IV.

Gentilina per uno di quegli istinti di donna che non s'ingannano mai, aveva indovinato il tutto, e tocca da questo presentimento come da un fulmine, era caduta fra le braccia d'uno dei circostanti. Si parlò di portare il ferito al suo domicilio, ma era lontano, e si poteva ragionevolmente temere che vi fosse pericolo sì nell'indugio che nel trasporto. Le farmacie erano tutte chiuse, chiuse tutte le botteghe e le case vicine, la notte fosca e la città tutta in calma. Il padre di Gentilina accorso sul luogo, offerse la propria casa per prestargli i primi soccorsi, e il corpo immobile dell'avvocato fu posto nella prima camera a cui metteva la scala. Era la camera di Gentilina. Mentre alcuni accorrevano a risvegliare un chirurgo, la coraggiosa giovane, riavuta dal suo svenimento, scoprì la ferita aperta sul petto, e s'ingegnò d'arrestarne il sangue co' pannilini. Di lì a poco Leopoldo aperse gli occhi gravi e smarriti, e parve riconoscere quelli che lo circondavano. Fissò la Gentilina con un sentimento di gratitudine, ma tosto il suo sguardo si rannuvolò e si volse tristamente altrove. Egli non proferse una sola parola. Venne il medico, esaminò la ferita, crollò il capo in segno di tristo presagio, consigliò le fasciature e le cure che credette opportune, e rimise all'indomani il decidere sulla gravità del caso. Vi lascio pensare qual notte passò la fanciulla riconoscendo in se stessa la causa di tale avvenimento e prevedendo le gravi conseguenze che ne potevano sorgere. Persuasa, pregata a voler ritirarsi dal triste spettacolo, non volle mai abbandonare quel letto; spiava ogni sintomo favorevole nel giacente, ma non osava interrogarlo: avrebbe data la metà del suo sangue perchè la ferita fosse leggiera e sanabile: ma chi potrebbe scendere nel suo cuore e discernervi tutti i motivi di un tal desiderio e di un tale spavento? Ella medesima non avrebbe potuto renderne conto a se stessa; del resto le cure ch'ella prodigava al ferito, le avrebbe prestate ad uno straniero, ad un povero per solo istinto di umanità. Ma in questo caso la sola pietà naturale non l'animava; un mortal pallore ricopriva il suo volto, e un secreto rimorso pingevasi nei suoi sguardi smarriti.

Intanto Gregorio, riposto lo stiletto con apparente tranquillità, con fermi e sonanti passi aveva continuato per la sua via. Ma a mano mano che s'avanzava alla volta della sua abitazione, tutta la sua persona agitavasi, il passo si accelerava, oltrepassò la sua casa senza avvedersene, uscì dal circuito delle mura e si trovò nell'aperta campagna quasi in aspetto di fuggitivo. Infatti egli poteva ben essere inseguìto: ma non pensava a codesto, e pure fuggiva senza riflettere a quanto avea fatto, fuggiva dal rimorso che assale subito l'omicida. Le cagioni che l'aveano indotto a bagnarsi le mani nel sangue del suo rivale erano così frivole, che il fatto stesso parevagli un sogno. Vi fu un momento che si volse indietro quasi per accertarsene, quasi per revocare colla volontà il corso dell'avvenuto. Ma quando fu per rientrare nella città e nasceva già l'alba e le case cominciavano ad aprirsi qua e là, la coscienza del suo delitto lo assalì chiara e terribile: sentì il pericolo che gli soprastava, corse a casa, sellò un cavallo e via prima che si potessero dare gli ordini per arrestarlo. Due giorni dopo Leopoldo, sempre in pericolo di vita, avea svelato il nome dell'omicida, e Gregorio, arrestato in un suo podere, avea subìto un primo esame, niegando il fatto e ingegnandosi di schermirsi coll'alibi: ma troppo certi indizii stavano contro di lui, perchè potesse sperare di uscirne per mancanza di prove.