VII.
Quando Giulia tornò al luogo di prima, non trovò il signor Carlo. Lo cercò con gli occhi qua e là, girò un poco pei viali, diede di sfuggita una occhiata sotto la robinia e chiamò anche ad alta voce: — Avvocato!
Nessuno rispose. Ella aveva provato prima un senso vago di tema e di confusione all’idea di ritrovarsi così subito sola, a tu per tu col signor Carlo. Per questo non le spiacque di non vederselo vicino; e si mise a scherzare con un bel canino pómero che da qualche tempo, non curato, le saltava intorno.
Intanto il signor Carlo, appena visto quel bacio s’era alzato di scatto; e ora s’allontanava dalla casa, con la fretta d’uno che fugge, andando senza saper dove.
Attraversò per uno stretto cancello l’alta siepe di bosso che divide il villino Luigiani dal vastissimo parco di una villa principesca che si distende per tutta la parte più elevata della collina. Infilò un viottolo tortuoso ed erto, procedendo senza mai voltarsi indietro e abbrancandosi agli arbusti per salire più lesto. Dopo circa un quarto d’ora arrivò ad una breve spianata in forma d’emiciclo, circondata da vecchi cipressi e con in mezzo la figura di un grande Satiro danzante di marmo, tutta corrosa e annerita dalle pioggie.
Avrebbe voluto camminare ancora; ma gli parve che l’attraesse il sorriso ferino del satiro, e quella sua movenza procace; e stette qualche tempo a contemplarlo. Poi si voltò e vide sotto di sè, adagiata alle falde della collina, l’ampia città turrita, illuminata a grandi striscie purpuree dal sole che tramontava, già molto vicino all’orizzonte. E tendendo un momento l’orecchio gli parve che di laggiù, fra quelle case e quelle torri, risonassero, e, a malgrado della distanza, arrivassero fino a lui delle voci conosciute....
In lui il cruccio dell’anima e lo sconvolgimento doloroso dei sensi, dopo quel periodo già troppo lungo di sottomissione e di martirio contenuto, si erano scatenati in una aperta rivolta.
In piedi, con le tempia fra le mani che gli tremavano, cominciò una lunga evocazione di ricordi che si mescolavano, in tumulto, a intimazioni, a domande, a brevi attese di risposte, a scoppi furibondi di collera. Era un rapido confronto che egli instituiva, nell’egoismo della sua coscienza urtata e malata, fra sè stesso e la donna che era stata sua, che gli aveva giurato d’essere sua per tutta la vita.... E la conclusione di tutto si presentava a lui nella immagine repugnante di una oscena contaminazione.... La bianca e bella figura di Giulia cinicamente andava a insudiciarsi fra le braccia del Conte.... E quel fatto doveva, senza alcun dubbio, accadere, di lì a poche ore, proprio in quella stessa sera, a pochi passi da lui, proprio in una delle stanze di quel villino che vedeva lì sotto.... Allora tutte le offese, tutti gli sdegni, tutti i martiri della sua passione si condensarono in un atto disperato della volontà, risoluta ad impedire che “quel fatto„ avvenisse....
Poi che questo proposito fu bene compiuto e sigillato nel suo cervello, il signor Carlo si sentì come alleggerito.
E ridiscese. Giunto alla siepe di bosso, non la varcò per il piccolo cancello ma vi appoggiò il petto e sporse il capo avanti, guardando all’ingiù come dalla balaustrata di una terrazza. Intanto il sole si era del tutto nascosto. A basso, nella stretta valle formata dalla insenatura delle colline, l’ombra era già molto cresciuta e da quella si alzava un immenso cicaleccio di passeri cercanti tra le acacie folte il loro asilo della notte. Sopra a quel passerìo lontano, lamentoso e monotono, regnava già il silenzio della sera tranquilla. La stella di Espero brillava nel sereno come un bellissimo occhio di diamante. Dintorno, non una voce, non un rumore. Nella prossima strada deserta non un suono di carri o di passi. Le tre o quattro ville vicine pareva che si guardassero fra loro in silenzio, aspettando la notte; mentre, alla sommità del colle, la napoleonica villa Aldini, col gran timpano della sua fronte e il colonnato dorico, dava a tutta la scena un’aria dolce e grave di paesaggio antico.
Il signor Carlo guardava immobile. A un tratto udì la voce di Giulia, che canterellava il motivo d’una romanza di Tosti. Poi la vide uscire per un viale da una macchia di piante, incamminarsi con aria indolente verso la casa, salire lentamente i gradini della scala, dare, voltandosi, una occhiata verso il cancello della villa e scomparire. Egli aspettò ancora qualche minuto. Poi discese, passando per il piccolo cancello. Poi entrò anch’egli nella casa.
Attraversò la loggia d’ingresso, già oscura, ed entrò nel salotto. Oscuro anche quello; ma potè scorgere la figura di Giulia, seduta sul divano e alquanto rischiarata dai morenti riflessi del tramonto che entravano dalla finestra vicina a lei. La giovine donna sedeva con la fronte appoggiata alle due palme delle mani distese sul tavolo. Forse pensava, forse dormigliava. Tra il fondo di una porta e il pavimento, appariva una riga luminosa e si udiva qualche lieve rumore e qualche bisbiglio di voci. Erano i servitori che muovevano intorno alla tavola del pranzo, nella stanza accanto.
Il signor Carlo, avanzatosi senza far rumore, si fermò ritto vicino alla donna:
— Giulia, ascoltami.... Tu non puoi, tu non devi riunirti al Conte.... e andare questa notte con lui....
Parlava con una voce secca, che gli usciva dalle labbra aride.
Giulia si riscosse o dai pensieri o dal sonno, alzò il capo con un movimento di sorpresa e sbarrò gli occhi in faccia al signor Carlo, senza dire una parola. Questi, curvandosi un poco verso di lei, proseguì:
— Sono io, Giulia! Sono io il tuo marito vero. Non me l’hai tu scritto e detto tante volte?... Questa tua riunione col Conte non la voglio!... È deforme, è infame!... Non c’è tempo da perdere. Alzati subito e vieni con me....
— Voi siete pazzo!
— Sì, se vuoi, sono pazzo; ma la mia decisione è immutabile. L’amore, i giuramenti, la colpa, se vuoi, ci uniscono con un vincolo che nulla al mondo può distruggere.... Vieni subito con me!
E cominciò fra i due, a voce bassa, un dialogo che fu tutto una lotta a esclamazioni, a monosillabi, a frasi tronche e strozzate dall’ansietà e dal tremito.... Quelle due anime, quelle due vite, si urtavano con un cozzo terribile; e come avviene in pochi istanti che l’aria circolante nei polmoni si tramuta in veleno, così in quell’urto l’amore e la simpatia si tramutarono in odio, d’ambo le parti; un odio a cui nulla poteva resistere, irrompente furioso da tutto il vigore di due egoismi disperati.... Essi, in quell’ultimo barlume del vespero, si videro anche una volta: pallidi, sfigurati, ansanti, abbietti.... Infine, Giulia, raccolta ogni sua forza, gli sibilò sul viso con rabbia:
— O partite subito, o io chiamo!
E, puntando le mani sulla tavola, fece per alzarsi; ma l’altro non le lasciò il tempo. S’udì uno scoppio d’arma da fuoco, e la donna ricascò fulminata sul divano.
La porta della stanza accanto subito si spalancò e, insieme con una viva colonna di luce, entrarono i servitori esterrefatti. Quasi nello stesso momento entrarono, correndo dalla porta che dava sulla loggia, anche il Conte, accompagnato dallo zio.
Il signor Carlo fece alcuni passi verso il Conte e gli disse con voce ferma, accennando verso il divano:
— Essa voleva commettere un vile adulterio con voi.... Io glie l’ho impedito!
E lasciò cadersi a’ piedi il piccolo revolver.