XII.

La fanciulla riprese:
—"Io l'amo! Io l'amo! Io l'amo!
"Io morrò s'egli muore!—Egli, povero e gramo,
"Mi pagò più di tutti!—Ei d'amor mi ha arricchita!
"Gli altri mi dan dell'oro!—Egli mi diè la vita!
"Io lo voglio!… Dovessi—dar fuoco alla borgata!
"Io pretendo di vivere—perchè mi sento amata!
"Perchè voglio adorarlo,—e coprirlo di baci!
"Lo comprendi, o carnefice?—Tu mi guardi? Tu taci?"

* * * * *

Ella facea paura.
—Agitava le braccia,
E diceva: "Lo voglio!"—con aria di minaccia.
Correva per la stanza.—Abbrancava le grate
Dell'usciuolo del carcere—con mani forsennate,
Gridando: "Spingi! Aiutami!—Aiutami, amor mio!"

* * * * *

Ei mormorò di dentro:—"Lea, non perderti!… Addio!"

XIII.

Allora la fanciulla—divenne mansüeta
Come un pazzo, cui nota—voce d'amico accheta.
Il suo viso, che l'ira—aveva imporporato
Tornò pallido.
Il labbro,—qual ferro arroventato,
Restò sol di carminio.
—Ivi il sangue soltanto
Afflüiva nei giorni—della gioia e del pianto;
Ed un genio, guardando—quelle labbra procaci,
Dovea dir: "Questa donna—è nata per i baci."

* * * * *

Mastro Spaghi, seduto—vicino alla lucerna,
Somigliava alla statua—dell'attenzione eterna.
Il morente lucignolo,—mobile e vaporoso,
Fissava sul suo cranio—un punto luminoso.

* * * * *

Come un rettile, a terra—la fanciulla strisciando,
A lui venne dinanzi;—e, gli stinchi abbracciando
Del vegliardo, gli disse:
—"Tu non l'ucciderai,
"Non è vero?… Perdonami—s'io piansi e mi sdegnai…
"Come sei bello!… Parla!—Io non credea davvero
"Che gli uomini che fanno—un simile mestiero
"Avessero una faccia—così buona, e che pare
"Quella dipinta in chiesa—sul quadro dell'altare!"

XIV.

Mastro Spaghi taceva—fissandola nel viso;
E nei suoi occhi azzurri—vedeva un paradiso.
Un'iride ideale—di memorie e d'amore,
Di dolci desiderii—soffocati nel cuore.

Come in mezzo alla nebbia—gli passava davante
Della perduta sposa—il leggiadro sembiante,
Che gli dicea:
"Coraggio!—Se tu cedi, io perdono!"

Poi gli giungea all'orecchio—con argentino suona
Una voce infantile;—quella d'una bambina;
Che vinceva gli accordi—d'un'armonia divina.

* * * * *

Sovra la rozza panca—il vegliardo si scosse.
Avea il pianto negli occhi—e mormorò:
"Se fosse
"Viva, avrebbe vent'anni—la povera piccina!
"Vorrei diventar cieco—per averla vicina!
"Che sarà divenuta?—Sarà dessa felice?
"Forse è una gran signora…—Forse una meretrice!

* * * * *

Così parlava.
Intanto—la dolente fanciulla
Gli abbracciava gli stinchi,—senza comprender nulla.

Alfin surse da terra,—chè volavano l'ore.
Avea l'occhio velato—da un osceno languore,
Ed additando l'oro—mormorò al vecchio:

"Senti:
"Questi sono testoni—tutti nuovi e lucenti…
"Son dieci!… Sono pochi!—Ma se tu mi concedi
"La sua vita, oltre l'oro—che scintillar qui vedi.
"Io ti darò… me stessa!…—E sono bella!… Guarda!…"
E si slacciò le vesti.
—Ei con mano gagliarda,
"Quasi sdegnato, e altrove—guardando, ricompose
Le vesti.
Ella la destra—gli strinse. Vi depose
Un bacio e disse:
"Grazie!—Oh!… Grazie, padre!

* * * * *

Allora,
Nelle braccia serrandola:—"Lontana è ancor l'aurora!"
Esclamò il vecchio. "Insieme—con voi verrò!.. Mia figlia,
"Sì, mia figlia sarai!"