XV.
—E dalla ferrea griglia
Del carcer, pochi istanti—dopo, uscivan tre ombre.
Le vie del firmamento—eran di nubi sgombre;
La luna era abbagliante—d'ineffabil splendore;
Nicasio e Lea correano—parlandosi d'amore.
Quella luna invitava—a amar, solo a vederla.
La terra era d'argento,—il ciel di madreperla.
E in quell'onda di luce—il triste gruppo avvolto
Pareva un gruppo d'angioli—dal Signore raccolto,
Perchè nel santo affetto,—che purifica tutto,
Oblïasse ogni colpa,—oblïasse ogni lutto.
Di mastro Spaghi il cranio—fulgeva in modo strano;
Lo si saria veduto—a tre miglia lontano.
Ei non se ne accorgeva.
—Celiando, il giovinetto
Quel cranio traditore—copri col suo berretto,
E disse:
"Affeddidio!—Questo tuo cranio vuole
"Col suo sfarzo di luce—comprometter tre gole!"
* * * * *
Così senza spettacolo—rimaser l'indomani
Di Sant'Angelo in Vado—i buoni borghigiani:
E così, nella corsa—facendo invidia al vento,
Sullo scorcio d'aprile,—l'anno milletrecento,
Giungean, per imbarcarsi,—all'adriaca marina
Un carnefice, un ladro—e una bella sgualdrina.