I.

Ricordo la prima visita che Luciano ed io facemmo alla chiesa di Santa Maria della Vittoria.

In quel pomeriggio tranquillo di una giornata di giugno, essendo già chiusa la porta maggiore, entrammo per la sagrestia. Un sagrestano o frate custode, in lunga tonaca nerastra, ci precedeva lento; ma appena entrati in chiesa, Luciano si staccò da noi a passi frettolosi, andò a piantarsi solo in mezzo all’ambiente vasto e fissò gli occhi all’ancòna sopra l’altar maggiore.

Egli pensava discorrendo ad alta voce: — Quella parete bianca egli doveva tutta colorarla, mutandola in una scena viva!... Il soggetto gli piaceva assai e gli dava da qualche giorno una forte smania di lavorare.... L’argomento era un episodio miracoloso delle guerre di religione in Germania; un bel miscuglio di chiesastico, di popolare e di soldatesco; una immagine della Madonna portata in trionfo da un frate sopra un cavallo bianco; e dinanzi alla Madonna, dei fieri lanzichenecchi con alabarde, picche, colubrine, trombe, tamburi e stendardi sventolanti; e ogni intorno preti e frati e una grossa folla devota, festante, variopinta....

Allora il custode, volto specialmente al pittore, si mise a fare davvero il cicerone. — Il titolo della chiesa era venuto appunto dal fatto che Luciano doveva rappresentare. Paolo V, il cardinale Scipione Borghese, Domenichino, Carlo Maratta.... e altri nomi pronunciò il frate, parlando con voce velata. Da ultimo, con un gesto più largo, accennò alla cappella di sinistra presso l’altare maggiore: — Santa Teresa di Dio, capolavoro in marmo di Carrara del cavaliere Bernini!

Ci voltammo a guardare il gruppo, che conoscevamo solo per qualche brutta stampa. Cogliemmo a volo, in quella gran massa marmorea, il volto resupino della Santa, la posa del corpo abbandonato entro il ricco volume delle pieghe bizzarre, e un piede nudo sporgente dalla tonaca. Guardammo anche l’Angelo che le vibra il dardo dell’amore divino, con un volto e un riso che a Luciano (mi disse) ricordavano certe ninfe del Correggio....

Poco dopo un bel raggio di sole vespertino, quasi purpureo, venne dall’alto sulla scultura, tagliandola per obliquo in due parti; e richiamò sovr’essa i nostri sguardi. Il sole illuminava il marmo fino al soggòlo della Santa; e pel riflesso il volto di lei sembrò vivo e tutto il gruppo subitamente animato. Il frate guardava noi e il marmo, visibilmente compiacendosi per la nostra rinnovata attenzione.


La sera, desinando noi insieme a una taverna fuori di porta Pia, Luciano mi parlò sempre del suo affresco e di qualche studio che aveva già fatto. — Ma tante cose gli abbisognavano!... Non sarebbe stato necessario un viaggio a Praga per rivelare l’aspetto della città, che doveva sorgere nel fondo? E le armi del tempo? E i costumi? E tutta quella accozzaglia di soldati, di chierici, di popolo, con una prevalenza naturale del tipo czeco?...

Io ridevo di quei suoi scrupoli d’artista.

Finito di mangiare, Luciano ebbe uno de’ suoi lunghi silenzi, tenendo una mano affondata nella massa nera dei capelli e con l’altra sbriciolando per la tovaglia i pezzi di pane rimasti. A un tratto con un ghigno amaro mi disse: — Quel Bernini, ti accerto, mi secca!... Hai sentito il sagrestano? Ogni giorno vanno molti visitatori ad ammirare il cavalier Bernini!... Bel gusto deve essere il mio!... Ma io mi chiuderò bene dentro il mio ponte....

E gettò via una galla di mollica, come irritato. Io invece volevo che fosse di buon umore.

— Tu farai un grande affresco; tu supererai ogni altro tuo lavoro. E un giorno la gente andrà a Santa Maria della Vittoria per vedere il tuo affresco....

Luciano mi piantò in faccia due occhi scintillanti e capii che avevo colto nel segno. L’idea di intraprendere una gara vittoriosa forse gli era balenata prima; ma adesso, udendola suonare nelle mie parole, gli gonfiava il petto di una gioia superba.

Rientrammo in Roma a notte; e per via Venti Settembre gli domandai se la Gerolomina avanzava nello studio. Anche quella era un testo gradito per Luciano. Quella bimba doveva essere la sua migliore opera, diceva talvolta. E come si compiaceva a riprovare con essa sul vivo, diceva egli, le sue idee sulla educazione dell’arte! — Ti mostrerò presto alcuni suoi disegni; e ti persuaderai che per tornare allo schietto e al semplice non c’è bisogno della metafisica degli esteti e della falsariga dei prerafaellisti....

E prima di separarsi da me fece un gran gesto con cui pareva che volesse abbracciare il mondo:

— Bisogna tornare alla vita, mio caro! La vita, la vita come la sentiva Leonardo! — Poi lo vidi voltare per via Nazionale mandandosi con una mano nella nuca il largo cappello, come soleva quando era di umor lieto.

Tornato dopo qualche tempo a Roma, io domandai subito di Luciano e del suo lavoro; e nessuno seppe dirmene più che tanto. Parlavasi che da un paio di mesi egli s’era finalmente deciso ad alzare il suo ponte a Santa Maria della Vittoria, e che stava chiuso tutta la giornata lassù, impenetrabile perfino, dicevano, al principe romano committente dell’affresco. Difficile poi trovarlo di sera perchè non aveva osteria fissa per il pranzo. Si vedeva ora qua ora là, taciturno, con l’aria del viso più lunatica che mai, visibilmente disposto a evitare compagnia. Spesso era con lui la solita ragazzetta, che gli portava dietro dei gran rotoli di carta e degli album, e stava a guardarlo silenziosa mentr’egli mangiava. Prima delle nove rincasava sempre, come per il passato.