I.
Accadde ben presto quello che il vecchio Petronio aveva preveduto e temuto; e, caldo ancora del rabbuffo che aveva toccato dalla signora contessa, entrò nella stanza del giovinotto.
— Mio caro, non sono io stato indovino? Il vostro strumento mi tira addosso de’ guai. Scendo adesso dal quartiere della signora che m’ha parlato chiaro: o smettere di sonare o uscire subito da questa casa!...
Il giovine prima terminò la sua frase, posò l’arco attraverso il leggìo, posò il violino sulle sue ginocchia, poi guardò il vecchio portiere con un viso contrariato, come chi è distolto bruscamente da un pensiero piacevole:
— Uscire da questa casa, voi dite?... O dove volete ch’io vada? Aspetterete almeno, m’immagino, che arrivi la fine del mese. E intanto pretendereste voi altri ch’io non sonassi più? È impossibile!
E tolto l’arco e il violino, ricominciò la frase di prima, socchiudendo gli occhi per gustarla meglio. Il portiere allora si mise a girare per la stanza, a battere i piedi, a sbuffare, a bestemmiare. Il giovine si scosse:
— C’è bisogno di bestemmiare?... Certo non patirò che, per causa mia, voi andiate incontro a de’ guai; ma, d’altra parte, io ho bisogno di studiare; e non posso mica andare a sonar il violino nella Montagnola.... Vediamo di rimediare....
E alzatosi, trasse dal cassetto del tavolo un gingillo d’ebano che adattò alle corde dello strumento, inforcandolo e premendolo molto sul ponticello. Poi diede un’arcata lunga e vigorosa che, alla prima, fece al vecchio stendere in avanti tutte due le mani come per impedire che quel suono, così maledettamente vibrato, scappasse fuori dalla finestra e salisse in alto a suscitare nuovi sdegni. Invece, con sua meraviglia, il portiere non intese più uscire dallo strumento che un suono, o meglio, un gemitìo velato, ottuso, tenuissimo che moriva, dopo avere appena vissuto, nel breve spazio della cameretta.
— Va bene così? — chiese sorridendo il giovine dopo aver durato un poco a segare con l’archetto sulle corde. Il portiere, col viso d’uomo contento, senza dir parola ma facendo di gran segni d’assenso col capo, uscì dalla stanza e chiuse l’uscio.
Però il giovine fu preso da una grande melanconia. E rimase un pezzo fermo, la testa appoggiata sul leggìo, tenendo l’archetto e il violino con le braccia penzoloni. La sua mente usciva da quelle quattro pareti silenziose e saliva in alto. Ma adesso era sola e non l’accompagnava più un’onda di suoni che entravano per le grandi finestre e andavano a volteggiare lassù in quel quartiere signorile e misterioso, che egli non aveva mai visto, ma del quale tante volte aveva fantasticato....
Perchè bisogna sapere che in quel palazzone antico, taciturno e chiuso, in cui non si vedeva entrare che qualche vecchio e qualche prete; in quel palazzone, in cui fin le cameriere parlavano poco e a bassa voce e i servitori pareva che camminassero in punta di piedi, la contessa bigotta e settuagenaria viveva con una nipote che aveva appena toccati i sedici anni. Il padre e la madre di questa erano morti quand’era ancora bambina; e anch’essa, a vederla così pallida ed esile, così scema d’ogni vivacità e d’ogni calore di giovinezza, non dava molta speranza che potesse vivere lungamente. Che malattia aveva? Ogni settimana veniva in casa un medico celebre per la cura delle malattie nervose; ma parlava poco e vagamente del male; non scriveva quasi mai alcuna ricetta, fermandosi ad alcune prescrizioni igieniche, a qualche consiglio intorno al modo di vivere della giovinetta.
Il giovine s’era innamorato di lei. A spiegare il come, egli per primo sarebbe stato molto imbrogliato. Appena l’aveva vista qualche volta un momento, essendosi trovato, per caso, nell’androne del palazzo mentre la carrozza usciva. Aveva visti due occhi grandi e fissi, raggianti nel pallore del visino bianco e delicatamente profilato; e sopra quegli occhi e quel visino una massa di capelli biondi più che il frumento maturo, diffusi intorno al capo come un’aureola vaporosa. Nient’altro. E glie n’era rimasta nell’animo come una impronta di visione bella e triste, che gli dava, ripensandola, un misto di dolcezza e di accoramento.
E nella sua camera chiusa non si sentiva più solo. Quella fanciulla era vicina a lui, nel piano superiore, sopra il suo capo. La sentiva vivere con lui; gli pareva di respirare con essa. Andava agitando nel cervello dei sogni magnifici, strani, pietosi, inverosimili. S’immaginava d’essere predestinato ad una pia impresa di liberazione, come gli eroi delle leggende wagneriane; e quando la sua mente correva al premio, non sapeva immaginarlo altrimenti che vedendo sè inginocchiato dinanzi a quella sottile figura di bambina bionda, che si chinava sopra di lui e gli posava, leggero leggero, un bacio sulla fronte....
Quando prendeva il violino e stava delle lunghe ore dinanzi al leggìo, il suo sonare da prima era come un balbettìo musicale incerto e timido; poi era una prova meno imperfetta, a periodi più lunghi e con qualche ripresa nei passi più importanti, a fine d’impadronirsene per bene. Da ultimo, sicuro del fatto suo, il giovane violinista riattaccava ed eseguiva di seguito il suo pezzo intiero con tutta quanta la forza e la maestria di cui aveva saputo rendersi capace. E allora, mentre gli occhi parevano intenti alla pagina, l’anima sua saliva coi suoni, andava su al piano nobile, in cerca di lei, la trovava e si compiaceva ad avvolgerla devotamente come in una nube di suoni.... Dopo quelle peregrinazioni fantastiche, il giovine si raccoglieva in sè stesso stanco e soddisfatto e con una vaga persuasione che quel suo messaggio musicale non era andato sperso nel vuoto; era arrivato a lei ed era stato bene accolto.
Donde poteva venirgli quella persuasione?
Qualche volta, dopo avere suonato, si metteva alla finestra che dava nel grande cortile interno del palazzo. Era un bellissimo cortile fabbricato parecchio tempo dopo la facciata del vecchio edifizio, nei primi anni del secolo decimosesto. Al di sopra del vasto portico marmoreo si lanciava una galleria ariosa, allegra e come superba delle sue svelte colonne d’ordine corinzio; e sopra la galleria girava un fregio di lavoro così fine ed elegante, che la tradizione volle attribuirlo a Francesco Francia, l’orefice. Il giovine guardava lungamente d’intorno e in alto. Pareva un curioso che aspettasse, e il cuore gli batteva forte; tanto forte che qualche volta se lo sentiva come salire in fretta palpitando verso la gola.... Ma il cortile era sempre solenne e silenzioso, la galleria sempre allegra e vuota, e il bel fregio del Francia pioveva dall’alto un sentimento di bellezza pura e fredda. Del resto non un volto o una voce o un altro segno qualunque. Il giovine si ritraeva dalla finestra col viso triste; ma nell’intimo suo non rimaneva a lungo senza conforto perchè pensava che i suoni del suo strumento erano saliti in alto; e un animo gli diceva che essa li aveva ascoltati.
E riprendeva coraggio e sonava ancora.
Ma d’ora innanzi non più! Quei pesanti sordini rendevano il suo violino poco meno che muto; ed egli lo guardava con aria scorata; come se fosse diventato un arnese inutile fra le sue mani.
Quando svogliatamente si rimise a sonare, da prima gli pareva d’essere come in uno di quei sogni, allorchè noi con la volontà e con le membra ci sforziamo a fare una cosa e l’effetto non corrisponde. Ma, continuando attentissimo nel lavoro dell’arco, a poco a poco i sensi del violinista si acconciarono ad una curiosa metamorfosi. Quelle note esili e lamentose, le quali in principio pareva che uscissero a stento, e un momento appena, fuor delle corde mortificate dal peso dei sordini, ecco che ora non solo si ripetevano nel suo cervello, ma vi si completavano riguadagnando a grado a grado la sonorità, il timbro, l’espansione di prima. Il giovine si riebbe dal suo avvilimento e si sentì invadere da una letizia profonda.... Così dunque egli le riaveva tutte ad una ad una le sue note, le belle e potenti note del suo violino, che aveva piante quasi per morte! Ora esse echeggiavano novellamente nella sensibilità del suo apparecchio acustico, e poteva vibrarle a suo piacimento ingrossandole, assottigliandole, stemperandole per tutte le sfumature del colorito musicale, atteggiandole a tutte le intenzioni, a tutte le carezze e a tutti i capricci del suo gusto d’esecutore!
E la sua mente riprese subito con gioia l’usato costume di tradurre la musica in un linguaggio d’amore rivolto alla bionda creatura del piano nobile. Il suo linguaggio divenne anzi, in quella seconda prova, più inteso e più ardente. Le note e le frasi vaporavano come una sottile colonna d’incenso dall’anima sua; forse erano la sua stessa anima, che si dissolveva in esse e saliva.
Talvolta il giovane a un tratto interrompeva il suono e rimaneva alcun tempo con la testa voltata in su verso il soffitto, ascoltando, aspettando....
Un giorno, verso l’imbrunire, stava ripassando una riduzione per violino della settima sinfonia di Beethoven. Terminato l’andante e lo scherzo egli incominciava l’adagio. Arrivato circa a due terzi di quella pagina musicale così potente di passione, il giovine marcava lentamente con l’arco del violino i quarti di una battuta d’aspetto, quando, d’improvviso, si trovò ritto in piedi, con una mano alla fronte, con tutta la persona in un atteggiamento di ascoltazione attentissima. Che era accaduto?... Nel silenzio del palazzo, si sentiva, sommessa per la lontananza, la voce di un pianoforte, che eseguiva anch’esso l’adagio della settima sinfonia. Il giovane corse a spalancare la finestra e sentì che la voce del pianoforte gli arrivava anche più distinta. Veniva dal piano superiore e si spandeva pel cortile deserto. Giunta alla battuta d’aspetto, la voce si tacque. Allora il violinista si rimise al leggìo ed eseguì, con mano tremante tutto l’adagio fino in fondo;... e il pianoforte non tardò a seguirlo, terminando, con precisa misura, una battuta dopo di lui!
Il giovine era indicibilmente commosso; ma non aveva l’aria d’essere molto sorpreso.