LA MIA UNICA TRAVERSATA.
In questo mese, il molto discorrere dei giornali intorno alla Sardegna, mi ha fatto ripensare più volte il mio unico viaggio all’isola. Sono passati de’ begli anni! Ma parecchi dei miei ricordi sono sempre vivi e come di ieri.
La mia traversata fu più triste che lieta per lo stato del mio animo, per gli incidenti penosi e le contrarietà che non furono poche; senza contare il mal di mare, che mise in me un odio non ancora placato....
Oh, le mie lunghe ore di spasimi in quella eterna notte, entro quelle spaventevoli Bocche di San Bonifazio!
Io mi vedo ancora — al primo rompere dell’alba di una fredda e ventosa giornata, verso gli ultimi di dicembre 1865 — sopra una barchetta ballonzolante, che dal Molo di Livorno mise più di un’ora ad accostarmi alla scaletta della Sardegna; la quale era, credo, la peggiore fra le carcasse marittime che, a quel tempo, facevano il viaggio dal continente italiano all’isola, sotto gli ordini della Compagnia Rubattino. Arrivai sul cassero già tutto scombussolato dai marosi che per venti volte mi avevano avvicinato e respinto dalla nave; e mi bastò la nausea provata a respirare quell’aria sazia di olio rancido per convincermi che non entravo in un luogo di pace.... Il mio stomaco ebbe subito l’intuito di tutte le sofferenze che l’aspettavano; e non si rassegnò, nè seppe armarsi di coraggio.
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Quando fummo in vista dell’isola d’Elba, seppi da un servitore di bordo che la Sardegna portava un carico di camorristi napoletani condannati a domicilio coatto. Erano tenuti chiusi giù presso la sentina. Cattiva zavorra!
Ma il mare non era ancora grosso e il male mi pareva tollerabile. Potevo dunque distrarmi, e guardare ai contorni alti e foschi dell’isola, che si mostravano tra la nebbia, e pensare a Napoleone I, alla sua fuga e ai suoi “cento giorni....„ Seppi che il capitano della nave si chiamava Garibaldi; un bel vecchiotto ligure di modi cortesi e di poche parole. A colazione, probabilmente in causa della mia faccia smorta, egli mi aveva augurato il buon appetito con un sorrisetto bonario nel quale era facile di scorgere una fede men che mediocre. Difatti, non ancora finito di mangiare un’acciuga, io mi ero già alzato, e barcollando mi allontanavo dalla mensa....
Verso sera mi parve di notare un certo rimescolio e qualche segno di inquietudine tra la gente di bordo. Io ero già divenuto molto egoista e guardavo con grande apatia le cose di questo mondo; ma senza domandare, imparai che, sotto coperta, le cose di questo mondo non procedevano troppo regolarmente. Giù nel loro camerotto i condannati tentavano una vera rivolta, che era cominciata con una rissa e con del sangue. S’intende che, malgrado tutte le perquisizioni, parecchi di essi avevano saputo portar con loro il coltello.... Cattiva zavorra! ripensai. — Intanto mi giungeva la voce secca del capitano che dava degli ordini in dialetto genovese. Poi me lo vidi passare innanzi rapido e tranquillo insieme a due carabinieri; e tutti e tre sparire sotto una specie di botola che si apriva vicino all’albero maestro....
Io non ricordo se fui attratto dalla calma risoluta di quel vecchio o se fui spinto istintivamente dal bisogno di trovar sollievo in una distrazione qualunque. Fatto è che andai dietro anch’io; e dopo una lunga discesa, attaccandomi ai piuoli di metallo d’una scala strettissima e buia, mi volsi a guardare in fondo.... Sotto di me il luogo era ben rischiarato da una piccola lanterna che uno dei carabinieri teneva in mano. Egli pure s’era fermato sui piuoli della scaletta e proiettava dall’alto i raggi sopra le figure del camerotto sinistro. I coatti non erano certo meno di venti e sedevano tutti per terra. Il capitano, ritto in mezzo ad essi, come un domatore nella gabbia delle fiere, faceva loro un discorsetto alla buona, senza gridare. Ma parlava con voce molto ferma; e capii che diceva, in sostanza: — Sulla nave, egli si sentiva “come un re di corona„; e al primo altro cenno d’insubordinazione, aveva stabilito di estrarre a sorte tre di loro e di farli impiccare subito ai cordami della nave....
Nessuno di quei seduti si mosse e nessuno parlò. Io dal mio posto vedevo le teste immobili, non i volti; tranne d’uno, che appoggiava le spalle e l’occipite alla parete e aveva sulla camicia bianca una larga macchia rossa; anch’esso perfettamente immobile, col suo viso giovanile, attento e composto....
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O Enosigèo! o Posseidone! o divino Mare! Quando io ti amavo nei canti dei poeti, immaginandoti così bello nelle tue collere; quando invidiavo Ulisse sulla nave sbattuta dai marosi e minacciata dagli scogli, e, levata la faccia dal volume, respiravo a pieni polmoni, come se una poderosa aura di vita inondasse la mia cameretta e giocondasse la mia anima; — quando mirandoti dal lido, o placido o irato che tu fossi, ti celebravo e ti benedicevo, principio eterno e incorruttibile di forza, di salute e di giocondità; — o sposo di Anfitrite, o padrino di Venere, o Mare divino! — come mai avrei potuto immaginare che tu, la prima volta ch’io m’abbandonavo a te, mi avresti accolto con delle sofferenze così lunghe, così atroci e così miserabili?
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Adesso voglio dire come feci la conoscenza del signor Giovanni Opfer, olandese.
Lo spaventevole rullìo che durava da un pezzo, aveva anche all’interno trabalzato e sconvolto ogni cosa. Il bastimento pareva accecato. Io giacevo nella mia cabina circondato dalla più trista e dalla più fetida delle oscurità, rotta ogni tanto da un po’ di luce livida e odiosa che entrava non so da che parte. Vicino a me una voce infantile strillava senza posa; e non udivo alcun’altra voce che lo confortasse o che almeno lo sgridasse.... Per quanto rinchiuso io fossi nella patologia del mio egotismo, quel continuo piangere di bambino abbandonato mi dava una pena indicibile. E non avevo nemmeno la forza di chiamarlo.... Ho detto che giacevo nella cabina; ma chi mi legge intenda. In una delle mie svariate violenze acrobatiche puntai i miei due piedi al soffitto della cabina e cominciai a spingere, a spingere.... A un tratto sentii che il soffitto cedeva; e quasi nello stesso tempo, come un’ombra nera, vidi passare di fianco a me un corpo umano, che pioveva dall’alto urlando; poi mi sentii premere sul petto da due grosse mani e udii delle parole in una lingua che non capivo, ma che certo avevano un tono tutt’altro che amichevole per me. Io risposi, senza muovermi:
— Se volete ammazzarmi....
Che suono avessero le mie parole io non saprei dire; ma produssero sicuramente un effetto di pacificazione. La stessa voce ripigliò con modo calmo e quasi flemmatico, in italiano:
— Aspettate che accenda un fiammifero....
Al chiarore della fiammella ci guardammo. Egli era un giovanotto alto, piuttosto tarchiato, piuttosto bello, biondo e roseo. Io dovevo aver una faccia da far paura o pietà; ma il mio sconosciuto preferì di ridere sonoramente, non sapevo se di me o del bizzarro caso che ci faceva conoscere a quel modo. E continuò a discorrere in buon italiano, con gaiezza amichevole:
— Sicuro! Quelle Bocche di San Bonifazio erano una gran noia per i viaggiatori; e in quel momento passavamo appunto il tratto più scabroso.... Ma egli non temeva il mare. Tutt’altro! In mare egli mangiava, beveva benissimo; fumava come un turco e ci dormiva dei sonni tranquillissimi.... Ah, se io non lo avessi svegliato a quel modo!
— Scusatemi! Le cose fatte coi piedi....
La sua grande indulgenza mi aveva dato perfino il coraggio di scherzare; e la sua vista, la sua voce e le sue buone parole mi rianimavano un poco. Finalmente egli si volle presentare in forma: — Si chiamava Giovanni Opfer, olandese; viaggiatore della Casa.... Come da dieci anni, faceva ora il suo solito viaggio in Sardegna ad acquistarvi delle pelli di capretto. — Io, oltre il mio nome, gli dissi che ero stato nominato da poco professore e che il Ministero mi mandava a fare la mia “prima tappa„ a Sassari, come insegnante di storia nel Regio Liceo Azuni.
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A Porto Torres non ci vollero. Mentre la Sardegna avanzava tranquillamente nelle acque del porto, vidi che cinque o sei barche le venivano incontro. Poi, come fu gettata l’àncora, una di esse venne sotto la nave, fin presso alla scala d’approdo; e il capitano discese a parlamento.... Che c’era di nuovo adesso?!... Il nostro Garibaldi per un poco alzò la voce, giurando in italiano e in genovese. Ma alla sua molte voci rispondevano dalla barca prossima, intanto che quelle rimaste indietro si avvicinavano e si collocavano dinanzi a noi, come una minuscola flottiglia.
Ogni barca era piena di gente; e vidi che tutti si volgevano verso di noi con delle faccie tutt’altro che amiche. Alcuni vociavano e gesticolavano; alcuni altri guardavano senza parlare nè muoversi, inalberando certi lunghi fucili, di forme, se vogliamo, antiquate, ma punto rassicuranti....
In sostanza, s’era a quei giorni parlato nei giornali di qualche caso di colera, non so in che luogo della penisola; e questa notizia era bastata perchè quei dell’isola non ci volessero a nessun patto, se prima non eravamo passati in quarantena. Era troppo recente il ricordo della epidemia del 1855, che per tutta la Sardegna, e specialmente a Sassari, aveva menato strage, fino a ridurre a metà la popolazione; e aveva lasciato negli animi un ricordo di orrore e di terrore.
Inutile dunque ogni resistenza. E dovemmo deciderci a riprendere il largo e a far rotta per Alghero, ove le delizie di una quarantena ci aspettavano. Vale a dire la bellezza di altre nove o dieci ore di mare, traversando tutto il golfo dell’Asinara e girando il Capo del Falcone e poi quello dell’Argentina, sino alla nuova meta. E per quanti giorni il Lazzaretto? Chi diceva per dieci, chi per venti, chi per quaranta giorni....
Le nostre benedizioni furono molte.... E dopo mezz’ora l’amico Posseidone cominciava a trattarmi come prima. Bontà sua!
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Quando fummo in vista di Alghero, imparammo che il Lazzaretto non era presso la città ma in una piccola isola posta di faccia ad essa, e distante circa di mezz’ora.
Al mio amico Giovanni Opfer, che conosceva Alghero, questa parve una buona notizia, e voleva che me ne consolassi; ma io, che vedevo tutto in nero, gli rispondevo che questo moltiplicarsi di isole per me era tutt’altro che di buon augurio. M’avevano obbligato a muovermi da casa mia per approdare ad una sola; ed era anche troppo!....
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Quando le fummo presso, diedi un’occhiata alla minuscola isoletta di Santa Maddalena; e mi venne in mente “l’isolotto funèbre„ descritto da Aleardo Aleardi. Non era la Meloria; ma per la mia fantasia doveva essere qualche cosa di ugualmente infausto e infame. Un marinaio dal bastimento mi segnò col dito una vecchia casa scoperchiata del tetto; e mi disse, — il Lazzaretto è quello! — Per tutta la spiaggia, e guardando oltre verso l’interno dell’isola, non si vedeva altra abitazione; nè una figura umana nè un albero.... Scendemmo a terra. La giornata invernale e nebbiosa stava per finire; ed io non ricordo d’avere mai visto scendere sul nostro globo un tramonto più brutto e più malinconico.
Tutta la vecchia casa scoperchiata si riduceva al pian terreno, con un androne in mezzo a due stanzoni bassi, nudi e sordidi. Unico mobiglio, qua e là dei mucchi di paglia e alcuni materassi, che un tempo saranno stati bianchi e che da più parti mostravano la imbottitura di stoppa.... Non proseguo nel descrivere, poichè, quando posso, io amo di attenermi alla massima di Ernesto Renan, che soltanto le cose belle dovrebbero essere assunte dagli scrittori all’onore di una descrizione....
Saremo stati circa una quarantina di infelici, d’ogni sesso, età e condizione. Delle separazioni personali una sola era possibile; quella degli uomini dalle donne; e fu effettuata, credo, con soddisfazione scambievole.
Dopo un paio d’ore, quelli dei nostri compagni di stanzone che appartenevano alla così detta plebe, già se la dormivano sdraiati sulla paglia e sui materassi. Parecchi russavano. Beati loro! Io e l’amico Opfer passeggiavamo infaticabilmente per tutto lo spazio libero, discorrendo e tempestando sulla triste ventura che ci era toccata. Io gridavo:
— Ma è mai possibile che possano lasciarci a lungo in questa abominevole condizione?!...
Il buon olandese continuava ad offrirmi ogni tanto dei cattivi sigari d’Amburgo; e visibilmente si ingegnava a cercare delle buone parole per sollevarmi un poco l’animo. E qualche volta ci riusciva:
— Domani voi scriverete al sotto-prefetto di Alghero; voi gli descriverete queste orribili cose; voi lo assicurerete che non proveniamo da luoghi infetti e domanderete la nostra immediata liberazione; voi vi firmerete col vostro titolo di professore, ed egli vi ascolterà.... Che diavolo!...
Così egli mi dava un’idea magnifica dell’autorità che dovrebbero godere i professori liceali in Olanda... Intanto le ore di quella notte passavano una dopo l’altra, lente, lunghe, opprimenti; e in noi si andavano accumulando una profonda stanchezza e un fastidio indicibile. I due sentimenti combattevano pro e contro la nostra gran voglia di sdraiarci, come gli altri, sulla paglia e dormire.
Delle poche lucerne attaccate ai muri del nostro stanzone, alcune erano ridotte al lumicino, altre si erano spente. Un forte odore di moccolaia errava nell’aria cortesemente e si aggiungeva a tutti gli altri odori del luogo....
Il buon olandese, dopo essere stato per tanto tempo il mio consolatore, appariva adesso più stanco e più abbattuto di me. Allora io mi posi a declamargli quel celebre Capitolo di Francesco Berni:
Udite, Fra Castoro, un caso strano,
che evoca e volge al riso tante immagini conformi al caso nostro. Tutto inutile!... Pareva che la stanchezza e la malinconia gli cominciassero dai capelli, i quali spiovevano nella loro biondezza cinerea sugli occhi appesantiti. La faccia era sempre paffutella e rosea ma appariva un po’ stirata agli angoli della bocca e come tutta mortificata da un malcontento infantile. Egli era comico e triste....
— Amico, se provassimo anche noi a stenderci un poco? À la guerre comme à la guerre....
— Avete ragione.... À la guerre....
E si lasciò andare come uno straccio sovra un mucchio di paglia. Dopo cinque minuti egli dormiva; e allora anch’io mi stesi vicino a lui ad aspettare il sonno. Intanto che aspettavo, mi sovvenne che quella era l’ultima notte dell’anno 1865; anzi, che essendo passata la mezzanotte da un pezzo, io ero già entrato nell’anno 1866....
Allora sentii qualche cosa dentro di me, come se il cuore improvvisamente mi si ingrossasse fino ad aprirsi, e ne uscissero i ricordi e gli auguri pieni di tristezza e di tenerezza, volando via come stormi di colombi viaggiatori. — “Buon anno! Buon anno! Buon anno!„ — E tenendo gli occhi chiusi, attraversavo il Mediterraneo e tutta Toscana, valicavo gli Appennini, andavo di filato a Bologna, entravo nella mia casa, passavo dall’una all’altra nelle stanze silenziose, ove quelli della mia famiglia forse a quell’ora dormivano e certo s’erano addormentati pensando a me. — “Buon anno! Buon anno! Buon anno!„.... — Avrei anche voluto che il mio vicino fosse sveglio; e mi doleva che, allo scoccar della mezzanotte, non avessimo pensato a scambiarci un augurio, serrandoci la mano, come due vecchi amici.
Poi volli distrarmi da tutta quella tenerezza; e ruminai di nuovo nella memoria il Capitolo di Francesco Berni:
O Muse, o Bacco, o Febo, o Agatirsi!
Correte qua chè cosa sì crudele
Senza l’aiuto vostro non può dirsi....
Ma che cosa accadeva nello stanzone dei dormienti? Che cosa si rimescolava a quell’ora, nella paglia e tra i materassi?... Ebbi da prima la apprensione vaga di tutta una animazione extra umana, che abitasse insieme con noi, respirasse e si movesse vicino a noi, secondo leggi, istinti e abitudini proprie.... Poi cominciai a cogliere, dai punti lontani dell’ambiente, qualche fruscìo, qualche rodìo e perfino dei lievissimi gridi che parevano sibili.... Mi posi sull’attento.... Non c’era dubbio; avevo ben visto qualche cosa balzare o guizzare per un momento vicino a me....
I topi?... Credo che avevamo già accennato ad essi, io o l’olandese, al nostro primo giungere, là dentro, come a nostri compagni inevitabili. Ero dunque prevenuto e rassegnato a sopportare, alla meglio, anche quella tra le tante altre forme di schifo che si accoglievano in quella trista dimora.... Ma altra cosa è udire, altra cosa vedere e quasi toccare con mano!
La conclusione fu questa. A vedermi dinanzi, nella luce incerta, tutte quelle sorche nere, sbucanti d’ogni dove, brulicanti da per tutto, aggirantisi vicino e sopra quei corpi di addormentati, sempre più numerose, sempre più invadenti, odiose, cercatrici, forse fameliche — o ribrezzo o paura che fosse — io non potei assolutamente resistere.... Balzai in piedi come lanciato su da una molla, infilai l’uscio, mi trovai nell’androne, ove travidi due o tre custodi appisolati sulle sedie, e mi diressi a una delle porte grandi, che trovai socchiusa. La spinsi e uscii all’aperto.
Ci avevano ben avvisati che ogni tentativo di evasione del Lazzaretto costituiva, per legge, una mancanza gravissima, la quale avrebbe potuto persino giustificare un colpo di fucile da parte dei custodi!... Ma io non ebbi nemmeno l’idea del pericolo. Io non pensavo che a fuggire da quel luogo schifoso, da quell’afa opprimente, da quella moltitudine immonda. E respiravo con gran sollievo l’aria fredda della notte; e seguitavo ad andare sempre più lontano, verso l’interno della piccola isola.
***
Erano forse di tamerici gli alberelli bassi e radi fra i quali, andando sopra un terreno sabbioso, mi internavo nell’isola; o erano di una piccola palma di quei luoghi che ho vista poi illustrata dal La Marmora nella sua descrizione della Sardegna. Ben ricordo che andavo, andavo sempre; e che, le piante facendosi via via molto meno rade, finii per trovarmi entro una vera boscaglia nana. Qua e là vedevo anche alzarsi qualche bell’albero, e dense masse di grandi cespugli nereggiare dinanzi a me.
Vedevo, sulle prime, alla luce di un bellissimo cielo stellato. Forse la luna era tramontata da poco. Intorno a me una grande solitudine e quiete profonda.
L’aria non era punto rigida. Avevo come la sensazione di affondare e di perdermi in tutto quel silenzio, in mezzo a quella solitudine, in mezzo a quella ignoranza di luogo primitiva e selvaggia. Che m’era accaduto?... Che lasciavo io dietro di me?... Non so nella mia vita io sia mai pervenuto a provare un oblìo più completo di tutto, nel rapimento dilettoso di una libertà inaspettata e sconfinata....
Intanto s’era fatto giorno pieno da circa mezz’ora. Io guardavo innanzi a me alla distesa indefinita del piano boscoso; e m’allegrava la vista di tutta quella vegetazione ondeggiante nella luce vivida e nell’aria un po’ cruda della mattinata invernale. — A un tratto la mia solitudine cessò per una improvvisa apparizione.
Era formata da un gruppo d’uomini in piedi, bruni, barbuti e immantellati, che grandeggiavano pittorescamente in quella breve radura del bosco. Capii che mi osservavano; e subito mi avvicinai, dando ad essi il buon giorno e il buon anno! Quello che pareva il più vecchio, senza muoversi, guardandomi fisso, cominciò a interrogarmi; e alle prime domande mi pareva che parlasse latino.
— Sei tu continentale?
— Sì.
— Sei tu cristiano?...
Forse, per la singolarità della inchiesta, io tardai un poco a rispondere. Credo d’avere anche, senza malizia, sorriso. La faccia del vecchio allora si annuvolò:
— Voi altri continentali siete tutti diavoli!... Recita il Pater noster....
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La mia stupenda visione, pur troppo, non durò un pezzo! Uno dei più giovani del gruppo mi stese gravemente la mano; e io vi deposi una lira d’argento.
Senza indugio mi offersero di cuocermi il furia furia, che è il cibo tradizionale sardo, tanto celebrato. Poichè erano nè più nè meno che dei buoni pastori positivi e moderni questi figliuoli dell’antica Ichnusa, che portavano la “mastruca„ sarda come un bel paludamento orientale e che un poco prima mi avevano fatto pensare a una composizione biblica di Gustavo Dorè....
Il giovane era andato al gregge, che pasceva poco distante dietro una macchia; e tornò subito con un capretto ucciso, che fu scuoiato e sventrato in mia presenza. Intanto un altro pastore tagliava dal cespuglio vicino, mondava dalle foglie e appuntava un lungo ramo di carubbo, a guisa di spiedo. Un terzo accese un fuoco di sarmenti secchi, che subito levarono una bellissima fiamma. Il capretto, legato bene con un giunco e ridotto a un globo di carne sanguinante, venne rapidamente infilato al ramo.
Allora il furia furia cominciò nella sua forma di rito. Quello dei pastori che teneva il ramo si mise a girare rapidamente dintorno alla fiamma, ora accostandovi, ora allontanandone un poco il capretto; e molto abilmente voltandolo e rivoltandolo, per modo che sentisse da ogni parte l’azione del fuoco. Un altro pastore girava anch’esso dietro al primo; e ogni tanto gettava sulla carne qualche grano di sale e mormorava continuamente non so se una preghiera o delle parole cabalistiche... La scena bizzarra aveva un poco l’aspetto di una cerimonia mistica.... Sul fuoco erano buttati sempre nuovi sarmenti e le fiamme ondeggiavano all’aria crepitando. Dintorno si spandeva un forte aroma di mentastro, misto all’odore buono della carne arrostita.
Fu una faccenda di pochissimi minuti; e sovra una tovaglia grossolana ma pulita mi venne imbandito il piatto sardo, che trovai, allora e dopo, veramente gustoso.
Dopo venne la volta del latte fresco e del formaggio, con pane durissimo e nero, che il vecchio mi andava cavando fuori da un gran sacco di pelle; e aveva persino la bontà di affettarmelo con un suo coltellino. Dopo tante dolorose vicende di terra e di mare, il mio stomaco tornava a vivere!... Ed io dimostrai ai miei ospiti un appetito degno d’un convitato d’Agamennone.
Il vecchio pastore mi guardava mangiare, incoraggiandomi col suo riso di patriarca, che rilevava i suoi due zigomi sopra la barba fluente.... E ogni tanto mi tendeva ancora la mano.
Oh, furono veramente delle ore belle, delle indimenticabili ore di gioia quelle che io passai nell’isoletta di Santa Maddalena, insieme ai pastori, il primo giorno dell’anno mille e ottocento sessantasei!... Quante volte, errando pei facili meandri di quel piccolo bosco odoroso, in quella fresca e serena giornata, come il più libero degli uomini — insieme a Melibeo, a Titiro, a Menalca, a Corridone e compagni — io alzavo la faccia a consultare il sole; e avrei voluto inchiodarlo nella sua vôlta zodiacale!
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Ma anche quella giornata volse al suo termine; e bisognò pensare al ritorno.
Come sarei stato accolto al Lazzaretto? Che s’era detto della mia scomparsa? Che ne aveva pensato il mio buon amico olandese Giovanni Opfer?.... Immaginando tutto quello che probabilmente mi aspettava, sentivo dentro una ripugnanza al ritorno, una inquietudine mortale.... Eppure bisognava ritornare!... Ripresi dunque la via per accostarmi all’orribile casaccia scoperchiata; e quando me la vidi a breve distanza grandeggiare sull’umile linea della spiaggia, provai un sentimento di vero odio, come se vedessi un nemico.
Ma poichè avevo cominciato con le buone sorprese, una seconda doveva io trovarne al ritorno; e la più allegra di tutte.
Giovanni Opfer mi venne incontro con in testa un bellissimo fez rosso, che gli dava una fisonomia lieta e quasi trionfale:
— Buone nuove, mio caro! La nostra orribile prigionia è ormai finita!... Ma voi, che Dio vi benedica!... Dove siete stato?...
Gli raccontai la mia storia e gli domandai perdono d’averlo così egoisticamente abbandonato. Egli mi disse che aveva pensato di spiegare la mia scomparsa in modo da far credere che io — nella mia qualità di professore — mi ero recato dal sotto-prefetto di Alghero a sollecitare la nostra liberazione. E m’assicurava che la sua storia non aveva trovato increduli!...
Gli risposi che avrei voluto essere il suo concittadino Rembrandt e fargli subito il ritratto, da conservare e tramandare ai miei figliuoli, quando ne avessi avuti.
Allorchè giungemmo alla spiaggia, tutti i passeggeri della Sardegna erano all’aperto. Essi guardavano con lieta aspettazione verso il mare, a una barchetta che lentamente si accostava.
Dopo poco vidi mettere piede a terra un bel vecchietto, elegantemente vestito di nero, che seppi essere il medico primario di Alghero. Chiese che ci avvicinassimo. Quando ci ebbe visti bene allineati dinanzi a lui, mise l’occhialino e domandò sorridendo:
— Loro signori stanno tutti benissimo?...
— Tutti benissimo!
— In questo caso io li dichiaro liberi dalla quarantena; e possono passare meco in città.
Nel ritorno, più d’uno dei liberati volle congratularsi con me e ringraziarmi calorosamente.... Io me la cavai con delle interiezioni prudenti.
Finalmente entrammo nella vecchia Alghero — così cara a Carlo Quinto e così volentieri saccheggiata dai suoi lanzi — io e l’amico Giovanni Opfer, sopra una carrozzella molto sgangherata, ma soddisfatti e allegri proprio come se fosse quella la meta lungamente desiderata di un caro nostro pellegrinaggio.... Mentre stavamo fermi sulla porta per la visita dei doganieri, ricordo una vecchia giallognola e grinza, che ci fissava con due occhietti che parevano spiritati. Poi disse forte, in puro castigliano:
— Que feos (brutti) son, estos forasteros!
E fu con questo saluto che io feci il mio ingresso nella bella isola del Giudice Nino e di Leonora d’Arborea.