XXXIV.

Ma una vera luce sullo sviluppo del lavoro ci è fornita da dati, che non ci danno notizia specifica di salari, e nondimeno ci permettono, appunto per il graduale scomparire de’ salari a giornata, di formarci un concetto generale ma non inesatto della condizione della mano d’opera in Atene: parlo del cottimo e del forfait[436].

Già, nelle stesse epigrafi de’ lavori dell’Eretteo, l’una e l’altra forma trovano il loro posto. In tutti i lavori che esigono una speciale attitudine artistica, in quelli in cui un lavoro poteva essere compito a parte e per cura di una sola persona, nella pittura ad encausto, nelle figure del zoforo, nelle formazioni di modelli, negli accessori ornamentali, si trova il cottimo, o il prezzo unico[437]. E, a misura che procediamo nel tempo, il cottimo e il prezzo unico tendono sempre più a sostituirsi alla locazione d’opera a giornata, e abbracciano opere anche di lavoro più semplice e fornimenti di proporzioni maggiori.

Ora la maggiore frequenza del lavoro a cottimo, che ha per causa e per effetto una maggiore autonomia del lavorante, un lavoro più produttivo, una serie di rapporti più complicati, è già, esso solo, adatto a farci acquistare un concetto, per quanto generico, altrettanto profittevole ed esatto dello sviluppo del lavoro libero e delle sue condizioni.

“Il lavoro a cottimo — dice il Marx[438] — è soltanto una forma modificata del lavoro a giornata... La qualità del lavoro è qui controllata dall’opera stessa, che deve avere una bontà media, perchè il lavoro a cottimo sia ben pagato. Sotto questo aspetto il lavoro a cottimo diviene una migliore sorgente di lucro e di sfruttamento del lavoro da parte del capitalista. Esso offre al capitalista una misura affatto determinata per l’intensità del lavoro. Soltanto il tempo di lavoro, che s’incorpora in una quantità di merce, determinata in precedenza e stabilita mercè l’esperienza, vale come tempo di lavoro socialmente necessario, ed è pagato come tale... Il controllo della qualità e dell’intensità del lavoro, fatto mercè la stessa forma di retribuzione, rende in gran parte superflua la sorveglianza..... Il cottimo da un lato agevola l’intromissione di parassiti tra capitalisti e salariati, la sublocazione del lavoro (subletting of labour)...; d’altra parte permette al capitalista di fare con l’operaio assuntore un contratto a tanto il pezzo, ad un prezzo, per cui l’assuntore stesso si assume l’impiego e il pagamento de’ suoi aiutanti. Lo sfruttamento de’ lavoratori per mezzo del capitale si compie qui con lo sfruttamento del lavoratore per mezzo del lavoratore. Dato il cottimo, è naturale che il lavoratore abbia un interesse personale a sviluppare nella maniera più intensiva la sua forza di lavoro, ciò che agevola al capitalista una elevazione del grado normale della intensità. È interesse personale dell’operaio allungare la giornata di lavoro, perchè con ciò sale il suo salario giornaliero o settimanale. Accade così la stessa reazione rilevata per il salario a giornata, senza considerare che il prolungamento della giornata di lavoro, anche quando il salario a cottimo rimane costante, include per sè stessa un rinvilìo del prezzo del lavoro... Ma la maggiore latitudine, che il cottimo offre all’individualità, tende a sviluppare, da un lato, il sentimento di libertà, d’indipendenza e di controllo autonomo, e dall’altro, una forma secondaria di concorrenza tra i lavoratori. Ha perciò una tendenza a sollevare al tempo stesso i salari individuali sulla media e ad abbassare questa stessa media„.

Questa minuziosa analisi dell’indole e degli effetti del cottimo, che riflette i fenomeni della nostra epoca capitalistica, va applicata con cautela all’antichità, tenendo conto che i fenomeni da essa considerati non hanno potuto ancora acquistare, nè per estensione, nè per intensità, la pienezza del loro sviluppo.

Ma questa indole del cottimo, la sua diffusione e le sue oscillazioni si presentano in maniera uniforme anche in tempi intermedi, di minore sviluppo.

“Il lavoro a cottimo — dice il Rogers[439], per l’Inghilterra del secolo XV e XVI — si generalizzò a poco a poco. Per esempio i segatori, prima pagati a giornata, furono pagati più tardi in ragione del centinaio (in realtà centoventi) di tavole rese, ch’erano il lavoro presuntivo di un paio di segatori. Prima lievemente inferiore al prezzo della giornata, il prezzo del lavoro a cottimo fu, a partire dal secolo decimoquinto, lievemente superiore, indice di una tendenza al rialzo. Nel periodo di reazione, che toccheremo più tardi, questa proporzione fu capovolta a danno del lavoro a cottimo„.

Il concetto che ci possiamo formare del cottimo da questi dati e da queste osservazioni, ci permette quindi di spiegar meglio alcune particolarità della storia del lavoro in Atene e di formarci intorno alle sue condizioni un concetto più ampio ed organico di quello, che possa essere consentito dagli scarsi dati sul salario a giornata.

La retribuzione di novantatre dramme, data per una sola protoma ad un cottimante ne’ lavori dell’Eretteo[440], non può più, allora, tradursi semplicemente, come si è cercato fare[441], in un salario giornaliero di tanto superiore a quello noto per lo stesso periodo; ma piuttosto ci serve come dato di uno de’ più antichi stadi del cottimo e come un punto di partenza delle successive sue fasi.

Quale fosse la relazione precisa del cottimo al lavoro a giornata, nel 329/8 o 317-307, non credo si possa stabilire; e nemmeno si può stabilire la diversa retribuzione del cottimo, alla fine del quarto e quinto secolo. Ma, dall’importanza crescente e dall’estensione sempre maggiore, che ha il cottimo in quei due importanti documenti degli ultimi decenni del quarto secolo, si può ben dedurre che il lavoro libero avea assunta quella forma, la quale corrisponde a un periodo di maggiore sviluppo del lavoro e del ceto operaio, e che, se anche l’incremento del cottimo non avea già sviluppato una concorrenza maggiore tra i lavoratori, deprimendo così la media della loro retribuzione, si maturavano almeno le cause di siffatti fenomeni.

Si erano create insomma e si venivano sempre più svolgendo quelle condizioni, che rendevano più accessibile e più conveniente l’impiego del lavoro libero e concorrevano quindi ad eliminare gradualmente l’impiego del lavoro servile.

Infatti, la stessa epigrafe citata del 329/8[442] ci offre un impiego limitato di schiavi, in tutto diciassette schiavi pubblici, e ci dà modo di valutare approssimativamente l’indole e la convenienza del loro impiego, la loro utilità, il loro costo. La loro alimentazione giornaliera costa tre oboli, a cui debbono aggiungersi, pel sorvegliante, altri tre oboli di vitto e dieci dramme mensili di mercede[443]. Nel corso della seconda pritania si comprano loro diciassette berretti del costo di quattro dramme, cinque oboli e tre quarti[444]; nella pritania sesta si rifanno loro i calzari spendendo quattro dramme per uno, e in tutto sessantotto dramme[445] e si spendono pure, per un sacrificio e cinque vasi di vino, altre trentanove dramme[446]; nella quarta pritania, per fornirli di mantelli si spendono altre diciotto dramme e tre oboli per ognuno, in tutto trecentoquattordici dramme e tre oboli, e poi ancora settantasei dramme e tre oboli per tuniche di pelle, a quattro dramme e tre oboli l’una, e centodue dramme per calzari, a sei dramme l’uno[447].

Durante il corso della quarta pritania, a quanto appare, venne a morire uno degli schiavi, e vi fu luogo ad altre spese per la cremazione del cadavere e per la purificazione[448]. Nella decima pritania, in cui gli schiavi son ridotti a sedici, la solatura a’ calzari importa un’altra spesa di quaranta dramme, e due altre dramme sono spese senza che si sappia il perchè[449]. Nell’epigrafe del 317-307 compare anche un’altra spesa, una mercede mensile di otto dramme e due oboli per la compera al mercato di quanto occorresse per gli schiavi[450]; e poi altre spese per iniziazioni e funzioni religiose riguardanti i misteri[451].

Inoltre, nella prima epigrafe, si vede che occorreva prendere in fitto ordigni ed utensili per fare eseguire i lavori[452].

Si è detto che, secondo la prima epigrafe, il costo giornaliero dello schiavo sarebbe stato di una dramma al giorno, circa[453]. Fare un conto preciso, è difficile, specie con la mancanza di altri dati; ma si può ben dire, con probabilità che, se non superava questa cifra, non vi rimaneva inferiore.

Anche limitando ad una dramma il costo del mantenimento, il margine di tre oboli avrebbe dovuto compensare l’impiego del capitale, i rischi, le malattie, le giornate disoccupate. Questo calcolo poi terrebbe presente l’anno 329/8, in cui l’orzo fu venduto a tre dramme e il frumento a sei dramme[454]; mentre noi sappiamo che altre volte il costo dell’uno e dell’altro salì assai più alto. In questi casi, più che mai, lo svantaggio dell’impiego del lavoro servile dovea saltare agli occhi; e, come si è visto, le oscillazioni del prezzo de’ cereali erano forti e continue.

Pure, anche fuor de’ casi straordinarî, l’inferiorità e la poca convenienza del lavoro servile erano destinate ad apparire sempre più manifeste. Le spese di sorveglianza e di direzione, la minore produttività del lavoro servile, le attitudini d’ordinario affatto elementari degli schiavi, le spese di nolo degli utensili; queste ed altre cose costituivano tanti svantaggi, specialmente rispetto al cottimo. Se anche, ne’ casi di scarsa concorrenza, questo elevava per un momento la mercede del lavoro, la ribassava poi col suscitare la concorrenza, e, in ogni caso, rendeva più spedita e più facile l’esecuzione di qualsiasi opera, più sicuro il suo perfetto adempimento, più certo il suo conto, nè vincolava il tempo e la libertà del committente. A quali scarse proporzioni potesse scendere la mercede del lavoro con l’introduzione di questi prezzi unitari, ce lo mostra la retribuzione di una dramma e un obolo e mezzo al misuratore del frumento, per ogni centinaio di medimni, e di quattro oboli soli, per ogni centinaio, a’ caricatori[455]. Misurare e caricare cento medimni, se non importava una giornata di lavoro, vi restava inferiore di poco.