PRIMO RICORDO.

Adesso io voglio risalire con la mente al primo ricordo preciso della mia vita. Più in là, per quanto io guardi, non veggo che ondeggiarmi dinnanzi qualche ombra vaga, perdentesi nei primissimi crepuscoli della mia memoria.

Ecco: io veggo ancora la casetta ove la mia famiglia passava gran parte dell’anno quand’ero bambino; bassa, bianca, con le finestre verdi, non circondata d’alberi, posta fra la strada maestra e il fiume Savena, a cinque chilometri da Bologna.

Doveva da poco essere incominciato il giorno, perchè, guardando dalla finestra, io vedevo il cielo da una parte tutto sparso di nubi rosse; un rosso vivissimo, come non ne ho visto di poi che assai rare volte, in qualche tramonto estivo.

Quantunque fosse così di buon’ora, nella casa era un tramestio insolito. Sentivo aprire e chiudere usci, sentivo passi affrettati e bisbigli.

Certo io non mi vestii e non scesi di letto senza aiuto; ma non mi posso ricordare di chi m’aiutasse. Veggo la fisonomia d’una ragazza di casa, l’Eugenia; ma quella fisonomia si mesce confusamente a quasi tutti i miei ricordi infantili.

Dopo, la mia memoria si perde per un certo tratto. C’è come uno strappo che non riesco a riunire.... Dove e come io abbia passato quella giornata non ricordo; un momento mi veggo in confuso a passeggiare con un grande cane pastore vicino al fiume, che cominciava ad ingrossare per una delle solite piene d’autunno.

Probabilmente mi avranno tenuto apposta fuori di casa, ove io non poteva che essere, molto male a proposito, tra i piedi alla gente. Ma più tardi, forse verso il tramonto, ecco ch’io sono ancora in casa mia e precisamente sulla breve scala che dalle stanze superiori mette nella loggia al pianterreno.

La porta è aperta spalancata; e veggo della gente che va e viene per la strada maestra. Nella loggia veggo tre o quattro persone intorno a un lettino collocato in faccia alla porta. Distinguo benissimo mia madre che sta in piedi accanto al lettino e di tanto in tanto si china sovr’esso con una grande espressione d’inquietudine, senza pronunziare parola....

In quella cuna agonizzava una mia sorellina di circa un anno e mezzo; e l’avevano portata dalla sua stanza nella loggia, vicino alla porta spalancata, a vedere se potesse meno penosamente respirare. Credo che la poverina morisse di difterite; ma allora i medici non avevano ancora messo in voga questa oscura parola.

La bimba era proprio agli estremi; ed io dalla scala, non osservato, stavo guardando la triste scena. Guardavo attentamente, senza rendermi ancora conto di ciò che accadeva; ma sentendo confusamente dentro di me che io mi trovava in presenza di una cosa arcana e terribile.

Il visino della bimba era tutto color di cera, fuor che dintorno alla bocca semi-aperta, ove quel pallore cereo si mutava in una tinta fra il nero e il violetto. I due braccini, fuori della coperta, stavano abbandonati e senza moto sul corpo inerte. Tutto il moto del corpo poi crasi limitato su su verso il collo e la bocca, negli ultimi sforzi della respirazione, che ad ogni minuto secondo s’andava affrettando penosamente, e come restringendo sempre di più il suo circolo breve.

Il respiro della creaturina somigliava nel suono a un lieve rantolo sibilante.

Ed io lo sentivo quel respiro di creatura moribonda; e tanto che mi rimarrà la memoria avrò viva e presente la grandissima pena che esso mi faceva. Sarà forse effetto d’immaginazione, ma adesso mi par certo che, sempre guardando dalla scala, anch’io allora respiravo con affanno; e seguivo e secondavo e in qualche modo avrei voluto aiutare quel ritmo doloroso....

A un tratto il sibilo prese a diminuire rapidamente fino a che non sentii più nulla. Allora il medico accese una candeletta e l’accostò alla bocca della bimba.... Quando sentii singhiozzare e piangere forte intorno a me, mi misi a piangere forte anch’io, così che l’Eugenia mi trasse di là e mi condusse fuori nel prato, ripetendomi spesso: è andata in paradiso!

Che cos’era per me il paradiso? Anche di questo mi parlò l’Eugenia; ma per quanto la descrizione fosse allegra, io seguitavo ad essere triste. E più d’una volta volli rivedere la bambina morta, già leggiadramente acconciata in mezzo a molti fiori nella sua cuna.

La sera del giorno dopo ebbe luogo il mortorio. Io ero sul ponte ad attenderlo; e non ricordo con chi. Ricordo invece benissimo che la piena del fiume era grandemente cresciuta dal giorno innanzi e che la corrente faceva sotto di noi un forte rombo precipitandosi dalla cascata e urtando contro i piloni degli archi. Ero seduto sulla spalletta del ponte e una mano mi teneva. Guardavo in giù nel buio, da cui saliva monotona e cupa la voce del fiume grosso. Intorno a me erano molti bimbi che, aspettando, facevano un chiasso allegro; ma io, dentro la mia testa, ascoltavo sempre il fiume; e associavo, non so come, a quel gran rumore delle acque una idea triste di fuga, di violenza, di rapina.

E anche quando si avvicinò la lunga fila dei ceri accesi dietro la piccola bara, che misero nell’aria piovigginosa e buia come un incendio giulivo, io non ristetti dal guardare a basso le acque torbide, le acque fuggenti sotto di me; e credetti un momento — laggiù fra i cavalloni e le spume e i tronchi d’alberi portati dalla piena — di veder passare la mia sorellina dentro la sua cuna; la mia sorellina morta, che il fiume mi portava via, lontano, per sempre, verso un luogo ignoto, e dove non pertanto avrei voluto seguirla e perdermi con lei....