolgeva fra sè questi pensieri, la verità si faceva strada nel suo animo, lo riempiva di livore e di fiele.

— Vengo, vengo, vengo, — masticò fra i denti il commendator Fustini. E soggiunse dopo una breve pausa: — Non c'è rimedio; ho il matto alla terza mossa. — Si alzò da sedere e stendendo cavallerescamente la mano al vincitore disse: — Ti faccio le mie congratulazioni. Non sfigureresti in un torneo.

— Hai voglia di ridere, — rispose il signor Demetrio. — Avevo una buona serata, ecco tutto....

In quella gli apparve la fisonomia stravolta di Antenore Santelli, e imporporandosi in viso come un fanciullo colto in fallo balbettò: — Ogni tanto ho di questi lucidi intervalli.... È un fenomeno.... Ordinariamente gioco malissimo.... Anche adesso, se continuassimo....

— No, no, son già le undici e mezzo e se tardo un poco rischio di trovar chiuso il portone dell'albergo.... A proposito, ti devo due lire....

— E io ne devo due a Lei, — disse il signor Antenore tirando fuori sgarbatamente un borsellino unto e bisunto.

— Ebbene, — rispose Fustini; — le paghi per conto mio all'amico Demetrio.... Così saremo pari e patta.

— Ma sì, ma sì.... non c'è fretta, — protestò il cavaliere dopo aver sonato il campanello per chiamar la Barbara. — E poi se torni domani sera è sicuro che me le riguadagni quelle due lire.... Pranzi con me anche domani, non è vero?

— Non so.... Avrei un mezzo impegno.

— Mettiti in libertà.

— Grazie.... Vedremo.... Ti manderò un biglietto entro la giornata....

— Guai per te s'è un rifiuto.... E Antenore, per una volta tanto, farà uno strappo ai suoi principî, — continuò Bibbiana. — Ci terrà compagnia.

— Impossibile, — dichiarò in tuono reciso l'uomo selvatico.

— Eh via....

— Speriamo che si persuaderà, — disse, sorridendo, il commendatore, mentre si faceva aiutar dalla Barbara a infilarsi il soprabito. — Buona notte dunque, Demetrio.... E grazie di nuovo della tua ospitalità.... Lei resta?

Questa domanda era indirizzata a Santelli che rispose pronto: — Sì, ho da parlare a Bibbiana.

— In tal caso, buona notte anche a Lei.

— Buona notte.

Fustini uscì, ben contento di non dover fare un tratto di strada a fianco di quell'orso.