SCENA III.

Dette, e Tratta, poi Elèo
(il resto della scena, Aglae ed Elèo soli).

Tr. (affacciandosi sulla soglia) Padrona...

Agl. Che c'è?

Tr. Elèo ha domandato del padrone... Credevo fosse ancora qui...

Agl. Non importa. Passi.

Tr. Allora lo richiamo. Partiva già... (Tratta esce).

Agl. (a Delf.) Va pure... (Delfide esce). (Aglae si guarda nello specchio, dandosi una rapida occhiata all'acconciatura, poi va incontro ad Elèo che compare, fermo, serio, sulla soglia) Salute, Elèo... (affabilissima) Ci lasciavi senza pur farti vedere?...

El. (cortese, ma molto serio) Di Mènecle cercavo.

Agl. È uscito or ora...

El. (accennando a ritirarsi) Perdona... Ritornerò.

Agl. (vivamente) Ma se attendi per poco, credo potrai vederlo, perchè oggi non è giorno di giudizî... Non sei più il pupillo di Mènecle, ma la casa di Mènecle è ancora sempre casa di Elèo... Credo anche abbia a parlarti, per lettere avute da Tebe...

El. (inoltrandosi) Da chi?

Agl. Da Epaminonda, mi pare.

El. Ah!...

Agl. (tornando a sedersi al suo posto e ripigliando il lavoro della ghirlanda) È amico di Pelopida... il capo de' Tebani qui rifugiati, questo Epaminonda, n'è vero?...

El. (serio) Credo.

Agl. (seguendo il lavoro) Ne ho udito parlar tanto bene. E perchè resta in Tebe, sotto i tiranni, invece di rifugiarsi qui, coi compagni, a viver libero?...[95]

El. Lo ignoro.

Agl. Vi è qualcosa, qualche impresa per aria?

El. Non so.

Agl. (sorridendo) Ah! Si vede che sei già uomo serio. Anche Mènecle, quando gli parlo, risponde come te. Infatti, noi donne maritate, più in là del fuso e del telaio, e sorvegliar i lavori delle fantesche, per che cos'altro mai saremmo al mondo?...

El. Oh, per molte altre cose!... E poi tu non sei come l'altre...

Agl. (scherzosa) Già! dei complimenti! Mi sovviene Etèocle che sgrida le Tebane: Curi gli affari — l'uomo! E voi donne, bestie insopportabili — state nei vostri lari!...[96]

El. (serio) Sei ingiusta. Non avevo inteso d'offenderti.

Agl. E nè io di rimproverarti.

El. (imbarazzato, serio, sull'andar via) Se permetti, ripasserò tra breve a veder Mènecle...

Agl. Come credi — già che brami di andartene. Vorresti essere così gentile da passarmi quelle rose e quei mirti, là, in quel canestro... (Elèo eseguisce) Sto intrecciando, come vedi, una corona da appendere ad una cara tomba... là, dove sai; là... fuori porta Diomèa.[97] Lo rammenti che domani ricorre il dì della morte di mio padre?

El. Lo rammento.

Agl. Povero vecchio! Almeno questa l'avrà proprio dalle mie mani: e non comperata là al mercato de' fiori, da quelle ragazze che fanno ghirlande... e tant'altre cose. Oh i morti non san che farne di quelle corone. Li ho colti io tutti questi... sai. Ti ricordi i dì delle feste, quando m'aiutavi...

El. (reprimendo un sospiro) Sì... (accennando novamente di prender congedo) Allora...

Agl. (continuando la sua frase senza dargli tempo a seguire) Oh, allora anche tu eri molto più allegro... e molto più gentile di adesso... e non facevi quel muso lì, che pare stii consultando qualche vecchia maga di Tessaglia, di quelle che fan di notte con le bacchette gli incantesimi...[98] Rammenti quando si correva per gli orti di Colòno e su per il poggio di Cerere, a cogliere i narcisi delle due dee, da riempire i canestri per la festa? E quella volta che ti sei nascosto, là dietro al monumento di Teseo,[99] e m'hai fatto paura credendo veder l'ombra di Edìpo, aggirarsi nel sito dove la terra lo ingoiò? Come eri allegro!...

El. (serio, sospirando) Allora era un tempo!...

Agl. E adesso è un altro, lo so. Ma non è una ragione per far torto a quelle memorie, (sempre proseguendo il lavoro della ghirlanda). Ecco... a quest'ora m'avresti già dato la baia per la mia poca abilità nell'intrecciar questa ghirlanda... tu che volevi dar sempre il tuo parere e trovavi sempre da dir la tua... «Ohibò, queste rose non son messe bene! Ohibò, qui ci andrebbero viole... così... e qui mirti... così...» — e ohibò! ohibò! e così, così, tanto per insegnarmi a farle, il sapientissimo incontentabile si divertiva a disfarmele... È vero che oggi Elèo, figlio di Leòstene, di corone non insegna più a farne... ma ne conquista...

El. Aglae!...

Agl. Oh, so tutto... Sappiamo, sappiamo delle prove di valore là sull'Ellesponto... Eppure forse in quei giuochi, in quelle corse, quando a cogliermi fiori t'arrampicavi sospeso in aria sul burrone a picco per farmi strillar dallo spavento, là hai fatto allora le prime prove del coraggio che ti rende oggi invidiato fra i giovani d'Atene, e per cui d'averti avuto a pupillo va orgoglioso Mènecle mio...

El. (che ha seguìto con compiacenza mal repressa il discorso di Aglae, all'ultime parole si lascia sfuggire un piccolo movimento di malumore e dispetto) Grazie. Dirai a Mènecle tuo... (in atto di avviarsi).

Agl. Ma Mènecle sarà dolente, e mi sgriderà quando saprà che t'ho lasciato partire come un forestiero dalla casa ov'egli ti crebbe e ti amò come un figlio... Nè Giove Ctèsio,[100] nè gli altri Dei famigliari, custodi della casa di Mènecle, non han molto a lodarsi della memoria tua...

El. Aglae! che ne sai tu?... No, no, non temere, dillo pure a Mènecle tuo che il cuore di Elèo non dimentica... È ancora qui scritto il giorno che Mènecle m'abbracciò e mi disse: Elèo, tu non hai più padre; egli è morto da valoroso a Nemèa;[101] tuoi genitori da oggi avrai la patria e l'arconte...[102] io li rappresenterò...

Agl. Tristi cose richiami... Se non erro, quel giorno tu eri da mio padre... fu là, in casa nostra, che Mènecle ti venne a prendere e ti disse quelle parole... e tu piangevi... e qualcun altro del tuo dolore piangeva... Ma tu decisamente quest'oggi non sei cortese...

El. Aglae!...

Agl. (china sul suo lavoro, senza volgersi ad Elèo e senza guardarlo) Oh sì... se non erro... anch'io ero là... in quella triste sera...

El. (con accento dolce, affettuoso) E — non piangere, mi dicevi; papà assicura che coloro che cadono in battaglia non muoiono, ma vanno nelle isole dei beati. — Oh là certamente la sua ombra si sarà abbracciata con quella del padre tuo... Aglae, ma tu... (vedendo che Aglae ha dismesso il lavoro ed è rimasta col capo appoggiato fra le mani, pensierosa e triste).

Agl. Io... nulla. Quelle memorie...

El. Perdona...

Agl. Oh anzi... la mia anima trova in quelle memorie una dolcezza amara. Povero papà mio! Non credi che domani egli la udirà, come la udiva or sono cinque anni, la voce della sua piccola Aglae?

El. Aglae... io pure ci sarò...

Agl. ... della sua piccola Aglae (come parlando con sè medesima e seguitando il lavoro: con voce mestissima) che gli verserà acqua lustrale, e fresco latte sulla tomba,[103] e gli dirà: hai fatto male ad andartene, e a lasciarmi qui piccina, sola, sola: tu m'indovinavi fin l'ultimo de' pensieri; ed ora non c'è più nessuno, neppur di quelli a cui volevi bene, che se ne occupi. Adesso sono tutti cittadini illustri... persone serie... e la tua Aglae chi vuoi la prenda sul serio?...

El. (con voce di affettuoso rimprovero) Neppure Elèo...

Agl. Già. Neppure Elèo... (proseguendo a discorrere con sè stessa, e avendo quasi le lagrime nella voce) e quindi non lamentarti, papà mio, se questa corona non è bella come quelle di una volta; mi ci sono ingegnata da sola... ora non abbiam più maestri sapienti... non si corre più per gli orti di Colòno... Ma al cuore si guarda... al cuore... e non al dono... n'è vero, Elèo?... (mentre così parla con voce quasi rotta dal pianto, Elèo ha messo mano ai fiori e ne va scegliendo ed intrecciando alcuni) Ah! non sciuparmeli!...

El. (proseguendo la sua occupazione, senza guardar Aglae) E che cosa domanderai ai Màni di tuo padre?

Agl. Gli domanderò che dia ad Atene, agli amici... propizj gli eventi...[104] a Mènecle... (con lungo sospiro di rassegnazione) lunghi anni di vita... a te...

El. (c. s.) A me...?

Agl. A te mandi una bella sposa che ti torni allegro... e ti faccia perdere quel muso lungo, serio serio... da Anassàgora inciprignito...[105] (Elèo fa un gesto di dispetto e dà uno strappo ai fiori) Ahi! ahi... no, così, che me li rovini!... (ripigliando la frase di prima) e tanti bei piccini che, quando fai quella faccia, si mettano a strillare tutti insieme... A me poi... (sospende il lavoro e s'appoggia coi gomiti sul tavolo in atto di riflettere) vediamo!... A me... (sospirando) A me già... niente piccini... (si arresta improvvisamente per tornar a badare a quello che fa Elèo) Ma hai capito di lasciar stare!... di non buttarmeli sossopra!... Guarda che sgarbato confusionario!... Cattivo!...

El. (con voce insinuante) Ma qui ci andrebbe dell'edera perchè spicchino sul verde cupo le rose...

Agl. Già... (vivamente, prendendo dell'edera e raggiustando la ghirlanda) Così... ti pare?...

El. E non c'è neppure, tra le rose e l'edera, un corimbo di narcisi... neppur uno dei fiori cari alle due dee sotterranee...[106] Ci starebbero così bene!...

Agl. Grazie della novità. Ma roba comperata non so che farne, e nel giardino, giù, non ne abbiamo. Magari! mio padre li amava tanto...

El. Quei bei narcisi... là... della rupe di Colòno, dove tanti ce n'era...

Agl. E dove c'era, per coglierli, da scavezzarsi il collo. Sicuro che a Colòno ce ne sono!... Anche in Macedonia, anche in Tracia, anche in Persia ce ne saranno!... Però, se è vero che i morti ci leggono nel cuore... (nel volger lentamente l'occhio dal lavoro, verso Elèo, a prima giunta non lo vede più). Elèo!... (Elèo che alle parole di Aglae si è improvvisamente mosso per correr via di soppiatto, trovasi già sulla porta. Aglae si alza vivissimamente) Ah!...

El. (scena muta fra Aglae ed Elèo. Elèo ad Aglae mostrandole la ghirlanda, con voce commossa) Neppure uno... di quelli là... Non sarebbe bello... non sarebbe bello!... (s'avvia ad uscire, poi tornando sui suoi passi vivamente, prende per una mano Aglae, e guardandola affettuoso, le soggiunge con voce lenta, rotta dall'emozione) Se è vero che i morti ci leggono nel cuore... essi lo sanno... che non è un delitto... la memoria! (fugge via).

(Aglae è rimasta un minuto presso la soglia, pensierosa, tristissima; poi s'abbandona su di uno scanno, e cela il volto nelle mani).