II.
La miracolosa corrispondenza dei suoni continuò. Per la gente che abitava il palazzo, e che, in causa dei sordini, non udiva altro suono che quello del pianoforte, il fatto fu accolto come un buon segnale della migliorata salute della fanciulla. Per il giovine parve l’ultimo termine de’ suoi desiderii e non cercava altro. Si chiudeva nella sua stanza e vi rimaneva tutto il tempo che avea disponibile, sonando Beethoven e aspettando la risposta. Questa gli veniva quasi sempre verso sera, e consisteva in uno dei pezzi eseguiti dal violinista lungo la giornata; il pezzo che a lui era parso più bello degli altri e in cui egli aveva messo, forse, più sentimento di adorazione e più forza di desiderio.
E la relazione dei due giovani rimase là. In tutto il rimanente la stessa separazione assoluta. Non un biglietto nè un cenno nè un saluto; mai nulla.
D’altra parte il violinista avea bisogno, per vivere, d’esercitare la sua professione. Andava per le case a dar qualche misera lezione, e sonava nelle chiese.
Quando giunse l’autunno, fu scritturato nell’orchestra del Comunale. Soltanto due volte vide la fanciulla nel suo palco di famiglia, in second’ordine; sempre col visino pallido e l’aria sofferente e malinconiosa. Mostrava di non accorgersi quasi affatto delle persone che venivano in palco e d’essere attentissima alla musica. Tutte due le volte, a mezzo della serata, i suoi occhi, un momento, si volsero all’orchestra e fissarono il giovine violinista che tremò nella sua sedia sotto quello sguardo. Poi si ritrassero lentamente, dolcemente, con una espressione di rinuncia rassegnata e triste.... Al domani, il messaggio d’amore del violino fu più lungo; e la risposta parve al giovine più appassionata.
Verso la metà di carnevale il violinista accettò di essere direttore d’una piccola orchestra per due balli che la marchesa X*** avrebbe dati, invitando specialmente le amiche di sua figlia, uscita di poco dal collegio.
Abbisognava un vestito nero, ma egli, poveretto, non lo aveva! Allora mise in mezzo il vecchio portiere, il quale la sera del primo ballo, gli portò in camera un vestito completo “da società„ comprato con poche lire. Il frack era troppo lungo per la statura del giovine, ma il vestito, nel suo insieme, poteva passare. Egli si annodò con cura la cravatta bianca, prese sotto il braccio il suo violino chiuso nella busta, e andò.
Gli avevano preparato uno sgabello su cui sovrastava alquanto alla piccola orchestra e dominava la sala, rimanendo assai bene in vista, in quell’appartamento signorile pieno di luce e fragrante di fiori. Nella sala grande, verso le dieci ore, erano già adunate molte signorine delle famiglie più ricche e aristocratiche della città. Alcune potevano dirsi ancora delle bimbe.
La voglia di ballare essendo in tutte grandissima, verso le undici il ballo era molto bene incamminato; e già alle ragazzine cominciava a mescolarsi qualche mamma giovine. Il direttore della piccola orchestra eseguiva i balli migliori del repertorio in voga. Dirigeva e sonava, facendo spiccare briosamente nel concerto la bella voce del suo Guarnieri. La contessina R*** fece notare alle sue amiche che avevano per direttore d’orchestra un bel giovane bruno. Le ragazze lo guardarono un poco con simpatia; ma qualcuna rise del suo abito troppo lungo.
A un tratto, si propagò per la sala un moto di curiosità, e molti occhi si volsero verso una delle porte d’ingresso.
— Hanno fatto il miracolo! — disse al vicino una vecchia signora. Una giovinetta, alzandosi in punta di piedi, aggiunse: — Ecco finalmente la Principessa invisibile!
Il direttore d’orchestra impallidì.
Intanto, al braccio del padrone di casa, appariva la signorina del vecchio palazzo. Alta e sottile, nel suo abito bianco, col suo incedere lento e gli sguardi raccolti, pareva che entrasse non a una festa da ballo ma in chiesa. Gli uomini, per la massima parte, la giudicarono distintamente bella.
Dopo alcuni minuti le fu presentato un bel giovine di maniere assai eleganti; e si mise a ballare con lui. Finiti i giri del valtzer, egli le si sedette vicino, studiandosi a farla parlare. Non pareva facile, ma di tanto in tanto riusciva; e riuscì anche a farla sorridere.
Aveva essa avvertita la presenza del violinista? Sì; egli n’era convinto, lo sentiva.... Perchè dunque essa non gli volgeva gli occhi, mai?
Il giovane attese un poco; poi cominciò a sentirsi dentro una vaga inquietudine, poi una grande impazienza, e a breve andare un vero spasimo intollerabile.... Insieme allo spasimo delle idee strane, come dei guizzi ardenti, cominciarono ad attraversargli il cervello.... Per esempio, avrebbe voluto interrompere a mezzo la suonata e andarsene; o gli veniva una voglia secca di sbattere il violino contro il leggìo; o di saltare dal suo alto sgabello in mezzo alla sala.... Ma intanto il ballo procedeva inesorabilmente e a lui toccava di sonare.... E sonava, sonava di tutta forza!... La sua fronte s’imperlava di sudore, e dei momenti pareva che il braccio e le dita gli si irrigidissero, mentre, agonizzando di desiderio, aspettava sempre dalla fanciulla una occhiata, che non arrivava mai!...
Venne ancora la volta di sonare un valtzer. Era un valtzer di Giovanni Strauss, briosissimo pel ritmo e a fondo malinconico; uno di quelli che Giorgio Sand disse nati da un misterioso amplesso del dolore e della letizia.
La bianca giovinetta lo ballava col suo solito cavaliere e pareva ogni tanto che quell’esile personcina, tra la folla delle coppie, volteggiasse leggera leggera, abbandonandosi tutta alle braccia del giovane.... Intanto il violino del direttore cantava con una voce così sorprendente che il resto della piccola orchestra era come ridotto a mezza voce. Gli astanti dovettero, per forza, occuparsi di questo straordinario esecutore di balli; e osservarono il giovane che, ritto sullo sgabello e pallido come un morto, dava dentro al suo violino con delle arcate superbe.
Guardavano tutti, ma la giovinetta non guardava. Se non che, verso la fine del valtzer, mentre il ritmo incalzava, mentre la voce nervosa del primo violino pareva che tentasse di lanciarsi a sonorità impossibili, nel silenzio della sala, sul fruscìo strisciato e cadenzato dei piedi, s’intese uno strappo secco.... Il cantino dello strumento del direttore s’era spezzato. La giovinetta, a quel punto, ebbe un tremito per tutto il corpo, si fermò in tronco, e fissò i grandi occhi sul violinista....
Il suo cavaliere la condusse verso un divano; e appena seduta essa disse, con voce appena intelligibile, di non sentirsi bene. Di lì a un quarto d’ora aveva abbandonato la festa.
La quale, non ostante, continuò in piena allegria. Al tocco, principiò il cotillon e alle tre il ballo era finito. Il direttore d’orchestra, a malgrado de’ complimenti e degli inviti, non volle rimanere a cena con gli altri sonatori, adducendo a scusa la sua grande stanchezza.
Chiuso nel suo pastrano e tremando pel freddo egli girò lungamente per la città, a caso, sotto i portici silenziosi; e rientrò nel palazzo solo verso le cinque. Giunto nella sua camera gittò il violino sul letto e si mise alla finestra. La notte era rigida e serena, con la Luna che volta al tramonto, illuminava tuttavia un pezzo del cortile e della galleria, lasciando il resto nell’ombra fredda. Il giovane, coi gomiti sul davanzale e la testa fra le mani, guardava nel cortile e piangeva delle lagrime silenziose....