IV. IL VISCONTE D’ORBEIL

Dalla inaspettata rivelazione di Zenaide risultava che il figliuolo del Visconte, Augusto d’Orbeil, era il vero Federico Lennois, figlio di Zenaide.

I medici dell’ospizio di Bicètre, riuniti in consesso, aveano riconosciuto e attestato che la Zenaide non era più demente, e che però la rivelazione di lei, sorretta e convalidata dalla testimonianza di Luigi Reynold, uomo di gran merito e probità, aveasi a tenere come vera, tanto più che, essendosi la Zenaide gravemente infermata, avea chiesto spontaneamente di deporre la sua rivelazione a’ piedi di un ministro della Chiesa.

Fu compilato su questo singolare avvenimento un processo verbale, firmato da Luigi Reynold e da tutti gli altri medici del manicomio; le autorità s’impossessarono del fatto per sottoporlo ad un regolare procedimento giudiziario.

Lasciamo al presente per alcun poco il manicomio di Bicètre, e trasportiamoci a Auteuil, dove la famiglia d’Orbeil era tornata col ritornar della bella stagione.

Una copia del processo-verbale sulla rivelazione di Zenaide fu mandata al Visconte d’Orbeil. Chi potrà dipingere la sorpresa e il dolore del nobil uomo nel sapere che quegli il quale avea goduto i dritti di amatissimo figlio, l’erede del titolo e delle dovizie della casa d’Orbeil, il rampollo di uno de’ più nobili stipiti francesi, non era altri che un bastardello, cui un tradimento inaudito avea messo al luogo del vero figlio ed erede? Chi potrà esprimere lo sdegno infinito da cui fu preso il Visconte nel sapere che il vero suo figliuolo, bruttato da infamanti accuse, giacea miseramente privo di senno in uno ospizio di pazzi, da cui non sarebbe uscito che per patire la condanna del perpetuo esilio dalla Francia?

Nel leggere quella carta che gittava per sempre nel fango il cognome d’Orbeil, il Visconte, colpito in sulle prime di stupefazione, fu indi assalito da un tal disperato dolore, che caduto sovra una sedia, e cacciatosi le mani tra i lunghi capelli, stette come percosso dalla folgore: la scritta funesta era caduta sul pavimento. La Viscontessa, la quale era venuta nelle camere di suo marito, ed avea veduto il costui profondo dolore senza potere ottener da lui risposta veruna, raccolse la carta che ella vide sul suolo, vi gittò gli occhi avidamente, e spinse al cielo un grido, che parve le fosse uscito dal cuore che si fendeva.

Sembrava che que’ due non avessero dapprima prestato fede alla tremenda rivelazione che strappava dalle loro braccia un dilettissimo figliuolo, condannandolo alla miseria, all’abbandono, e a portare un nome disonorato. Ma, a seconda che la Viscontessa si richiamava a mente l’estrema tenerezza della Zenaide per quel bambino che era in fatti il vero figlio di costei, e le crudeltà inaudite che questa perfida femmina esercitava sulla infelice creatura con tanta infamia tolta all’amore della vera sua madre; quando la moglie del Visconte si ricordava delle frequenti visite che la Zenaide faceva al castello e del come sembrava afflittissima quando il piccolo Augusto non vi era; quando insomma, la gentildonna riandava col pensiero su le più indifferenti azioni di quella ribalda che sì crudelmente l’aveva ingannata, più non poteva dubitare della verità di quella tarda rivelazione che piombava sulla famiglia d’Orbeil per distruggerla.

Le parole del giovine Visconte aveano distrutto la felicità e l’onore di qualche povera e onesta famiglia.

E le parole di una povera inferma chiusa nell’ospizio di Bicètre distruggeano di botto la felicità d’una famiglia ricca, nobile e possente!

Passati i primi impeti del dolore e dello sdegno, il Visconte e la moglie s’interrogarono su quel che avessero a fare pel misero Augusto il quale perdeva tutto in un punto! Un affetto nutrito tenerissimamente per lo spazio di ventiquattr’anni non può cessare in un momento, e per una cagione estranea alla persona che n’è l’oggetto. Augusto, benchè figlio della perfida Zenaide, era sempre innocente agli occhi del Visconte e della moglie, i quali sentivano sempre per lui la stessa paterna tenerezza. Ma oggi un altro veniva a prendere il suo posto! Un altro, che un giudizio criminale avea condannato all’infamia; che tutta la Francia avea maledetto, perchè egli avea ingannata la Francia intera usurpando una gloria che ad altri era dovuta; un altro che aveva fatto morire Giustino Victor, il caro fidanzato della sventurata loro figlia Isalina!

Ma pur quest’altro era il vero loro figliuolo! La natura e le leggi peroravano la sua causa. Il dare all’uno ciò che spettava all’altro sarebbe stata la più ingiusta estorsione, non consentita nè da Dio nè dagli uomini, ed avrebbe compito il misfatto di Zenaide.

Che fare? Che risolvere? A qual partito appigliarsi? Eppure tra poche ore, fra qualche minuto forse, l’orrenda rivelazione sarebbe pervenuta agli orecchi dell’infelice Augusto!

Il Visconte d’Orbeil passeggiava nella sua camera tenendosi tra le mani il capo, da cui sentiva quasi volar via la ragione. Improvvisamente egli si ferma nel mezzo della stanza, colpito da un pensiero; si fa dappresso alla scrivania, dà di mano al campanello.

— A me Augusto, dice ad un cameriere che se gli presenta alla soglia della stanza.

E si ripone a passeggiare agitatissimo. Sua moglie non sa quale determinazione egli abbia presa.

Augusto si mostra agli sguardi de’ suoi genitori: il suo volto, benchè tuttavia malinconico, è sereno e quasi sorridente. Ma tosto egli si avvede dell’estrema agitazione del padre e del dolore in cui sembra immersa la cara genitrice.

Il Visconte intanto è corso all’uscio della stanza e l’ha chiuso a chiave; poscia, in sembiante più tranquillo, è ritornato presso la scrivania, ha tolto nelle mani la carta funesta, e, porgendola con mano tremante al giovine:

— Leggete, Augusto, gli dice, e abbiate coraggio.

Augusto divora cogli occhi la scrittura; una pallidezza di morte copre il suo viso, a seconda ch’ei legge, e non arriva alla fine, che, sentendosi venir manco, si appoggia alla sponda della scrivania..... Egli è fulminato!... non ha la forza di pronunziare una sola parola: le sue pupille, le quali smarriscono la luce, si perdono nel suolo, dov’ei vorrebbe si aprisse una fossa per inghiottirlo. La Viscontessa, veggendo il giovine così pallido come vicino a morte, corre a sollevarlo tra le sue braccia.

— Che mai faceste, Visconte!

Ed ella stende la mano al campanello per chiamar soccorso; ma suo marito la ferma.

— Nessuno debbe qui entrare, signora, le dice: coraggio e fermezza.

Indi, rivolgendosi ad Augusto, che sembrava atterrato:

— Augusto, soggiunge, rialzate la vostra fronte; voi siete puro ed innocente.... voi non dovete soffrir la pena di un altrui fallo.... voi non porterete l’abborrito nome di Federico Lennois... Vostra madre..»

Il Visconte fu interrotto da un leggier picchio all’uscio della stanza.

— Chi è là? domandò con collera.

— Una lettera urgentissima, signor Visconte, rispose un cameriere.

Il nobile aprì l’uscio, afferrò la lettera dalle mani del servo, e gittò gli occhi sulla soprascritta.

— Dall’Ospizio di Bicètre.

Il Visconte lesse rapidamente.

— No, non sarà mai, esclamò indi con uno scoppio di collera, il mio perdono!... e domanda di riveder suo figlio per l’ultima volta.... No, disgraziata, ella non ha più figlio! Ella mi rapiva il mio, ne faceva un infame, disonorava il mio sangue! No... no... Aspetta.

E, come spinto da un soffio di fuoco, si accosta al tavolino, afferra una penna, e sotto la lettera che gli era stata mandata da Luigi Reynold, scrive queste parole:

«La disgraziata Zenaide non ha più figli... Io la perdono, ma ad un sol patto: che muoia!

— Presto, si rechi questa risposta a Bicètre; ei grida.

E il messo partì in gran fretta.

La stupefazione di Augusto (con tal nome seguiteremo a chiamarlo) avea dato luogo ad una commozione sì forte, che egli piangeva come un bambino. E la Viscontessa, la quale più non ardiva di riabbracciare il figlio di Zenaide, nascondeva il suo volto nel fazzoletto.

Il Visconte era di presente il più tranquillo dei tre; parea che un pensiero, un proponimento gli desse coraggio, ed anche una tal giocondità... Egli si era messo di bel nuovo a dare di lunghi passi nella stanza: i suoi sguardi passavano con celerità concitata da Augusto alla moglie e da questa a quello.

Dieci minuti all’incirca trascorsero nel più assoluto silenzio. Era tanta la piena dei pensieri e degli affetti che si agitavano negli animi di quei tre personaggi, che nessuno era atto a parlare.

IDDIO PUNIVA LA SUPERBIA D’AUGUSTO!

Egli cadeva ad un tratto dal suo seggio dorato e diveniva quello che avea sempre formato il subbietto del suo scherno e del suo disprezzo: bastardo e povero!

Di repente Augusto sembra compreso da un solenne pensiero; la sua dignità fulminata, la generosa tenerezza del Visconte gli pongono nell’animo il desiderio di emendare con la nobiltà dei sentimenti l’abbiezione in cui è precipitato: ei cade in ginocchi ai piedi del Visconte.

— Grazia, signore, grazia per la madre mia; ella si muore: fate che io la rivegga per l’ultima volta, e che le rechi la consolazione del vostro perdono.

Non aveva egli finito di pronunziare queste parole, che un altro messo ansante e coperto di sudore, consegnava al Visconte un’altra lettera.

— Vostra madre più non è! disse costui dopo avere scorsa la lettera. Zenaide è morta! Alzatevi, Augusto: ella avea più d’uopo del vostro perdono che del mio; Ora Dio la perdoni!

Augusto, senza muoversi dalla sua giacitura, si era di bel nuovo coperto il volto con ambo le mani; singhiozzava. Il Visconte fece un passo verso di lui, il sollevò per le braccia e gli disse:

— Alzatevi, Augusto, alzatevi; più tardi penseremo al nome che dovete portare, perciocchè quello di Federico Lennois rimarrà sepolto nel manicomio di Bicètre; per ora io vi restituisco un titolo assai caro al mio cuore, quello di mio figlio!

— Vostro figlio! esclamava Augusto come fuori di sè; vostro figlio, e l’altro?

— Anche l’altro! Quello mel restituisce la natura, voi l’affetto. Voi non sarete povero, poichè la dote di mia figlia è vostra.

— Che! esclamò stupefatta la Viscontessa, la dote di vostra figlia, signore?

— Certo; non la si debbe forse all’uomo che le sarà marito?

— Ebbene? dimandò con ansietà la nobile donna.

— Ebbene, rispose il Visconte; ecco il marito d’Isalina.

E indicò Augusto, il quale restò qual trasognato.

— Egli l’amava qual tenero fratello; ora l’amerà quale amantissimo sposo; non è vero, Augusto?

E ciò dicendo distese la mano al giovine, il quale vi si precipitò, ricoprendola di baci e di lagrime, e senza poter proferir parola, che la gioia gli troncava il respiro.

— Ma riflettete, dicea la Viscontessa, riflettete, signore, a quello che fate; ei fa d’uopo, è vero, pensare a questo giovine che ancor ci è caro; fa d’uopo provvedere al suo avvenire, è ben giusto; lo riterremo presso di noi, quale altro nostro figlio; ma... riflettete, Visconte.. questo giovine è figlio della colpa, egli non ha un nome, e voi non vorrete esporre Isalina ad arrossare.

Il Visconte sembrò scosso da questo pensiero: portò la mano destra alla fronte, come se avesse cercata una soluzione alla difficoltà che sorgeva, quando una voce si fe’ udire in quella stanza, la voce d’un personaggio che nessuno dei tre avea veduto entrare, compresi com’erano da tanti affetti, ed il quale era stato ascoltatore delle ultime parole della Viscontessa.

— Questo giovine ha un nome onorato, signora; egli ha il mio nome: io l’adotto, egli è mio figlio, ed il cognome d’Orbeil non si adonterà di unirsi a quello di Barkley. La più affettuosa amicizia e sacri obblighi mi ligavano al defunto suo padre, il Baronetto Edmondo Brighton, Conte di Sierra Blonda.

Un grido di sorpresa e di gioia accolse la proposta dell’incomparabile Maurizio Barkley, il quale si trovò tra le braccia del Visconte di Orbeil, i cui occhi erano bagnati di lagrime di gioia.