III.

Tra i beffatori del povero Ivo il più implacabile era un suo cugino chiamato Stiepo, giovinaccio atticciato e robusto, il quale era andato a caccia fino da fanciullino, condottovi dal proprio padre, e di tredici anni avea già guadagnato il berretto. Il qual berretto stava pur bene alla fronte maschia e alla bieca fisonomia di quel ragazzone dalle folte basette fulve e dai fulvi capelli che cadevangli in due arruffate treccie, a mo' de' Morlacchi, sopra le spalle.

Questi due cugini avevano già il seme d'una cordiale antipatia fra di loro, e non ci voleva più che una rivalità d'amore per renderli nemici davvero l'uno dell'altro. E l'occasione, come potete credere, non tardò.

Era venuta ad abitar Capo d'Istria una fanciulla chiamata Matilde, figlia del capo-caccia de' conti di Pisino, natagli nel castello e lì allevata quasi signorilmente colle damigelle della contessa. Avvezza al piglio soldatesco del padre, vecchio cacciatore, e degli amici di casa, era più inclinata a ridere della timidezza d'Ivo, che a prenderlo in affezione. Ma dall'altra parte nè anche il carattere rozzo e bestiale di Stiepo poteva far breccia nell'animo suo: poichè l'educazione, o meglio la consuetudine del castello l'avea resa un po' delicata, e non amava i costumi selvaggi del giovane bieco, benchè si accordasse di sovente con esso nel farsi beffe dell'altro.

Rimasta orfana da poco, viveva come padrona presso una vecchia parente. Il conte di Pisino in benemerenza de' paterni servigi le aveva assegnata una modesta pensione a titolo di dote, sicchè ell'era un partito assai desiderabile per la gioventù del paese.

— Stiepo, — disse una sera Matilde, — bisogna avere un po' di compassione al povero Ivo. Egli ha forse paura dei lupi perchè non si è mai trovato al cimento. Conducetelo fuori a caccia con voi: addestratemelo un po' quel caro ragazzo. — Ivo era presente e arrossì fino agli occhi.

— Matilde, — diss'egli, — comandate ch'io esponga la mia vita in vostra difesa, e vedrete se il coraggio mi mancherà.

— Bel difensore che avrebbe trovato! — soggiunse Stiepo: — un giovane di ventidue anni che non si è ancora procurato un berretto. Comperategliene uno, — diss'egli a Matilde, — comperategliene uno voi che avete denari. Oppure senti, Ivo, cugino mio. Io ho veduto un bel gatto che ruzzava ier sera qui dattorno. Cacciagli una palla ne' fianchi quando ei si sarà accovacciato. Diremo ch'è stato il lupo, e non porterai più quel vigliacco berrettino di lana. —

La fanciulla cervellina si mise a ridere sguaiatamente, poi tornò sulla prima idea, e persuase colle buone i due cugini ad andarsene insieme alla caccia del lupo che si progettava a quei giorni.

Ivo non mancava veramente di qualche coraggio, nè accresceva coll'immaginazione, come sogliono i paurosi, la realtà del pericolo. Più volte l'avea affrontato con sufficiente calma e n'era uscito sano e salvo. Ciò che mancavagli era quel sangue freddo che non si lascia sopraffare da un accidente improvviso, quella dote che non è sempre coraggio, che non dipende dalla forza del volere, ma è dono libero della natura, o conseguenza delle prime impressioni infantili: quel colpo d'occhio sicuro che vede in un attimo ciò che è da farsi e lo fa. Questa facoltà preziosa ei non l'avea mai potuta acquistare per quanto cercasse d'abituarcisi. Un colpo di fucile, un tuono non preceduto dal lampo, un cane che gli corresse tra' piedi, lo facea trasalire. Bisognava avvisarlo di tenersi all'erta; allora egli diveniva un uomo. Quindi consentì di prender parte alla caccia, preparò il fucile, le munizioni, ed era apparecchiato ad affrontarsi non solo co' lupi, ma co' leoni, se fosse stato mestieri.

Se non che il suo rivale aveva risoluto di farne strazio, d'esporlo a nuove risate, di perderlo affatto nell'animo di Matilde. Fatto il suo progetto, gli si pose a' fianchi, volle visitare la carica coll'intenzione di sottrarvi le palle: ma l'altro se n'avvide e ricaricò. Di lì a non molto, al primo braccare de' cani, Stiepo si diede a gridare: — Al lupo! — e cominciò a ridere vedendo il cugino impallidire, e spianare il fucile prima di scorgere cosa alcuna. Più tardi i lupi si mostrarono davvero: tutti scaricarono l'arma: ma non restò ferito che un cane, un bel bracco della Matilde, memoria del padre suo. Era difficile a dire chi l'avesse colpito: ma come ben potete pensare la colpa fu addossata ad Ivo, il quale costretto a dissimulare, sentì versarsi nell'anima quanto aveva di fiele. Accorse al povero Lampo ferito, e si pose a medicarlo. Intanto ch'egli si occupava di questo, un altro lupo snidato dalla sua tana veniva a lui difilato. Egli balzò in piedi, ma non fu a tempo d'imbracciare il fucile. — All'erta! — gridò Stiepo — occhio alle spalle! — e mentre Ivo volgevasi dalla parte che gli era indicata, Stiepo gli aveva colpito il lupo sui piedi. Il feroce animale rotolò due volte sul terreno. Immaginate la confusione del giovane. Egli rimase impietrito, mentre gli altri cacciatori furono tutti sopra la belva, e stavano per finirla. Stiepo vedendo che aveva solo le gambe infrante, gli gettò un laccio scorsoio e risolvette di condursela a casa vivente — ognuno può immaginarsi a qual fine.

Ritornando dalla caccia, i due rivali si trovarono insieme non lontani dalla barella dove con gli altri arnesi da caccia stava il cane ferito, e il lupo colla musoliera alla bocca. Ei metteva sovente un urlo represso di dolore e di rabbia che nel silenzio della notte poteva metter paura anche a' men timidi.

— Ivo, — prese a dire il suo instancabile beffatore: — tu sei stato assai poco fortunato alla caccia: la Matilde sarà adirata con te che le hai ferito il suo Lampo. Affè, era meglio assai risparmiare la polvere.

— Stiepo, — rispose quegli seriamente. — Io non ho ferito il cane. Non dirò chi l'abbia fatto.... perchè.... ma voi dovete sapere meglio d'ogni altro ch'io non lo feci.

— Io? Non so niente, io! Ad ogni modo ei guarirà forse della ferita. Senti, Ivo, giacchè ti deve importare la vita del bracco, dovresti montar tu pure sulla barella perchè il lupo non rompa a caso la musoliera. Senti, senti come freme! Povero Lampo, s'ei mette i denti in libertà. —

La pazienza del giovane toccava gli estremi, ma pure dissimulò finchè giunsero a Capo d'Istria. Qui ei trasse Stiepo in disparte, e guardandolo con freddo e risoluto piglio: — Cugino — gli disse — io ti prego di non permetterti un solo motteggio sulla caccia di ieri. Ricordati che se alcuno riderà alle mie spalle, tutti non rideranno ugualmente.

— Come sarebbe a dire? pretendi tu minacciarmi?

— Io non minaccio alcuno: ti prego a porre un limite alle tue beffe.

— E s'io non volessi ascoltar la preghiera?

— Stiepo, ella non è altrimenti preghiera: è un comando. Tu non dirai nè anco una parola sul conto mio! — E così dicendo lo fissava con quel guardo che annunzia una ferma risoluzione e la forza morale per porla ad effetto. Stiepo ne fu involontariamente un po' sconcertato, e volle sottrarsi all'influenza che quello sguardo esercitava per la prima volta sopra di lui. Cambiò discorso, e soggiunse: — Tu non avrai la Matilde. Ella è figliuola d'un bravo cacciatore, e sceglierà uno sposo degno di lei.

— Non si tratta ora nè di Matilde, nè della sua scelta. Si tratta della tua vita! —

Stiepo voleva ridere, ma l'occhio fiso ed immobile del suo cugino gliene tolse la voglia. Ei gli voltò le spalle e andò a collocare il suo lupo in una stalla deserta in fondo al cortile della sua casa. Là gli trasse destramente la musoliera senza slegarlo però dal laccio che lo teneva assicurato a un grosso anello di ferro fitto nel muro.