SCENA VIII.

Aglae, Mìrtala, Cròbilo, Mènecle.

Mèn. (vedendo il bacio) Eh...! non fan complimenti. Quelli son felici... e sanno l'arte di star al mondo!...

Mìrt. (a Cròbilo, additandogli Fania e Crìside che s'allontanano) Li vedi?... impara!... Che nozze!...[131] Ah se tu fossi un marito come Fania...

Cròb. (a parte) (Ah se tu fossi una moglie come Crìside!...) Imparerò... (va a discorrere con Mènecle che passeggia pensieroso su e giù).

Agl. (partiti gli sposi è rimasta cogitabonda e triste, poi s'è rimessa lentamente al lavoro) (Elèo fra breve ritornerà...)

Mìrt. (ritorna verso Aglae) E così, t'abbiamo aspettata all'ultima festa delle Scìre...[132] non ci mancavi che tu!... peccato!... c'erano le più belle matrone d'Atene... c'ero io...

Agl. Ah!...

Mìrt. E se avessi visto, sulla strada da Atene a Sciro, che folla!... mio marito, dalla gran gente, poveretto!... corse rischio di perdermi...

Mèn. (a Cròbilo sottovoce, canzonandole) Vai in cerca di rischi...

Mìrt. Se non me l'attaccavo stretto stretto alle costole...

Agl. (velatamente ironica) Si sarà divertito...

Mìrt. Oh... mezzo mondo!...

Cròb. (Sbadigliando) Tanto! tanto!...

Mìrt. Ma sai chi ci ho visto? (Mìrtala parla colla rapidità delle vecchie chiacchierone) Cleonìce... quella magra, col naso lungo... la moglie di Nìcida, da lui ripudiata tre mesi fa. Sai, dicevano la si fosse ritirata alla campagna, per tôrsi alla vergogna del ripudio...

Agl. Poveretta!...

Mìrt. Ah sì, aspetta!... è ricomparsa alla festa, fresca, fresca, come niente fosse... e si pavoneggiava in gran lusso... con tanto di veste cimbèrica e di stivaletti persiani...[133] E poi i poeti cantano che la moglie ripudiata porta il rossore in fronte!...[134] Oh la sfacciata!... Oh, a proposito di vesti, un favore ti avrei a chiedere... sei tanto buona.

Agl. Ma parla...

Mìrt. Quella tua tònaca bianca di bisso di Amòrgo,[135] con lo strascico... Vorrei farmene una eguale anch'io, per la festa di Venere Colìade...[136]

Agl. (a parte) (O care Grazie!).

Mìrt. Se non t'increscesse mostrarmela, per copiar le misure...

Agl. Oh già... t'anderan bene... Ma subito!... Se vieni nella mia stanza di là...

Mìrt. Grazie!... Ora, ora, prima di andar via... (con malizia, abbassando la voce) E così spierò anche i segreti del vostro nido...

Agl. Nido?... che nido?

Mìrt. (maliziosamente sorridente) Eh, già... il vostro... (accennandole Mènecle).

Agl. (con indifferenza) Ah! due nidi...

Mìrt. Come?...

Agl. Il mio qui sopra... e il suo... da basso.

Mìrt. (stupefatta) Eh??... non istate insieme?...

Agl. È tanto occupato... sai...

Mìrt. Occupato il giorno... va bene;... ma... e la notte?

Agl. La notte... lui scrive... lavora...

Mìrt. E tu?...

Agl. (con accento vibrato) Io... dormo.

Mìrt. E la mattina?...

Agl. Dorme lui... e lavoro io...

Mìrt. O Dee santissime!... ma senti, Cròbilo?!

Cròb. Che cosa?

Mìrt. Aglae qui mi conta che Mènecle di notte la lascia sola per lavorare...

Cròb. (fra sè) (Oh, oh!) (con segni adesivi del capo) Benissimo!...

Mìrt. (scrutandolo con faccia scura) Perchè benissimo?

Cròb. Perchè il pensiero di noi uomini, per levarsi su, su, su, nelle alte sfere, ha bisogno del silenzio notturno e della solitudine... e quindi...

Mìrt. (ironicamente suggestiva) E quindi lasciando la moglie sola nel vedovo talamo...

Cròb. ... la moglie se ha sonno, riposa più tranquilla... e il marito ha le idee più lucide.

Mìrt. (con calma simulata) E se sonno la moglie non avesse?...

Cròb. Accende il lume e conta i travicelli del soffitto... esercizio che rinforza la memoria: o va alla finestra a veder il tesmotèta che passa colla ronda...[137] e il golfo e l'Acròpoli illuminati dalla luna...

Mìrt. (ironica, frenandosi a stento) Infatti... l'altra notte... per esempio... che sei rincasato alla terza vigilia...

Cròb. Non era ancora...

Mìrt. (rincalzando)... alla terza vigilia, l'ho vista anch'io la ronda e l'Acròpoli a chiaro di luna...

Cròb. N'è vero, com'è poetico?

Mìrt. Già! (prorompendo) Provati un'altra volta a tornar a casa a quell'ora, e poi... la ronda e la luna te la do io...[138]

Mèn. Che cosa c'è? Che cosa c'è? Ulisse e Penelope che si bisticciano?

Cròb. Niente niente! si discorreva dell'ora che si alza la luna...

Mìrt. (a Mèn.) E Penelope dimostrava ad Ulisse che è un'ora in cui i mariti potrebbero benissimo tralasciare di pensar tanto e far invece... qualche cosa d'altro. Che già, per quel che fruttano i loro profondi pensieri, la Repubblica non ci perderebbe gran che: anzi l'andava meglio quando i mariti cecròpidi coltivavano le mogli un po' di più, e di giudizî e di decreti ne impasticciavano un po' meno... Quelli eran tempi!... quand'ero fanciulla io...

Cròb. (a parte) ... e i Greci assediavano Troja...

Mìrt. ... e macinavo l'orzo di Minerva, e nelle feste Braurònie rappresentavo l'orsa di Diana...[139]

Cròb. (... al naturale...)

Mìrt. ... allora, ah sì, non c'era pericolo che mio padre tornasse a casa dopo il tramonto e facesse a sua moglie il muso scuro con tanti pretesti di tabelle e palle nere e leggi e processi per la testa... Adesso, a furia di decreti e novità mandano la Repubblica a soqquadro; e guardali lì, che par tornino dall'averla salvata a Maratona!... Ah se governassimo noi donne...

Cròb. (Poveri noi...)

Mèn. (ironico) ... gli uomini filerebbero la lana...

Mìrt. ... e la lana ci scapiterebbe, ma le leggi ci guadagnerebbero. Già anche oggi (parla con Mènecle), al solito, avrete tirato colle vostre unghiaccie delle gran righe lunghe sulla cera[140] e data qualcun'altra delle vostre sentenze storte...

Mèn. Tranquìllati... oggi è vacanza...

Mìrt. Se non è oggi, sarà stato ieri...

Come s'è detto, durante questo dialogo, Aglae è seduta intenta al suo lavoro.

Mèn. Ah, ieri sì...

Mìrt. Sentiamo!...

Mèn. Oh, una causa molto semplice. A Fillide, la giovinetta moglie del vecchio Fràstore Egilièo, è morto il padre due mesi fa. Malgrado tutto l'amor figliale, gli occhi per troppo piangere la ragazza non se li è sciupati, e questo è quel che capita ai padri, quando maritano, per interesse, a controgenio le figliuole. È andata ai funerali col suo vecchio marito, senza troppo graffiarsi il viso, con lui è intervenuta al banchetto funebre dei novendiali,[141] quel tanto insomma che la legge ordina ai figliuoli, e niente più. Che è, che non è, salta fuori un bel pezzo di giovine, certo Màntia, ammogliato alla vecchia Pànfila: e asserendosi solo superstite parente dell'orfana fanciulla, invoca il diritto dalla legge, di pigliarsela in isposa...[142]

Cròb. To' che felice idea!...

Mìrt. Oh, il birbante! già, sarà stato d'accordo con quella civettuola...

Mèn. Fosse d'accordo o di suo capo, vattelapesca. Il fatto è che la ragazza, messi in un piatto di bilancia i sessant'anni del consorte vecchio, nell'altro i ventitrè del cuginetto nuovo, trovò la domanda di quest'ultimo immensamente ragionevole. Non così il venerando marito di lei e la veneranda mogliera del nostro giovanotto: ai quali proprio non entrava in testa che s'avessero a disfare due matrimonî per cavarne fuori un terzo a loro spese...

Mìrt. Per Venere! Se avean ragione!...

Mèn. ... e per farla valere, appunto, si misero insieme, poichè il giovine stette duro a far la lite...

Mìrt. ... quella sfacciatella avrà soffiato sotto...

Mèn. (aderendo) — ... la sfacciatella soffiava sotto — e chiesero all'arconte che la domanda dell'improvvisato cuginetto fosse respinta, contestandone la parentela. Ma sì! il cuginetto era assistito da un avvocato coi fiocchi, il vecchio Isèo, il quale squadernò davanti ai giudici un albero genealogico, in linee rette, oblique, laterali e trasversali, che risaliva sino a Codro per via di femmine e per via di maschi sino a Teseo: un albero rispettabile. Di più, esibì la testimonianza dei servi, i quali, posti ai tormenti,[143] dichiararono aver una volta udito il padre della fanciulla, nel contrattar la compera di un asino, chiamar parente il padre del giovine. Di più, la ragazza interrogata, abbassando gli occhi con molta ingenuità e grazia pudica, confermò anch'ella questa circostanza...

Cròb. Dell'asino?

Mèn. (confermando e battendogli sulla spalla) Dell'asino.

Mìrt. (impaziente) Insomma... la conclusione...

Mèn. La conclusione — ecco... l'albero, veramente, era un po' imbrogliato... ma il vecchio Isèo ci mise tanta eloquenza — «giudici, guardate questo! considerate quest'altro!»...

Mìrt. Che i corvi se lo mangino!...

Mèn. ... e quei due giovani, a vederli, lì insieme, tutti e due, biondi, rosei, mandandosi certe occhiate — dritte, laterali e trasversali — come quelle dell'albero, pareano così fatti l'una per l'altro...

Mìrt. (furiosa) E quindi...

Mèn. E quindi Isèo, in uno slancio oratorio, imposte le mani sulle due giovani teste, le avvicinò (mentre sta dicendo questo con inflessione espressiva di voce, getta occhiate verso Aglae, come volesse fermarne l'attenzione. Aglae infatti, alta la testa, e sospeso il lavoro, pur senza guardar Mènecle, mostra di essere molto attenta)... e citò il verso di Omero che Giove vuol congiunti i simili coi simili; e il tribunale per non far torto nè ad Omero nè a Giove, giudicò ch'eran proprio cugini autentici e che il giovine avea diritto di divorziar dalla vecchia, e di portar via al vecchio la giovanetta. I due vegliardi cascarono ululando nelle braccia uno dell'altro, la giovanetta abbassando gli occhi con molta ingenuità e grazia pudica rivolse all'antico sposo un commovente sguardo d'addio, e sospirando... si rassegnò.

Mìrt. (indignata) E tu o Giove, che cosa fai là sopra, che non punisci queste infamie commesse in tuo nome?

Mèn. (pacatissimo) Vedi, hai torto d'invocar Giove. Forse in quel momento era occupato anche lui colla piccola Ebe... a far dei torti alla veneranda Giunone. Son cose che succedono in cielo e in terra..

Mìrt. Ma tu, tu, come hai votato?

Mèn. Ecco... io ci vedo poco... ma mi hanno assicurato che proprio le linee trasversali andavan bene,[144] e quindi per non guastarle — mancando un voto alla maggioranza — ho dato il mio.

Agl. (con iscatto repentino, vibratissimo di voce) Bravo Mènecle!...

Cròb. (contemporaneamente, sottovoce per non farsi udir da Mìrtala) (Bravo Mènecle!)

Mèn. (udendo Aglae, con un sospiro) (Volevo dire!...)

Mìrt. (ad Aglae) E tu lo lodi, tu lo lodi! Mettiti nei panni di quella povera moglie abbandonata...

Agl. Mi metto nei panni di quell'altra.

Mèn. Ma che abbandono! che abbandono! Cosa credi, che i giudici abbiano cuor di macigno? Quando Isèo s'accorse che il suo albero sui giudici faceva un effettone e che i due vecchi rischiavano restar soli, per ultimo argomento, tirò fuori... (pausa, segni di attenzione) un altro albero...

Cròb. Ma era una foresta questa arringa!

Mèn. Proprio così... un altro albero, dal quale appariva come qualmente il vecchio abbandonato fosse parente in quarto o quinto grado della vecchiarella derelitta: onde Isèo concluse, e il Tribunale accolse, i lor precedenti matrimonî doversi sciogliere anche per ciò: che la settantenne Pànfila essendo... orfanella, la legge obbligava il vecchietto a sposarla per la perpetuazione della stirpe. E stese le mani sulle due teste venerande, ripetè il verso di Omero: che Giove ama congiunti i simili coi simili!... Ah che oratore! che oratore!

Mìrt. (mal frenando la stizza) Aglae, nei processi di tuo marito ci son troppi alberi... e a viaggiar pei boschi si incontrano i malandrini... Se credi, son da te...

Agl. (alzandosi) Come vuoi...

Cròb. (ad Aglae sottovoce, mentre questa, prima d'uscire, sta mettendo a posto qualcosa sul suo tavolo) Mi raccomando... non le mostrar tutta la guardaroba... perchè poi a me tocca di portarla... e... vesti chiuse... vesti chiuse... riparano dai freddi...

Agl. (a Mènecle, nell'andarsene con Mìrtala) Tu sei a casa oggi?

Mèn. (asciutto) No.

Agl. Sei via a cena?

Mèn. (c. s.) Sì.

Agl. Tornerai presto?

Mèn. Forse. (Aglae s'allontana senza dir parola. Quando ella è già sull'uscio, Mènecle la richiama) A proposito, è stato qui Elèo?

Agl. (ferma sull'uscio, dopo una pausa, come risovvenendosi) Ah... sì!

Mèn. Perchè non dirmelo...?

Agl. (fredda) Non me l'hai chiesto.

Mèn. Ha detto ove andava?...

Agl. No.

Mèn. Tornerà?

Agl. (imitando il forse precedente di Mènecle, con accento espressivo) Forse! (esce con Mìrtala).