LORENZETTA.

— È qui — disse la vecchia. E presa per mano la nipote, s’avvicinò con cautela all’orlo del ciglione di tufo che cadeva a picco sul fiume. Il fiume in quel punto fa un ampio gomito e le acque in parte corrono a precipitarsi nella cascata vicina, in parte s’avviano sotto la cateratta e s’incanalano verso il mulino. Le due donne, con la testa un poco avanti, guardavano al basso.

— È qui che cadde il tuo povero nonno. La notte era buia e freddissima; s’era agli ultimi di carnevale. Chi sa se cadde per disgrazia o se fu spinto da qualche malandrino?... La vecchia continuò, abbassando di più la voce come parlando con sè stessa: — Discorsi se ne fecero molti in paese; ma io ho sempre avuto il sospetto che non fosse nè per disgrazia nè per volontà d’altri.... Requiem aeternam dona eis, Domine....

La nipote, con voce appena sensibile, articolava qualche monosillabo della preghiera, accompagnando la voce forte della vecchia. Intanto fissava nell’acqua profonda i suoi occhietti azzurri. E ascoltava il suono del vento tra le canne spesse, che verdeggiano lì sotto, all’angolo del fiume, e vengono su alte e sottili fino a toccare quasi l’orlo della ripa.

A lei, in quel suono del vento, pareva di sentire una voce quasi distinta: Vieni! Vieni!

Le due donne seguitarono la strada. La vecchia visibilmente raccolta in un pensiero molto triste. La nipotina camminava leggera innanzi, alzandosi ogni tanto sulle punte dei piedi scalzi, per vedere più lontano.

Aveva compiti i sedici anni e pareva sempre una bimba. Figurina sottile e stremenzita, capelli folti e nerissimi, come le sopracciglia, in contrasto con la tinta turchina degli occhi. Con quelle sopracciglia ella sapeva fare un giuoco di fisonomia strano. Mentre la sinistra, per una contrazione dissimetrica, si corrugava e aggrottava fino a cuoprire l’occhio, l’altra si andava inarcando su fino quasi a metà della fronte; e allora col suo visetto regolare e smorto Lorenzetta pigliava una espressione di piccola Tisifone. Per le genti di casa quello era spesso un divertimento:

— Lorenzetta, fai un poco la faccia cattiva!

E Lorenzetta, quando era di buona voglia, faceva la faccia cattiva. E la gente a meravigliarsi e a ridere; tranne la madre e la nonna, che non potevano vedere quella faccia torva a quella strana figliuola. La madre era stata incinta di lei quando accadde la disgrazia del nonno; e a quel dolore e a quello spavento s’attribuivano la mala riuscita della figura di Lorenzetta, quella anomalia della faccia, il suo umore instabile e la sua indole caparbia. Tutt’insieme, la fanciulla era più compassionata che voluta bene.

Passarono dinanzi al mulino; e a Lorenzetta non venne neppure in mente di rincorrere, come soleva, le oche della mugnaia che stavano gravemente accovacciate al sole. Pensava ad altro. Dopo altri dieci minuti di strada la vecchia gridò:

— Ecco la Nina!

— La Nina con Lodovico! — aggiunse Lorenzetta.

Infatti di là dalla siepe, la Nina se ne stava sull’argine della Savena, appoggiata al tronco di un pioppo; e a due passi da lei un giovanotto, che molto animatamente le parlava, giudicando dai gesti, così a distanza. La nonna apparve contrariata da quella vista.

— O che fa, che non viene?

— Non ci avranno ancora vedute.

— Oè! Oè!

I due non si movevano. Allora Lorenzetta raccolse di terra un sasso e fieramente inarcando la figura sottile lo scagliò con forza. Il sasso andò a battere nel tronco pochi palmi sopra la testa di Nina, che fece un gesto di paura, guardò verso le due donne e disse: — Vengo! — Il giovane intanto era già scomparso, dalla parte opposta dell’argine.

La nonna accolse la giovane con faccia burbera e cominciava ad amministrarle una delle sue solite lavate di capo. Ma la Nina l’interruppe con voce dolce e calma:

— Stai buona, nonna. M’ha promesso che, prima di sera, verrà a casa a domandare di sposarmi. Se sarete contenti, bene; se no smetteremo di parlarci ed egli andrà lontano a raggiungere suo padre!

La Nina era una bella ragazza florida, bionda e di forme piene. Un vero contrasto al morale e al fisico con la sorella minore. Parlava e si moveva lenta. Non s’adirava mai, se non di quelle cose che potevano alterare la sua quiete; ed erano poche. Si sapeva bella, si vedeva corteggiata e rideva volentieri coi giovani del dintorno; ma era arrivata ai venti anni e nessuno l’aveva vista ancora innamorata. Adesso Lodovico le piaceva e le conveniva per marito.

Nel ritorno, mentre la Nina e la vecchia camminavano lentamente, Lorenzetta era corsa innanzi tanto che l’avevano perduta di vista. La fanciulla strappava qua e là i ramoscelli sporgenti dalla siepe; piangeva delle lagrime mute; ma reprimeva il singhiozzo che le saliva alla gola dal petto ansante.

— Dunque non c’era più dubbio. Lodovico amava la Nina e voleva sposarla.... Una bella infamia però dopo che la aveva innamorata a quel modo con tante carezze, con tante paroline e regalucci, guardandola con quegli occhi da traditore. E anche dei baci.... Sicuro! Anche dei baci.... Che cosa era stato altro se non un vero bacio quello che le aveva dato Lodovico, l’ultima notte di carnevale tornando dalla festa da ballo del mugnaio?... Eh già!... Le sorelline minori fanno spesso questo buon giuoco alle ragazze grandi da marito. Adesso capiva tutto! Quelle dimostrazioni non erano state fatte che di riflesso e come un mezzo per accostarsi meglio alla Nina e farle la sua corte con comodo e piacerle. Lei infine che cos’era? Sempre una bimba! Una bimba che si bacia anche così per chiasso e per calcolo, senza conseguenze.... Ma lei se n’era innamorata per davvero di Lodovico!... Per davvero.... per davvero!... — E il singhiozzo lungamente contenuto scoppiò in un pianto di stizza e di dolore.

Quando giunse al fiume, non si ricordò nemmeno della storia, che la vecchia le aveva raccontato mezz’ora prima. Guardò quello specchio lucido e mobile sotto il sole, e, senza pensare, vi lanciò un sasso. Lo vide fare il rimbalzello sul pelo dell’acqua, senza provarne alcun piacere, benchè fosse quello il suo giuoco favorito nel quale era orgogliosa di venir a prova coi più esperti birichini del paese.

Allora pensò al nonno che lì si era annegato quando sua madre era incinta di lei. E si guardò intorno.... Come quella scena le pareva mutata! Gli alberi tranquilli della riva e le case brune del paese aggruppate un poco più lontano, presso alla strada provinciale; e il campo verde del granturco che confina tra la casa e il greto del fiume; e la chiesa di Sant’Andrea, con la facciata e il campanile che dal punto più alto della strada domina la piccola vallata; tutte queste cose pareva che con una fisonomia insolita guardassero lei, proprio lei, Lorenzetta, e la interrogassero. — Perchè aveva pianto?... Che cosa aveva?... — Lorenzetta, corrugando disugualmente le nere sopracciglia, lanciò per risposta una esclamazione violenta, che avrebbe anche potuto essere una bestemmia; troppo grande per quella piccola persona!...

Dopo si sentì meno agitata. Raggiunta dalla Nina e dalla nonna, tornò con loro a casa e discorse di cose indifferenti, facendo delle carezze a Remo, il vecchio cane pastore che era venuto ad incontrare le donne.


In casa, la domanda di Lodovico per molte ragioni non poteva che riuscire accetta. Bel giovane, aveva anche lui corsa la cavallina; ma ormai toccava i trent’anni e accennava alla vita seria. Forte e abile lavoratore. Mortagli la madre, suo padre se n’era andato in Sardegna a lavorare nelle costruzioni ferroviarie ed egli ora viveva solo. Chi meglio di lui poteva attuare il disegno vagheggiato dal padre della Nina di farsi “il genero in casa„? Il vecchio avrebbe badato alle fornaci e ai mattoni e il giovane alla lavorazione dei vasi e degli ornati di terra cotta, che abbisognava d’essere rimodernata e spinta innanzi con più d’energia. Fu anche stabilito che il matrimonio si farebbe al più presto.

Quando a Lorenzetta diedero la nuova che Lodovico sarebbe venuto a stare in casa con la Nina, disse che era quello che proprio lei voleva; e battè le mani e si mise a saltare in segno d’allegrezza.

Lodovico cominciò ad andare in famiglia con la frequenza regolare dei fidanzati. In quelle buone serate di maggio la famiglia si riuniva sotto il portichetto basso, che serve come d’atrio alla vecchia casa tutta annerita dal fumo delle fornaci vicine. La Nina, sicura d’essere amata, faceva la calza cantarellando e rispondeva con dei monosillabi o con una risatina ogni volta che Lodovico le si faceva vicino vicino, parlandole all’orecchio. La nonna filava e teneva d’occhio i due amorosi, mentre la madre era spesso in giro per qualche faccenda. Il padre, sdraiato sopra una panca, fumava nella sua pipa e scambiava qualche discorso d’affari col futuro genero. Ma presto gli venivano i pisani, augurava la buona notte e andava di sopra.

Con Lorenzetta, Lodovico era sempre pieno di amorevolezza. La accarezzava dolcemente e le chiedeva di fare “la faccia cattiva....„ Qualche volta anche si metteva a fare il chiasso come un monello e a correre con lei fuori del portico, per il prato, sparso qua e là di pezzi di cornici, di mensole, di orci, di olle, di vasi da giardino d’ogni grandezza. Tutto questo materiale era disposto nel vasto prato a mucchi, a piramidi, a gruppi irregolari e in file tortuose formanti come un piccolo labirinto.

Ma l’umore di Lorenzetta diventava triste e bisbetico ogni giorno peggio. Delle sere si accoccolava sola in un angolo buio del portico e non voleva parlare con nessuno. Oppure per un nonnulla attaccava brighe, specialmente con la sorella, dicendo che tutti la trattavano male e scagliando a tutti delle impertinenze che finivano quasi sempre in un gran pianto. E così piangendo o brontolando andava difilato nella sua stanza, senza dare nemmeno la buona notte.

— Che cosa ha la bimba? — si domandavano con inquietudine la nonna e la madre. Ma la Nina rideva volontieri di quelle bizze e anche della nonna e di sua madre, che mostravano di darvi importanza.

Una sera, quando il padre era già andato a letto, Lorenzetta, che era rimasta chiusa e dispettosa più del solito, uscì di sotto il portico e giunta in fondo al prato si mise a chiamare:

— Lodovico! Lodovico!...

Ma il giovane, occupato allora a decidere un piccolo malinteso fra lui e la sua innamorata, non badò. Trascorse un’ora. Accortisi della assenza di Lorenzetta, cominciarono a cercarla in camera sua e per la casa. La chiamarono ad alta voce dintorno a casa. Nessuno rispondeva. Lodovico la cercava intanto aggirandosi per tutti quei nascondigli del prato; e per un pezzo inutilmente. Ma passando vicino ad una grande olla, senti qualcosa muoversi là dentro. Si protese sull’orlo e abbassato il viso su quella piccola voragine buia, gli parve di scorgere la fanciulla seduta nel fondo.

— Ma che fai tu qui dentro?... Come diavolo hai fatto ad entrare?

Da prima non sentì, per risposta, che un singhiozzo. Poi la voce di Lorenzetta:

— Perchè non sei venuto quando ti ho chiamato?... Adesso voglio stare qui!...

La voce aveva un accento fra accorato e stizzoso; e in quell’ampia cavità di terra cotta, si ingrossava e veniva su dal fondo con un rombo lugubre. Lodovico la pigliò colle buone:

— Vieni via, Lorenzetta, spicciati, che in casa t’aspettano e sono stati in pena!

E intanto affondò nel vuoto il braccio vigoroso e si sentì subito afferrare la mano dalle due di lei. Le manine della bimba bruciavano. Aiutandosi anche coll’altro braccio, si diede a tirar su quel corpicciuolo che gli pareva d’un peso insolito, come gravato di volontario abbandono. Nel momento in cui la testa di lei usciva dall’olla, i due visi si trovarono tanto vicini che gli aliti si confusero. Poi a un tratto Lodovico si sentì piovere sulla faccia delle lagrime scottanti; e tutte le membra di Lorenzetta sentì trasalire fra le sue braccia e tremare.... Nel tornare verso la casa essa non ruppe il silenzio che per dirgli a bassa voce:

— O credi tu che la Nina ti voglia proprio bene?...

Lodovico, per la prima volta, sospettò nell’animo della fanciulla qualche cosa di triste. Ma non ci pensò più che tanto.

Il giorno del matrimonio, c’era tanto affaccendamento in casa che nessuno badò alla sorella minore.

Quando gli sposi erano già tornati dalla chiesa e mancava poco al pranzo, la madre, vedendola ancora tutta scarduffata e smessa, le comandò d’andarsi a vestire e pettinare. Essa ubbidì di mala voglia e si vestì alla peggio.

Il pranzo fu allegro e chiassoso, non disturbato dalla solita tristezza della vicina partenza. La figliuola restava in casa; tutti erano contenti. Anche Lorenzetta si sentì avvolta da quel calore di allegria comune. Chiacchierò molto, rise molto e bevve d’un fiato parecchi bicchierini di vino santo. Verso la fine del pranzo, spinse la sua petulanza fino a montare coi piedi sulla seggiola e scherzare colla chierica del giovane cappellano che le stava vicino. Ma quando il maestro di scuola lesse il brindisi in versi; e con un bel giro madrigalesco accennò ad una seconda visita che il “nume Imeneo„ doveva fare a quella casa, e capì che si parlava di lei e vide che tutti si voltavano verso di lei applaudendo, la povera ragazza si rannuvolò subitamente e aggrottò le sopracciglia in modo anche più fosco del solito.

— Faccia cattiva! — gridò la Nina ridendo e gettandole da lontano un confetto.

Lorenzetta, in risposta, saettò alla sposa una occhiata in cui tutto si sarebbe potuto leggere, tranne la benevolenza fraterna....

S’alzarono di tavola che già era buio; e appena bevuto il caffè si cominciò a ballare. Gli altri invitati intanto arrivavano. I due sposi aprirono il ballo. Poi Lodovico andò a prendere la cognatina; ma appena fatti tre giri per la stanza, essa accennò che era stanca e andò a sedersi presso la scala che conduce alle stanze di sopra.

Un’ora più tardi Lorenzetta, non vista, aveva infilata la scala, era entrata senza lume nella sua stanza e, trovato a tastoni il letto, vi s’era stesa sopra, senza spogliarsi.

Il ballo s’era sempre più animato; ed ella, nel buio, sentiva tremare tutta la vecchia casa al pesante cadenzare di tutta quella massa danzante. Venivano a lei i suoni acuti della monferrina e della polka, insieme al vocìo della gente. Qualche volta le pareva di distinguere le risate sonore della Nina, oppure la voce di Lodovico; poi tutto un coro confuso di voci allegre acclamanti a qualche incidente del ballo.

La fanciulla teneva i pugni serrati contro la bocca e si sentiva martellare le tempia. Dentro la testa non una idea chiara nè un proposito formato; solo una punta di spasimo acuto, indicibile. Così penò per delle ore con gli occhi spalancati. E il ballo durava sempre; e i suoni e le risa e le voci seguitavano a giungerle agli orecchi; e il tremito continuato della vecchia casa le dava un senso di turbinìo e di vertigine universale.... Poi quell’acuto spasimo fisico cominciò ad allentarsi e a svanire; ma intanto, a prendere il suo posto, entrava in lei uno sconforto profondo, una disperazione assoluta di tutto.

— Addio, addio! — ripeteva sommessamente, con un gemere da bambina malata. — Addio! Io sono una fanciulla disgraziata e cattiva.... Come vuoi che io faccia a vivere con te? Come vuoi che io ti veda tutti i giorni.... che parli con te, che scherzi con te, che mi metta a mangiare con te? Tutti i giorni! Tutti i giorni!... Come vuoi che io faccia?... Addio! Addio!...

E quel suo gemere pareva, a tratti, che si spegnesse in un subito esaurimento della vita; ma poi ripigliava come prima; ed erano sempre quelle medesime parole di lamento e di tenerezza.


Nella casa silenziosa, l’orologio a cucù dalla cucina aveva già suonato le tre ore. Lorenzetta intanto aveva sentito morire i suoni, finire il ballo, accomiatarsi e allontanarsi la gente chiacchierando e cantando. Aveva sentito salire la scala e andare nelle proprie stanze la nonna, il padre, la madre, i due sposi. Sentì anche pronunziare il suo nome e poi la voce della madre:

— Lorenzetta è andata a dormire da un pezzo!

Quando non intese più il minimo indizio di gente sveglia, s’alzò e scese chetamente la scala. Passando vicino all’uscio degli sposi, aveva accostato l’orecchio e aveva sentito che non dormivano ancora....

Tirò pian piano il catenaccio della porta e uscì. Un vecchio fornaciaio era già in piedi e stava ammucchiando delle fascine presso alla bocca d’una delle due fornaci. Lorenzetta lo evitò girando dietro la casa; e s’incamminò lungo la Savena.

La luna si vedeva già impallidire sopra Monte Donato, e sopra Monte Calvo albeggiava la prima luce del giorno. Entro la piccola vallata, anche tutta nell’ombra, non si udiva altro suono che quello, laggiù, della cascata del fiume. Lorenzetta, a cui i capelli s’erano sciolti nella lunga veglia, andava innanzi di buon passo senza guardare nè a destra nè a sinistra. A un punto le parve di sentirsi seguita e si voltò; era Remo, il vecchio cane pastore, che le teneva dietro a poca distanza. Si fermarono tutti e due. Remo puntava sulla fanciulla i suoi occhi umidi e grandi, come interrogandola.

— A casa! — disse lei con voce velata. Il cane non si moveva. — A casa! — ripetè più forte, e accompagnò la voce con un gesto di comando energico; e allora la bestia si incamminò lentamente verso le fornaci. Lorenzetta cominciò a correre; ma il cane, che intanto s’era voltato a guardare, si rimise a tenerle dietro di corsa anch’esso.

Quando giunse sull’orlo estremo del ciglione di tufo, Lorenzetta si buttò in ginocchio, rivolta verso il fiume, guardandolo con gli occhi fissi. Che vide ella mai? Nello specchio trasparente dell’acqua vide forse la faccia d’un bel vecchio che, sorridendo, le faceva cenno d’invito?... Oppure sentì ancora tra le canne la voce del vento: — vieni! vieni! vieni! — come quando sua nonna le raccontò la disgrazia del nonno?...

Dopo un poco, la fanciulla inginocchiata sull’orlo abbandonò la testa verso il vuoto; e il corpo leggero si capovolse.... Non giunse alla riva nemmeno il tonfo; ma solo il lieve crocchiare d’alcune canne scompigliate, che subito si rizzarono verdi e tranquille. Il cane si mise a urlare nel silenzio.