FILOMELA.
— Die Nachtigall.... il gallo della notte! È egli possibile immaginare un nome più disadatto e prosaico di questo dato dalla lingua tedesca all’usignuolo? Rozza, brutta, ridicola parola....
E forse Ottone avrebbe durato un pezzo ad inveire, non so se a torto o a ragione; ma intanto c’eravamo già messi per il viale tortuoso e angusto del boschetto. Io gli feci cenno di star zitto e ci fermammo ad ascoltare.
L’usignuolo era a poca distanza da noi. Non so se posato sopra la frasca d’un giovine tiglio o se, più probabilmente, nascosto nel folto di una vecchia acacia capitozza, che ergeva la testa raccolta e densa, a cui i raggi della luna davano una tinta fra il lattiginoso e l’argenteo. L’usignuolo cantava nel gran silenzio.
Poco prima avevamo udito alla chiesa di San Martino suonare le due dopo mezzanotte; nella Piazza d’armi non s’era incontrata anima viva; nessuno girando il gran viale rotondo della Montagnola; e ora lì, circondati ogni intorno dagli alti cespugli del boschetto, nè vedendo altro che il cielo stellato sopra di noi, provavamo tutti e due un senso di isolamento e di calma perfetta, come se ci fossimo trovati a quell’ora nella solitudine di un bosco sull’Appennino a cinquanta miglia da Bologna.
L’usignuolo cantava; e ci era, ripeto, tanto vicino che, senza vederlo, udivamo a quando a quando il leggero fruscìo delle foglie mosse da lui. L’aria immobile era tutta piena del suo canto, e il silenzio profondo pareva un silenzio d’ascoltazione, secondo l’idea degli antichi poeti che immaginavano i venti sospesi e gli alberi e le rupi intente ad ascoltare qualche suono grato e sacro.
Io pensavo a questo proposito: — Perchè i poeti antichi, da Esiodo a Virgilio, descrivono sempre il canto dell’usignuolo flebile e quasi piagnucoloso?... A noi invece, avvezzi alle querimonie della poesia moderna, a noi coll’orecchie piene de’ piagnistei della nuova musica melodrammatica, e anche, ohimè! delle romanze da camera, il canto dell’usignuolo, con la mobilità e prestezza cromatica che lo distingue, fa provare un senso di dolcezza calma, temperata, quasi allegra.
È la gran legge della progressione che signoreggia tutte le nostre sensazioni, massime se vi entra l’arte e massime se quest’arte è la musica. Un coro infernale nell’Orfeo di Gluk parve nel secolo passato l’ultimo segno della terribilità espressa con voci e suoni. Ponete adesso quel coro in mezzo a quelli, per esempio, del gran finale della Regina di Saba, e farà l’effetto d’un lamento moderato e sommesso....
Pensavo all’usignuolo, e sono cascato a parlar d’arte. Che salto enorme coll’apparenza di un passo agevole! In arte le forme si inseguono, si raggiungono, s’urtano e si soverchiano in una corsa infaticabile. Non solamente ogni scuola ed ogni maniera ha il suo breve tempo d’auge e di dominio; anche ogni singolo artista ha spesso nella sua vita più atteggiamenti d’ingegno e più stili, che rubano talvolta al pubblico un suffragio esclusivo ed intollerante. A vedere la energia degli assensi che esso riscuote d’ogni parte, direste che finalmente egli sia giunto ad una meta stabile. Sì davvero!... Ripassate fra qualche anno e vedrete quel che rimane dell’opera e delle ammirazioni.
Arrivati poi al termine d’un periodo storico, il pubblico e i critici si voltano indietro, provando a tirare la somma. Ma se vogliamo essere schietti innanzi alla nostra e all’altrui vanità, dobbiamo confessare che del molto lavoro fatto ciò che rimane di vitale e di perenne è ben piccola cosa. La più parte della suppellettile artistica somiglia a un magazzino d’abiti smessi o alla raccolta delle incisioni d’un giornale di mode. Come paiono goffe e sgraziate quelle fogge che, viste cogli occhi d’una volta, raddoppiavano la prestanza degli uomini e la seduzione delle donne eleganti!
Fui qualche anno fa a Milano, poco dopo la morte del povero C.... Il fervore della sua pittura era al colmo. Un critico che, pur facendo di cappello all’ingegno del pittore, volle mettere una nota sorda in quel coro di lodi, fu a un pelo d’essere lapidato. Intanto un giovine poeta cantava in metro lirico l’apoteosi dei toni gialli e rossi, paragonandoli, se ben mi ricordo, a dei cavalli scalpitanti in guerra. Si giunse perfino ad escogitare uno speciale sistema di ottica soggettiva per giustificare certe tinte particolari al C... non riscontrabili, da noi coi nostri poveri occhi, in natura, e tutto quell’indefinito e sfumato e nebbioso ch’egli metteva nei piani e nei contorni. Passando poi dalla esecuzione ai concetti e agli intendimenti del pittore, l’estro della esegesi non aveva più limiti. Per esempio quei due che si stringevano le mani con passione non erano solo due amanti; erano anche due cugini. Si capiva, o almeno si era obbligati a capirlo, guardando alla espressione finissimamente cuginesca messa nei due volti dal pittore....
Io partii da quella esposizione intronato e confuso per tutta quella critica mirabolana e, come accade spesso, repugnandomi il decidere con una affermazione secca, se ero io che non capivo od essi i panegiristi che passavano il segno, mi acconciai alla sospensiva, dicendo fra me e me: Vedremo!
E non ho avuto bisogno d’aspettare un pezzo. Li abbiamo veduti dopo a Torino e altrove gli ultimi riflessi di quella tanto celebrata pittura, inavvertiti e confusi in mezzo ai quadri della mostra. Un milanese che era meco, appassionato e schietto cultore dell’arte, non sapeva riaversi dalla sorpresa....
E questa è storia che dura e si ripete fino dal tempo in cui l’arte principiò ad essere una forma della vita. La distanza dei secoli avvicina e confonde i fatti; ma ciò che avviene ora sotto i nostri occhi è avvenuto sempre più o meno. Adesso anzi i trapassi sono più rapidi, perchè la vita moderna corre più inquieta e cupida alla cerca del nuovo e del diverso; e la mole enorme delle impressioni d’arte, accumulate nel cervello di noi moderni, rende più frequenti le combinazioni eclettiche e le parvenze di novità, che un soffio compone e un altro discompone. Intanto par d’essere nel regno della ballata tedesca: I morti corrono!
Quante fronti che ieri nell’arringo dell’arte si ergevano con piglio trionfale, vanno oggi crucciate e dimesse! E ai trionfatori d’oggi quale sorte è serbata domani?
Fortunato l’usignuolo! Il suo canto invariato passò i secoli, arrivando sempre dolce e gradito all’orecchio degli ascoltatori.
“Tu sei giunto, o pellegrino, su questo sacro colle fiorente d’ulivi e alimentatore di cavalli. Di qui s’ode l’usignuolo soavemente lamentarsi nelle valli ombrose....„ Sono passate migliaia d’anni dal giorno in cui i vecchi di Colono con queste parole salutavano Edipo cieco e ramingo. Altre migliaia di anni passeranno ancora; ma avverrà sempre che una semplice progressione di note flautate e un rapido gorgheggio fermino di notte a mezza strada il viandante, immemore dell’ora tarda, o chiamino rapidamente alla finestra la fanciulla mezzo spogliata, incurante della umida brezza notturna. Frattanto intere cataste d’istrumenti musicali inventati dall’uomo hanno avuto tempo d’andare in disuso. Che n’è delle note che placarono Saul? Che n’è delle patrie canzoni che fecero piangere Attila di tenerezza? E delle melodie di Casella che innamorarono Dante Alighieri!... E tutti gli strumenti che inventava e faceva inventare il cardinale Ippolito d’Este dove sono andati?...
L’usignuolo nel silenzio ascoltante della natura seguita ad essere il cantore prediletto della foresta; e non vi ha dotto poeta che non fosse pronto a dare tutto il suo greco e tutto il suo latino, per tradurre in una strofa sola quello che egli dice alla notte e alla luna. E se noi potessimo penetrare la intima essenza delle cose, credo che scopriremmo non essere governata da diversa legge la effusione di bellezza, che durevolmente ci viene dalle grandi opere d’arte.
Di fatti, raccogliendo bene nel fondo dell’anima nostra ciò che proprio costituisce la singolare potenza di ogni grande artista (per esempio un poeta come Omero, un pittore come Raffaele e un melodista come Bellini) e a poco a poco eliminando tutto quello che è in lui di generico, di collettivo ed impersonale, all’ultimo che rimane? Un incognito indistinto che non troviamo parole ad esprimere e che vagamente vorremmo significare con un gesto della mano, una mossa degli occhi, una esclamazione.... Salirono le alte cime dell’ideale, scrutarono con penetrazione insolita il libro della natura e furono a ragione salutati grandi. Ma l’argomento della loro grandezza è tutto in un dato semplicissimo; il quale consiste nell’aver essi fatta vibrare una nota nuova nell’ime corde del nostro essere e con quella generato in noi una nuova sensazione della vita. Nel linguaggio dell’arte potrà poi chiamarsi la “sensazione omerica„ la “sensazione raffaellesca„ la “sensazione belliniana„. E questa piccola frase sarà alle loro glorie monumento assai più durevole di quello in marmo e in bronzo eretti loro dai mecenati e dai popoli.
Fuori di questo circolo misterioso, abbiamo la mediocrità, fin che volete aurea e festeggiata: dei quadri che durano a piacere dieci anni, delle arie che per dieci mesi fanno la delizia di tutte le platee, e dei poeti che sono alla moda per una stagione di bagni. Fortunato l’usignuolo!...
Che è?... Io e l’amico dobbiamo a un tratto mutare l’ascoltazione piacevole in un vero rapimento. Non ci eravamo ancora accorti del primo sorgere dell’alba; ma egli l’usignuolo dalla sua frasca aveva certo veduto comparire all’orizzonte le prime tinte rosate e crocee, sfumanti nell’azzurro perlato del cielo.... E salutava il giorno nascente. Non eran più le note sospirose e i tenui trilli soavemente modulati, ma un impeto di canto meraviglioso, ora disteso, ora fiorito, con gorgheggi a salti, a scale, a note picchettate, con passaggi nuovi, strani, inattesi, con volate di un ardimento e d’un lirismo ineffabile.... Si sarebbe detto che l’usignuolo voleva epilogare il suo lungo canto notturno, gittando incontro a la bella aurora uno sprazzo di rugiada melodiosa. Difatti dopo breve tempo l’uccellino cessò a un punto il canto e volò via.
O nobili amanti di Verona, voi eravate molto inesperti del linguaggio degli uccelli! La povera allodola deve a voi gratitudine eterna, perchè prendeste argomento a un dolce indugio d’amore dal confondere il suo canto con quello dell’usignuolo....
Ma forse i due innamorati giovinetti non erano pienamente in buona fede; e s’attaccarono a quel dubbio per delle ragioni scusabili ed invidiabili.