SCENA QUARTA

Si spalanca a un tratto l'usciolo del fondo. Appare Gaia, in veste da camera, agitatissima.

GAIA

Babbo (si ritira subito alla vista di Jacopo).

ROMANO

Gaia! che cosa c'è? Vieni avanti!... La mamma sta male?

GAIA

No... no... è un'altra cosa...

ROMANO

Che cosa, Gaia? Ma entra, dunque!

JACOPO

(che è rimasto come incantato)

Gaia! Hai paura di me? Non ti ricordi più di una gran bambola bionda bionda... e le mettesti nome Elsa?

GAIA

Ah! è lo zio Jacopo... scusi... sono così stordita... come sta?...

JACOPO

Sto male... perchè ti vedo tutta in pena!

ROMANO

Ma insomma, Gaia, vuoi parlare sì o no? Che cos'è successo? Che cos'è quel biglietto che hai in mano?

JACOPO

Se fosse del tuo Piero...

ROMANO

Lui (indicando Jacopo) sa tutto... puoi dir tutto...

JACOPO

Del resto posso anche star da parte... (ritirandosi da un lato).

ROMANO

Dunque?

GAIA

(tutta vergognosa, a Romano)

È Piero... Ma che c'è, ch'io non so?... Mi par d'impazzire. L'ho lasciato alle cinque... È stato tutto come il solito. Adesso mi manda un biglietto... «Che non pianga... (piange) che il suo amore è così forte che vincerà tutto... cercherà lavoro... a Firenze... Bisogna aver la forza di aspettare un anno... forse due...»!

ROMANO

(furibondo)

È stato Lorenzo! Glie l'ha voluto dire... Ha voluto dire a Piero che io non posso far la dote a Gaia... Capisci, Jacopo!!

GAIA

Ma dunque è vero?

JACOPO

Ah! Ah! Ah! (ridendo) Povera piccola Gaia... (Gaia lo guarda dapprima spaventata).

Ha corso un bel pericolo davvero il vostro bel sogno campestre!... Ma il Diavolo aveva fatto i conti senza lo zio Jacopo!... Il quale è qui, proprio per annunziare a tuo padre... indovina un po' che cosa?... Un'eredità.

GAIA

(saltando come una bimba)

Davvero?!

ROMANO

Jacopo!

JACOPO

Bravo! Non volevi che glie lo dicessi? Bel gusto a farla patire?

GAIA

Perchè non volevi che me lo dicesse, babbo?

JACOPO

E... vediamo un po' se indovini... da chi ci viene questa eredità.

GAIA

Ma!... Come vuol che faccia?...

JACOPO

Quel nostro prozio... che aveva girato tutto il mondo... e poi s'era fermato a Giava a piantar caffè...

GAIA

Quello ch'è morto l'anno scorso?

JACOPO

Sì, sì, alla tenera età di 99 anni!...

GAIA

(mezza pazza d'allegria)

Lo zio Tom, babbo?!

JACOPO

Ecco! Ecco! precisamente lo zio Tom!... È lui che vi fa sposare!...

GAIA

Ma se non m'ha mai mandato nemmeno una cartolina illustrata!

JACOPO

Che c'entra? Lui non ha avuto altro gentile pensiero che quello di morire. Ma siccome ha lasciato un po' di denaro, quel denaro... finalmente... dopo un anno... viene a noi... Lo devo riscuotere domani a Roma.

GAIA

Oh Dio! Dio! Che bellezza! Babbo! Babbino mio! perchè non ridi? Perchè non ci mettiamo a saltare tutti e due?

JACOPO

Vedi che lo zio Jacopo non è soltanto buono a portar delle bambole?!

GAIA

Ma perchè il babbo non è contento? Perchè tremi?... Oh! Dio ti senti male! (aiutandolo a sedere) Babbo?!

ROMANO

No, no.

JACOPO

È commosso! Sfido io! La troppa felicità! Io non svengo... perchè non è mia abitudine... Ma credi che sto per far capriole dalla gran gioia! Povera, cara, Gaiuccia nostra!...

GAIA

Grazie, zio Jacopo!... Senti com'è buono lo zio Jacopo?... E tu perchè stai così, e non mi dici nulla di bello?... Perchè non sei contento?... Oh! Se ci fosse qua Piero!

JACOPO

Bisogna scrivergli subito! Una bella letterina! La manderemo dal servo.

Gaia ha uno scatto gioioso.

ROMANO

(afferrandola)

No!... (raddolcendo modi e voce) Meglio no... ancora Gaia.

JACOPO

Ma perchè?

ROMANO

(carezzandola)

Sii buona... abbi pietà... Gaia... Amore mio!

GAIA

Ma pietà di che? di che? Io impazzisco!...

JACOPO

Vaneggia!... Ma che diavolo dici, Romano? Perchè non vuoi che la nostra Gaiuccia scriva al suo Piero?

ROMANO

(con un urlo terribile)

Ma perchè non è vero!!

GAIA

(sbiancando di terrore)

Che cosa non è vero? Oh Dio! che cosa, babbo? (Romano ricade affranto) Tu mi fai paura!... Mi fai morire!... L'eredità è troppo piccola... non basta... di', è questo?

JACOPO

Ma basta e n'avanza! Vaneggia! ti dico che vaneggia!... Romano... Rientra in te... Abbi compassione di questo piccolo cuoricino che piange... e sei tu che lo fai piangere... e senza un perchè al mondo!... Ma se avevamo già perfin fissato quando vi sposeremo... figurati, Gaia!

GAIA

(alzando gli occhi pieni di lagrime)

Davvero?... Quando?...

JACOPO

Il tempo di preparare le carte: il 1º d'ottobre! (consultando un calendarietto tascabile) Cioè no, no, pardon, è venerdì... il 2, ecco!

GAIA

(pazza di gioia, stringendogli le ginocchia)

Babbo!... E tu non mi dici nulla... nulla!

Romano afferra a un tratto la testolina di Gaia, se la stringe al petto scoppiando in un pianto dirotto.

JACOPO

Oooh! Vedi? Vedi? Ecco!... Sei contenta?... Ora ti dice tutto!

GAIA

M'avevi fatto tanto paura, babbo! Quando hai gridato così forte!... Oh! che male, babbo, m'hai fatto qui... (segna il cuore) M'è parso a un tratto d'essere come sotto una scure che mi scendesse sul collo...

La mano tremante di Romano corre quasi a proteggere, carezzando la nuca minacciata.

Sì, sì, M'è parso come se tutto il mondo finisse... come se non lo dovessi mai più rivedere! mai più! mai più! mai più! (piange).

ROMANO

No! no! Gaia! (con disperata preghiera) Non piangere!

JACOPO

(asciugandosi in fretta una lagrima)

Sacré Nom de Dieu!... Vedo che bisogna fare una parte di forza qua, se non vogliamo allagare la stanza!... Signorina Gaia!!! Sarebbe lecito sapere per quale ragione non correte immantinenti a scrivere al vostro Piero la meravigliosa storia dello zio Tom, invece di obbligare le nostre venerande canizie, nere o bianche che siano, a lagrimare sulla vostra felicità?

GAIA

(un facile sorriso le riappare sul volto rosso di pianto, ma sul punto di alzarsi guarda il padre come oscurata da un'ombra di paura)

Non me lo dirai più, che non devo scrivergli?...

Romano sa soltanto guardarla con un sorriso trasognato.

JACOPO

No! no! Non aver paura. Non te lo dice più. Garantisco io!... È stata un po' di gelosia paterna... Dopo tutto come si fa a non essere un po' gelosi di Piero. Anch'io, vedi, sono geloso... Sei troppo bella... sei troppo un angelo!! (prendendole una mano e baciandogliela) Via! Via! Di corsa!... Senza più voltarsi indietro!

GAIA

(indugiandosi nell'andare)

Buona sera.

JACOPO

(pieno di commozione)

Niente «buona sera»! Niente «buona sera»! Via! Via! Ho detto! Via!

Gaia esce sorridendo. Jacopo e Romano restano ancora un poco a guardare verso l'usciolo del fondo con gli occhi lucidi e la bocca sorridente.

SCENA QUINTA

JACOPO

Grazie, Romano! Era giusto che la provassi anch'io una gioia come questa, una volta nella vita! Mi sembra d'esser ribenedetto!... Mi sembra d'esser tutto anima! tutto forza! Tutto volontà!... Ah!... Addio, Romano. Domenica: fidanzamento. Siamo intesi.

ROMANO

(dopo averlo guardato come inebetito avviarsi verso l'usciolo del fondo, a un tratto si slancia a fermarlo)

Jacopo!

JACOPO

Romano?

ROMANO

Dove vai?

JACOPO

All'albergo. Anzi alla Posta prima di tutto. Voglio imbucarla con le mie mani la lettera all'amico contrabbandiere! (levandola di tasca e mostrandola) Troppo importante!

ROMANO

No! No! Devi restare. Mi devi dire...

JACOPO

Che cosa?

ROMANO

E... domattina... partirete insieme?...

JACOPO

(sospirando comicamente)

Domattina mi caricherò quella balena... Povere gomme! Speriamo bene! Ba'. Addio, Romano!

ROMANO

(riafferrandolo)

No. No. No. No! Voglio sapere! Gli ti siederai accanto... parlerai del più e del meno... lo divertirai... come un sicario che gode accarezzando la sua vittima?...

JACOPO

Ma tu sei matto. Gli farò l'onore di trattarlo da pari mio! Voila tout!

ROMANO

No. Ancora. Voglio sapere: a Roma?...

JACOPO

Ci divertiremo... Mi sembri un ragazzo... parola d'onore!

ROMANO

Lo stordirai eh? di vino... di bagordi?...

JACOPO

Ah! Ah! Ah! Questa è buona! Gli insegno io a bere il vino!... Corruzione di minorenne! Ma davvero credete che tutti i suoi viaggetti a Roma, li faccia soltanto per comperare sassi? I sassi etruschi sono incaricati di conservare la pace coniugale, ma se vedessi che pezzo d'amante che si tiene a Frascati! Fa piangere, te lo giuro, a vederla in quelle mani!... Ba! ba! ba! Qua un bell'abbraccio!... e lasciami andare a dormire. Non ti ricordi nel decalogo del nostro Jacopino: «Inante la battaglia, dormir bene ti vaglia!»

ROMANO

(aggrappandosi e trascinandolo verso il banco)

No, per Dio! No, per Dio! Devi dir tutto, fino in fondo, fino in fondo! Giocherete?...

JACOPO

(seccatissimo, alzando gli occhi al cielo)

Giocheremo.

ROMANO

Tutto! Tutto! Mi devi sputare in faccia tutto il tuo marcio... Mi devi insegnare!

JACOPO

Eh?... Professore di baccarat!... (ride cercando di liberarsi da Romano).

ROMANO

Non ridere!! Siamo o non siamo due ladri?

JACOPO

Eh?!!!

ROMANO

Credi d'esser solo a saper rischiare tutto per Gaia... Credi che io non sia buono da niente... credi ch'io ti voglia aspettare qui?... come un vile?... Ci devo essere anch'io là!... Perchè Gaia è mia! È mia Gaia!!... Insegnami... Jacopo... Insegnami!!

FINE DEL SECONDO ATTO.

ATTO TERZO

LA SCENA.

Si vede un angolo della grande sala da pranzo, al pianterreno del palazzo. La parete di destra è leggermente per sbieco verso il mezzo; la parete del fondo è ad angolo retto con quella laterale e la si vede continuare da sinistra oltre la linea delle quinte. Le pareti sono tinte rosso bruno con alto zoccolo di legno. Il soffitto è a volta bassa ornata di antichi freschi. Da sinistra la scena è limitata da due basse colonne gotiche incassate per metà nel muro, sormontate da un arco. Di sotto quest'arco esce metà di una grandissima tavola da conviti. Nella parete di destra, in prima quinta, una bella porticina gotica ornata di colonne e frontone. Presso a questa un tavolino, al muro, ricoperto di velluto rosso, su cui sono in bell'ordine esposti, doni di nozze, tra i quali uno specchietto con cavalletto e cornice d'argento. Più oltre ad angolo, un pianoforte a coda, con sopra un doppiere acceso, due violini, e musica. Al pianoforte è appoggiato un violoncello. Nella parete del fondo una grande finestra con inferriata che pare scavata nell'enorme spessore del muro, alla quale si accede per tre piccoli gradini incassati nel mezzo di un grado altissimo. Dalla finestra si vedono sagome di case nere dietro alle quali sorge la luna. Nel tratto della parete di fondo che prosegue da sinistra oltre l'arco, si scorge una finestra uguale a quella descritta. Dall'alto dell'arco pende un lampadario di ferro battuto con candele di cera, alcune già finite e spente, altre vicine a spegnersi. La gran tavola è ingombrata di bottiglie vuote, di salviette, posate, piatti e bicchieri usati; vi sono fiori e vi è anche un grande dolce per metà rimasto. Antiche seggiole di legno e cuoio sono in disordine torno torno. Qualche sedile vicino al pianoforte. I tratti di parete sono ornati di vecchi ritratti di donne nelle più diverse acconciature d'ogni tempo. L'impiantito è quasi coperto di petali di rose tea.