II.
Quando, un anno dopo, entrai nella stanza di Luciano infermo, oltre il suo aspetto assai miseramente mutato, due cose mi fermarono subito: Gerolomina seduta accanto al letto, sempre col suo visino di bimba malaticcia, immutata: e sulla parete, a destra dell’infermo, una fotografia Alinari piuttosto grande della Santa Teresa di Bernini. La bimba aveva un libro in mano e al mio giungere sospese la lettura.
La madre di Luciano mi aveva fatto entrare senza annunziarmi, tranne all’atto stesso d’aprire l’uscio, trattandomi con la confidenza di un vecchio compagno di scuola di suo figlio. Benchè mi avesse scritto d’andare a trovarlo, parvemi che la mia entrata improvvisa lo turbasse un poco.
Si levò a sedere sul letto e mi chiese: — Che tempo porti? — Avendogli detto che fuori faceva una pessima serata del nostro inverno settentrionale, si lasciò andare sotto le coperte brontolando: — L’ho sentito nelle ossa fin da stamane.... Oh che brutta idea è stata quella di farmi venire quaggiù! A Roma ora fa certo un tempo magnifico....
Intanto Gerolomina si era alzata e, posato il libro su la sedia, era uscita dalla stanza senza far rumore, come una piccola ombra.
Allora Luciano mi disse: — T’ho fatto chiamare perchè ho proprio bisogno di parlarti:... Hai visto? (E accennò col capo e con gli occhi la fotografia sulla parete). Già mi sono accorto che, appena entrato, vi hai fermato su lo sguardo.... Avresti mai pensato, quella sera che pranzammo fuori di Porta Pia, che essa mi avrebbe seguito fin qui? Oh!...
E con uno scatto nervoso si rimise a sedere sul letto.
— Sentimi, amico; ho acquistata ormai la certezza che il mio male è molto, molto più serio di quel che vogliano farmi credere.... Lasciami dire, che so quello che dico! Ma prima che accada di me quello che Dio vorrà, io ti voglio raccontare tutto.... Perchè ho io questo bisogno? E perchè raccontare proprio a te e non a un altro?... Non lo so. Forse perchè fu con te che io ebbi occasione di parlare di Lei la prima volta in vita mia.... Senti dunque. Una mattina stavo lavorando sul ponte, solo, come sempre, in mezzo a una quiete perfetta, la chiesa non essendo ancora aperta al pubblico.
— Ero sempre ai preparativi del dipinto, alle misure, ai cartoni, agli spolveri. Ma il disegnino della mia composizione era lì dinanzi a me, terminato; e ne ero contento; e guardandolo vedevo già l’opera mia compiuta. Poi levavo gli occhi alla gran curva dell’abside.... e quella parete vasta e grigia, tracciata qua e là da qualche segno di carbone, ora mi ispirava un vivo entusiasmo di lavoro, ora mi buttava giù, mi deprimeva la volontà, mi faceva provare qualche cosa di simile al senso pauroso del vuoto, quando guardiamo da una grande altezza.... Più volte ho cercato di ricordarmi bene tutte le altre più minute circostanze; ma non ci riesco. Questo ricordo bene che quel giorno, lassù, in mezzo a quel silenzio perfetto, la vasta sonorità del catino dell’ancòna si empì improvvisamente d’alcune parole uscite dalla mia bocca: Aut pati, aut mori.... E subito dopo mi meravigliai di averle pronunziate.... O di dove m’erano venute quelle parole latine?... Poco dopo aver formulata dentro la mia testa la domanda, mi ricordai di averle viste, qualche anno fa, scritte a grandi caratteri neri, sulla fronte di una chiesa barocca a Napoli e precisamente mentre attraversavo una piazzetta in carrozzella, accompagnando Matilde Serao e la Duse.... La evocazione del mio ricordo fu così nitida e piena, che mi parve anche di sentire distinto e dolce il suono della voce della grande attrice che, avendo letto con me, disse a noi due: è la divisa di Santa Teresa di Dio....
— Allora mi venne in mente di scostare un poco la tela con la quale mi chiudevo sul ponte; e guardai curiosamente giù in basso, verso la cappella a sinistra dell’altare maggiore.... Quello che vidi, alla prima, mi parve un fatto molto comune e senza significato. Il sagrestano frate, quello che aveva introdotti nella chiesa me e te la prima volta, era salito sull’altare e si moveva intorno al gruppo del Bernini.... Lo vedevo magro e piccolo nella sua tonaca nerastra, con un fazzoletto turchino girato intorno al collo, e tutto affaccendato a pulire la raggiera, l’Angelo e specialmente il corpo marmoreo di Santa Teresa. A poco a poco la mia attenzione si accrebbe; dimenticai l’affresco e mi posi a osservare minutamente ogni suo atto. Da prima adoperava un canavaccio ruvido e un piumaccio a manico lungo fatto con un fascio di penne, poi sottentrava con una pelle di camoscio a strofinare, insistendo con una accuratezza minuziosa e lenta.... Andava col suo lavoro da destra a sinistra, dal basso all’alto, mostrando la pratica dell’uomo avvezzo; e quando gli abbisognava di salire, metteva franco i piedi nelle parti sporgenti delle due figure, come su dei gradini noti, abbrancandosi qua e là e avendo ogni tanto dei movimenti vibrati e agili come di scimmia.... Nei momenti che stava fermo, mi diede anche l’immagine d’un grande pipistrello nereggiante sulla candidezza lucida del marmo.... Qualche volta poi lo vedevo affondare le mani in uno dei molti sottosquadri di quell’ampia tonaca di suora, e frugarvi dentro, quasi indugiando a cercare sotto gli indumenti le forme vere del corpo.... Da tutto quel lavoro non si levava polvere. Anche questo notai: e ne indussi che quella pulitura doveva essere molto frequente; forse quotidiana....
— Ma perchè stetti io tanto tempo guardando?... Te lo dico subito. Perchè tutto quello strofinare e lisciare e toccare del sagrestano e quel suo agile salire e scendere su quel corpo di bella donna svenuta, a poco a poco trasferirono in me un sentimento strano. Da prima avrei voluto semplicemente che smettesse presto. Ma poi che egli andava ancora in lungo, la mia insofferenza crebbe sino alla irritazione; e seguitando egli ancora, si mutò in rabbia vera e in tormento.... Dei momenti mi ritraevo a girare sbalordito per il ponte, sperando di non vederlo più; poi mi riaffacciavo; e quel torzone maledetto era sempre là affaccendato e instancabile.... Adesso aveva preso un fare più blando, quasi carezzevole. Passava delicatamente sul marmo con la sua pelle di camoscio, dando qua e là dei tocchi leggeri, simili a quelle ultime passate di rasoio che dà il barbiere ad una faccia, quando sta per finire di raderla....
— Finalmente vidi l’uomo scendere dall’altare. Prima si sedette su la predella ad arrotolare con cura la pelle di camoscio; poi s’alzò, si buttò il canavaccio su le spalle e col piumaccio in mano uscì lentamente dalla cappella. Quando si inginocchiò dinanzi all’altar maggiore togliendosi la callottola, gli vidi la faccia accesa e la testa calva lucente di sudore....
Che sforzo fu il mio a lasciar passare qualche minuto! Quando potei calcolare che il sagrestano era uscito dalla chiesa, calai rapidamente giù per la scala di legno, andai difilato alla cappella, presi in un canto lo sgabello che aveva servito a lui e mi trovai anch’io sull’altare in faccia a Santa Teresa.... Adesso, non ridere, sai!...