IV.

Adesso lo troviamo—a Sant'Angelo in Vado,
Grossa borgata allora,—posta tra l'Appennmo
Ed i repubblicani—colli di San Marino.

A Sant'Angelo in Vado—non c'è che una prigione.

Nel mille e due (secondo—la vecchia tradizione)
V'abitavano i frati;—era un piccol convento;
Non divenne prigione—che nel mille e trecento.

* * * * *

Mastro Spaghi sedeva—in un umida stanza,
I cui muri, giallognoli—e a macchie, avean sembianza
Di facce d'appiccati.
—Era una notte estiva.
Sui campi la finestra—della stanza s'apriva.
Di fronte alla finestra—c'era una porta, quella
D'un carcere, che un tempo—era stato una cella,
Là stava il condannato—a morire domani
Sulla forca.

Il carnefice—torceva nelle mani
Un superbo lacciuolo.—Splendeva alla sua destra,
Su un tavolo, una lampada.
—La vicina finestra
Tormentava il lucignolo—con buffi violenti,
Di profumi campestri—söavemente olenti.

Mastro Spaghi annasava—le odorose zaffate
Come un fanciul che sogna—le libere giornate
Nella scuola rinchiuso,—e il cui sguardo si perde
Alle cime dei pioppi—che si pingon di verde,
E al cielo azzurro, mentre—il professor di greco
Gli spiega la grammatica.
—Non la più debol eco
Il silenzio turbava.
—S'erano i borghigiani
Coricati assai presto,—per poter l'indomani
Svegliarsi di buon'ora,—e gustar per intero
La festa della forca.

* * * * *

—Dormiva il prigioniero?
Io l'ignoro.
Chi veglia—è mastro Spaghi.
E questi
Faceva a bassa voce—dei monologhi mesti: