VI. L’ISPIRAZIONE

L’ispirazione è un sublime dono che l’Ente Supremo concede ai figli dell’uomo. Essa è come un raggio della divina possanza, una scintilla di quel fuoco che dà la vita al nulla, che caccia la luce dalle tenebre, le forme dal caos.

L’ispirazione pone il suggello dell’immortalità alle opere che essa anima: il Tempo annienta le generazioni, polverizza le foreste, dissecca i mari: e l’opera dell’ispirazione rimane incrollabile e salda. A guisa della luce del sole, che nulla perde giammai nel passaggio de’ secoli, l’opera ispirata non invecchia giammai.

L’ispirazione non ha niente di comune colla materia che ne circonda: Essa non si rivela che ne’ suoi mirabili effetti, il mondo l’ammira, ma non la comprende, e spesso la scambia colla follia. A simiglianza dei grandi agenti di natura, la cui intima essenza sfugge all’umana ragione, essa non si lascia indovinare neppur dall’ente privilegiato a cui si abbandona. Il Genio stesso non sa che cosa è l’ispirazione, che lo anima.

Essa si spazia nell’universo; fende la regione degli astri; indovina i segreti della Creazione; scruta gli abissi del cuor umano; sorprende il magistero del Bello e ne disvela le maraviglie alle attonite moltitudini; anima il marmo, la tela, la carta; strascina al suo carro di trionfo le ricchezze e gli onori che essa disprezza e calpesta; sorride alla Gloria, sua figlia; comanda l’Entusiasmo, lo provoca, lo spande; nobilita i suoi stessi adoratori, e guarda baldanzosa attraverso i secoli, siccome al solo campo degno di Lei.

L’ispirazione, immenso dono che Iddio fa a qualche anima, uccide il corpo ove quest’anima risiede: quanto più essa vola verso il cielo, donde emana, tanto più il corpo si disfà e tende alla terra, donde provviene; quanto è più ardente il pensiero, tanto è più freddo e pallido il volto; quanto più vigoroso è il concepimento, tanto più debole è l’organizzazione della creta; quanto più feconda è la scintilla del genio, tanto più il corpo invecchia e il capo incanutisce.

L’ispirazione, nemica del tempo e dello spazio, spegne ben presto la vita che ne è l’espressione più naturale e sensibile.

Più che altrove, l’ispirazione discende sulle anime italiane. Il sole che allieta e feconda la bella penisola fa sbocciare in gran copia i fiori del genio come i fiori de’ prati, ma quelli non marcescibili come questi.

Ogni zolla di questa terra d’Italia è un ricordo glorioso pei suoi figli, le sue stesse ruine sono un semenzaio di genii. La poesia, la pittura, la scultura, la musica, queste vergini sorelle che fanno sì lieta l’umana vita e infiorano le tombe, si ebbero lor culla su questa terra incantata.


E Dio benedisse e ricompensò la virtù di Ugo Ferraretti, accordandogli la purissima fiamma dell’ispirazione.

Non tenteremo di descrivere le peculiari bellezze che il pennello del Ferraretti facea nascere sulla tela. Bisognerebbe che facessimo assistere i nostri lettori ad ogni seduta del giovin dipintore, e, ancorchè ciò facessimo, non sapremmo far loro minutamente osservare o ammirare il portento che ogni tratto di pennello creava: il genio ha i suoi misteri, che egli stesso talvolta non comprende; la mano esegue ciò che la ispirazione le detta, e i dettami di questa non sono traducibili in nessuna lingua dell’uomo. Bisognerebbe far passare negli animi de’ nostri lettori i sentimenti medesimi che agitavano di perplessa gioia l’anima del Ferraretti ad ogni sfumo che si disegnava sulla tela, quasi tocca da magica bacchetta.

Il quadro rappresentava l’interno d’una camera, il cui fondo scuro, alla maniera fiamminga, dava risalto grandissimo alla bianca figura di donna che, colle mani congiunte e cogli occhi rivolti al cielo, poggiava ambo le ginocchia al suolo, sostenendo appena il destro fianco alla panchetta di un letticciuolo messo di scorcio. Tutto rivelava la miseria e l’abbandono: quella donna avea sulle sue sembianze una giovinezza di dolori: l’innocenza vi trasparia e con essa la fede più viva: avea gli occhi e i capelli neri, d’una soavissima bellezza, il volto allungato da’ patimenti dell’animo, ma pur sì bello che lo sguardo vi si fissava con amore...

Una veste di mussolina d’un azzurro sbiadato copriva la leggiadra persona; lo scollo alquanto basso lasciava nudo un collo di avorio e la parte superiore del petto, mal difesa da una rozza pezzuola gittata sulle spalle colla noncuranza propria di chi ha una gran pena nel cuore.

— Questa lievissima offesa al pudore smoria nel sublime atteggiamento che riportava i pensieri dei riguardanti ad una sfera superiore ad ogni bassa passione.

Non è dicibile con quale arte e naturalezza era messo il fazzoletto sulle spalle di quella fanciulla.

Si vedea che la pena e gli affanni, per cui ella pregava, le avean fatto per un istante, solo per un istante, porre in obblio la natural modestia; nel quale momento di obblio parea che si giovasse un’auretta finissima che venia da una finestra dischiusa, e che iva sollevando il leggiero lino.

Da quella finestra discoprivasi in distanza la Cattedrale di Pisa, come per dare un’idea del luogo ove la scena accadeva.

Le pupille della fanciulla voltate al cielo lasciavano discoperta la sclerotica degli occhi bianchissima e velata da una nebbia di pianto: però il cielo, che quelle pupille cercavano, era disceso in esse, tanta era la soavità che da quelle partiva, e che si diffondea su tutto l’ambiente del quadro.

Le labbra semi aperte avean forse mormorato un nome assai caro, che parea vibrasse ancora nella loro tremula oscillazione: la preghiera, in fondo di quell’anima, rivelava l’amore; ed ella stessa, l’innocente creatura, non sapea forse esprimersi altrimenti che col linguaggio dell’amore.

Questa passione nella sua purità era scolpita in tutt’i tratti della figura: e la Religione, interprete scusatrice appo Dio di tutte le umane debolezze e miserie, le dava un carattere solenne e rispettabile.

Le mani congiunte in atto di rassegnazione, di umiltà, di speranza erano di una perfezione inarrivabile e d’una morbidezza che vincea la stessa natura: un anello, un semplice cerchietto d’oro, era al dito anulare della mano destra: ricordo forse tenerissimo di una madre, di una sorella o di altra persona.

Ma ciò che sovrammodo attestava il genio dell’artista era la massa de’ capelli della giovinetta che pregava. Era in essi quel disordine naturale a chi è preso da una prepotente passione: alcuni truccioletti le veniano staccati sulla bella fronte, ombreggiandone il niveo candore. La foltezza della scompigliata massa in sulla coppa del capo rivelava l’ardenza malinconica di quella natura appassionata: que’ capelli erano così vivi, così naturali, che facea d’uopo del ministero del tatto per assicurarsi che erano dipinti e non veri.

Tutta la scena era rischiarata dalla pura luce dell’alba, i cui rosei colori si vedeano spuntare dalla dischiusa finestra. Questa luce modesta investiva di scorcio le sembianze dell’inginocchiata: il resto della camera era ancora soggetto a quelle mezze ombre che attestano le tenebre della notte non del tutto cessata.

Oh perchè non possiamo ad una ad una particolareggiare le meravigliose bellezze di questa dipintura! Perchè non possiamo mostrarla agli occhi de’ nostri lettori nella sua sublime semplicità, nell’armonico suo tutto!

Oh se avessimo il potere di cangiare questa fredda pagina nella stessa tela, ov’ella nacque! Che cosa sono le imperfette e monche descrizioni quando si tratta delle opere del genio? Che può il freddo narratore a petto della realtà che lo abbaglia, e non gli lascia altro sentimento tranne quello dell’ammirazione?

Il concepimento, il disegno, il colorito, le ombre, la espressione, il dramma, tutto era grande in quel quadro, tutto additava un futuro Tiziano nel giovinetto malaticcio che facea passar l’anima sua su quella tela.

Quello che formava il pregio maggiore de’ lavori di Ugo Ferraresi, e massimamente di questo della Preghiera era la disposizione del fondo. Abbozzando i suoi quadri, egli traea profitto, come Rubens, non pure dall’abbozzo medesimo, ma eziandio da’ tuoni dell’impressione della tela.

Ugo schivava eziandio l’abito che si hanno non pochi pittori di dipingere interamente il nudo, per passar poscia alle vestimenta ed agli accessorii. Con tal metodo non può giammai ottenersi un perfetto accordo di parti, e l’effetto non ne risulta sì mirabile e limpido, come quando il tutto è stato osservato attentamente insin dalle prime pennellate dello abbozzo.

Ugo studiava in principal modo gli accidenti di luce, ai quali dava quelle graduazioni spiccate e forti che distinsero il Caravaccio e il Guido, e che han renduto sì pregevole la scuola fiamminga.

In quanto al colorito, Ugo sapea con tant’arte e genio distribuirlo, che non gli si avrebbe potuto rimproverare una sola tinta superflua o mal locata. Lo speziale dà i coloriti a tutti, dicea il Tiziano, ma solo il buon pittore ne fa il colorito.

Ugo insomma dimandava all’arte di sforzarsi a vincere l’inopia dei mezzi e la non cedevolezza della materia, egli sudava a gran goccioloni, come sudano tutti gli artisti che traggono la vita da un impasto di colori e danno alla tela tutte le passioni umane. Egli possedea que’ pregi che gli assicuravano piena vittoria in quel certame di opposti, qual’è il poter congiungere l’ardimento colla dolcezza, la forza colla grazia, il grande col modesto.

Noi abbiam cercato di descrivere il quadro compiuto, però che non avremmo potuto seguitarne la lenta esecuzione. Un anno intero fu speso da Ugo Ferraresi a terminare il suo lavoro, durante il qual tempo molti avvenimenti ebber luogo, che a mano a mano andremo narrando.

Ci affrettiam di dire intanto che il Ferraresi avea fatto passar sulla tela le sembianze di Luigia Aldinelli, la cui immagine era scolpita incancellabilmente nella fantasia di lui. Però, a seconda che quelle adorate sembianze andavansi conformando, egli amava l’opera sua con tal delirio che spesso ei dimandava a sè medesimo quale più amasse, se l’originale o il ritratto. Rimanea le lunghe ore a contemplar le care fattezze di quel viso, e talvolta non sapea resistere al desiderio di baciar le labbra inanimate ma vive della sua dipintura.

Questo gran lavoro era tramezzato dalle frequenti gite, che il giovine artista innamorato faceva alla Cascina.

Luigia Aldinelli non poteva mostrarsi al suo amante che di soppiatto; ed egli era costretto a starsi per molte ore rincantucciato nello spigolo di un muro, immobile, all’impiedi, esposto alle intemperie ed a’ rigori della stagione.

Ciò non pertanto, una breve distanza li separava la quale permetteva all’amante Ferraretti affissare i suoi sguardi su quella carissima creatura. Oltre a ciò, la disposizione del sito era tale che il luogo ove Ugo si ponea sovrastava alla casa di Luigia; così che costei, per guardar l’artista e per parlargli, aveva sempre i suoi begli occhi levati in alto.

Eppure le ore in cui que’ due si vedeano e s’intratteneano tra loro erano le più belle: il freddo, la pioggia e il vento non erano neanche avvertiti, ed eglino erano così felici, che il cielo avrebbe potuto cadere sul loro capo senza che quasi se ne fossero addati.

L’anno che fu necessario ad Ugo Ferraretti per compire il suo quadro fu per lui un anno di emozioni si vive, che lo avrebbero senza dubbio spinto a morte, se gli avvenimenti che si succedettero non avessero dato altro avviamento agli abiti della sua vita.

Eran circa sei mesi dacchè egli lavorava al suo quadro, quando una mattina, il campanello della sua casa fu udito a suonare.

Era questa una straordinaria singolarità; che dovea grandemente sorprendere il giovine artista; però che nessun amico egli aveva, e non mai anima viva era ito a visitarlo nella Casa di Satana.

Egli rimase per qualche tempo in forse se veramente all’uscio di sua casa il campanello si era fatto udire; ma tal sospensione di animo presto si dileguò al risuonare che fece lo stridulo istrumento, il quale erasi quasi arruginito per l’umidità di quella casa, e per l’ozio perpetuo in cui giaceva.

Ugo si alzò, gittò un panno sulla tela per nascondere l’opera sua e andò ad aprire.

Un giovine si presentò al suo aspetto, decentemente vestito:

Era Federico Lennois.