II.
—Fra tutti i pari suoi
Mastro Spaghi emergeva—nell'arte del capestro.
La gran pratica è vero—l'avea reso il più destro
In tal ramo di scienza;—ma il suo merito c'era.
Fabbricava lacciuoli—in siffatta maniera
Che gli altri d'imitarlo—avean tentato invano!
La seta più ribelle—di mastro Spaghi in mano
Si mutava in un filo—così forte e sottile,
Qual non l'avria mutato—la mano più gentile
D'una donna ai ricami—espertissima.
* * * * *
Quando
Saliva sopra il palco—era proprio ammirando!
Dall'alto della forca—con un braccio potente,
Al segnale prefisso,—ei ghermiva il paziente;
Gli chiudeva la strozza—col famoso lacciuolo;
Poi, lasciata la vittima,—ratto balzava al suolo
E, con ambe le mani—afferrati i ginocchi,
Dava uno strappo…
Il misero—schizzava in fuori gli occhi
Tremava in tutto il corpo;—contorceva la faccia;
Allungava la lingua;—dibatteva le braccia;…
Ma era affar d'un istante!…
—E il popolo plaudiva
A lui che così presto—d'una persona viva
Sapea fare un cadavere!
* * * * *
Il popol gli era grato,
Perchè soltanto il popolo—era allora appiccato.
I nobili morivano—di scure, e i popolani
Dicean: "Se mi facessero—appiccare domani
"Per man di mastro Spaghi—preferirei morire.
"Mastro Spaghi ama il popolo,—chè non lo fa soffrire!"
III.
In vent'anni la fama—del nostro personaggio
Nelle città d'Italia—avea fatto vïaggio,
Raccontando la storia—di mille impiccamenti,
Miracoli dell'arte,—alle estatiche genti;
Tantochè mastro Spaghi,—il carnefice artista,
Era chiamato ovunque,—al par d'un concertista
Nei dì presenti; ed egli—era sempre in cammino.
Oggi appiccava un ladro—nella città d'Urbino;
L'indomani a Piacenza—giungeva di gran fretta
Per un villan, che avea—tentato far vendetta
Contro il Duca, perchè—questi gli avea (badate
Che inezia!) la sorella—e la sposa violate;
Il dì dopo correva—a Firenze, chiamato
Per un giovane ardente,—che aveva cospirato
(Diceva la sentenza),—contro le leggi.
Insomma,
Mastro Spaghi pareva—una palla di gomma
Che balza, ed agli astanti—sembra dir: "Dove vado?"