VII. L’INVIDIA

— Siete voi l’artista Ugo Ferraretti? chiese Federico Lennois al giovine con ispiccato accento straniero.

— Io son desso, rispose il giovinetto figgendo gli occhi sul personaggio introdotto nello studio.

— Quanto piacere io provo nel conoscervi di persona! disse Federico; ho veduto dal sig. Giacomo Palliard i vostri quadretti, che sono tante gemme di arte; particolarmente la vostra Addolorata, che è stata venduta per 500 lire alla casa Righetti di Livorno.

— 500 Lire! la mia Addolorata! O infamia!

— Dite benissimo, soggiunse Federico ingannandosi sulla significazione di quella parola di dolore e di vituperio; quel quadretto vale al più poco mille franchi.

— Eppure, signore, sapete quando mi fu dato dal signor Paillard per quel quadro che era l’anima mia e che io ricomprerei col mio sangue?

— Ah, credo che non vi fu dato meno di cento cinquanta lire.

— Dieci soldi! signore; dieci soldi!

— Dieci soldi!! Possibile! Ma questa è una vera infamia, siccome diceste; dieci soldi!

— Ecco, signor mio, la generosità e la coscienza che hanno i Francesi! Ecco il disinteresse, la filantropia, l’amor dell’ingegno e l’estimazione del merito, di cui eglino si vantano!

Federico si turbò, non perchè vulnerato nel suo sentimento nazionale, ma perchè, sendo egli francese, era molto mal raccomandato nel cuor di Ugo Ferraretti. Diremo più tardi qual si era lo scopo della sua visita al giovine Ugo.

— Ma in somma, diss’egli lisciandosi la barba, perchè precipitaste a tal modo il vostro quadro? Che bisogno ci era di venderlo per quella meschinità di dieci soldi?

Ugo scolorò in volto siffattamente, che Federico sembrò spaventarsene; e il ragguardò con moltissima attenzione non senza un sentimento di secreto piacere.

— Voi mi domandate, signore, perchè precipitai a tal modo il mio quadro? Che bisogno ci era di venderlo per quella meschinità di dieci soldi? Perchè vi sono alcune emergenze nella vita in cui per un soldo si darebbe anche la propria esistenza... Ah, signore, se voi sapeste che cosa orribile è la miseria! Guardarsi allo intorno nel proprio abituro sfornito di mobili, spingere il pensiero al di fuori e trovare la solitudine più desolante; nessun parente, nessun amico, nessun protettore: e, d’altra parte, udire i lenti gemiti d’una madre che si muore nella totale inopia di mezzi... Mancar di tutto, tranne del sentimento della propria dignità!... In questo stato io mi trovava, signore, tutto era venduto: la lunga e penosa malattia della sventurata madre mia assorbiva tutto il prodotto delle mie fatiche per varii mesi io aveva dovuto pensare ogni giorno a procacciarmi il sostentamento del giorno; lavorava dì e notte, mi sfiniva di forze, e ciò nonostante io era così felice, allorchè mia madre prendeva la sua zuppa ben calda, ben nutrita da ottima carne; io era così felice, quando ella mi volgeva uno sguardo di amore e di riconoscenza!... Povera madre mia! Oh se io potessi faticar come un cane, e nutrirmi con un sol tozzo di pane ogni due giorni, per riacquistarti! Se potessi dormir sul nudo pavimento, purchè io dormissi un’altra volta a fianco del tuo letticciuolo, o madre mia!... Perduta, perduta, per sempre!

Le lagrime irrigavano il bianco volto del Ferraretti. Federico era rimasto muto e impassibile a quella espansione di dolore...

Ugo ripigliò lentamente e con voce fiacchissima:

— Una sera, l’orribil sera: mia madre era infranta dalla sua inesorabile malattia: la tisi, l’implacabile tisi, che non risparmia le sue vittime, l’orribile tisi che rende scheletri gli ammalati, lasciando loro tutto il vigor della mente per far loro guardar di fronte la morte che si approssima; la tisi onde anch’io morrò, ne son certo, e forse tra non molti anni la tisi facea le sue ultime prove sull’infelice vivente scheletro di mia madre; una pozione, un refrigerio era indicato per quella misera, ed io non aveva un sol pezzo di rame, una sola di quelle infime monete, che pur bastano a dare e a toglier la vita. Tutt’i miei lavori erano stati venduti a quel carnefice di Paillard, però che nessun altro volea comprar quadri moderni: non mi restava che il quadro dell’Addolorata, da me dipinto con tanto amore, con divozione, con tanta fede: a quell’Immagine benedetta io raccomandava ogni mattina e ogni sera la madre mia: quella Madonnetta era la gioia nei miei dolori, la speranza nella mia disperazione, il raggio di sole nella notte dei miei pensieri... Ebbene, non avendo a chi rivolgermi, non sapendo su che cosa dar di mano per ottenere una moneta senza chieder la limosina, gittai uno sguardo sull’Addolorata, pregandola che avesse illuminata la mia mente.... ed essa sembrò guardarmi in atto pietoso, e dirmi: Io ti darò i mezzi onde soccorrer tua madre; va e vendi questa mia Immagine: grande è il sacrificio, ma una madre lo chiede..... Stetti molto tempo a contemplar quella figura; piansi dirottamente, però che mi parea che strappando quel quadro dal muro, io ne strappassi il culto dal mio cuore; stetti in forse lunga pezza; ma un sordo lagno di mia madre e la tosse straziante mi decisero. Io staccai dalla parete la sacra Immagine. Non saprei dirvi come diserta mi sembrò quella camera spogliata di quel quadro! Parve che l’olio della lampada si disseccasse in un momento, non essendo più destinato a rischiarare la benedetta effigie della Madonna. Baciai le pallidissime gote della mia genitrice, e, non ostante la dirotta pioggia che faceva e la distanza che mi separava dal rivendugliolo francese, andai a vendere l’Addolorata al signor Paillard. Probabilmente la mia disperazione si leggea scritta sulla mia fronte; onde quell’uomo senza cuore indovinò il bisogno estremo di danaro in cui io mi trovava e cercò trar profitto dalla mia sventura... Ecco, signore, la storia della vendita di quel quadro; ecco in che modo un Francese apprezza e valuta l’ingegno, l’opera e la fatica!... Su quel quadro ci erano più di dieci franchi di colori, ed egli non mi pagò neppure il prezzo del cencio di tela su cui la sacra Immagine era dipinta.

Una tosse violenta succedette a questo concitato parlare del giovine artista italiano, il quale aveva appoggiato il braccio sulla traversa del cavalletto e posata la fronte in sulla palma della mano in atto di sfinimento e di dolore.

Federico, il quale era seduto affianco di Ugo, sovra una sedia spagliata e rotta nelle traverse, misera gemella di quella su cui era seduto il Ferraretti inchiodò i suoi occhi di piombo su le costui sembianze, e un sinistro sorriso balenò sulle sue labbra.

Poco stante, il Lennois, poscia che il tossir di Ugo si fu alquanto calmato, gli disse:

— Sventurato giovine, io sono tanto profondamente commosso della vostra sorte, quanto ammiratore della vostra abilità. Troppo severo è l’opinione in che avete i Francesi. Se uno di loro gittò nel fango il vostro ingegno e abusò della vostra sventura, un altro si offre a emendare tanta ingiustizia. Io ho comprato dal signor Paillard, due vostri lavori, una Vergine Assunta e una Natività del Signore, due copiette inapprezzabili, ho dato al sig. Paillard due luigi, soltanto per averli da lui, ma non intendea pagarne il loro prezzo che al loro esimio autore; ed eccovi in questa borsa duecento franchi i quali mi estimo avventurato di potere io medesimo offrire all’egregio Ugo Ferraretti, la cui amicizia mi sarà anche più cara dei suoi quadri.

Ciò dicendo, egli ponea la borsa sulla traversa del cavalletto.

Ugo restò attonito: non credeva ai suoi occhi e alle sue orecchie: gli parve un sogno tanta felicità. Era la prima volta ch’ei trovava un nobil cuore, un amico! Ugo non potè rispondere che gittando un diluvio di baci e di lagrime sulle mani di Federico, di cui si era impossessato.

— Il vostro nome, signore, il vostro nome che io dovrò portar scolpito nell’anima mia, chiedeva il Ferraretti tra i singhiozzi della gioia.

— Ferdinando Ducastel, pittore come voi, ma non del vostro ingegno e della vostra terra, perocchè io sono francese:

— Ferdinando Ducastel! Francese! Oh perdono alle mie stolte parole, perdono al dolore che me le dettava.

Ugo cadde nelle braccia del Lennois, il quale stampò sulla fronte di lui un freddo bacio.

Era il bacio dell’Iscariota.

Cessata la commozione, Ugo rialzò la faccia rischiarata dalla gioia e guardò con passione il suo giovine amico.

— L’emozione che io provo, signor Ducastel, è troppo grande perchè mi dia l’agio di significarvi l’animo mio. Le lagrime di contentezza che ho versato vi dicono abbastanza quanto io sono profondamente tocco dalla vostra squisita delicatezza. Oh questo è certamente uno dei più bei giorni della mia vita! Iddio ha benedetta la mia solitudine accordandomi un amico...

— E dei più affettuosi, disse Federico abbassando gli occhi al suolo.


Passò qualche momento di silenzio.

— Anche voi dunque siete pittore, signor Ducastel? dimandò Ugo — e avete avuta tanta indulgenza per le mie deboli cose?

— Sappiate meglio conoscere voi stesso, Ugo Ferraretti. Io non temo d’ingannarmi asserendo che voi siete destinato a formar la gloria del vostro paese. Sì, ne son sicuro; il vostro nome aggiungerà una bella pagina alla storia delle arti italiane, e un giorno forse Pisa andrà superba di aver dato i natali ad Ugo Ferraretti, siccome va superba di esser la patria di Galileo Galilei.

Ugo volse al cielo i suoi occhi perduti nelle lagrime.

— Dio! Dio mio! Questo momento dolcissimo compensa tutte le sofferenze della mia vita! Un artista, un Francese, dice che un giorno forse la mia patria andrà superba di me! Oh se io potessi abbandonarmi a questa lusinghiera speranza! La gloria! Ed io non ho che diciotto anni! Dio, Dio mio, se la mia mente s’illude, se le sue parole son false, oh non voler togliermi questa cara illusione che mi dà forza, coraggio e vita. Io lavorerò con tutta l’espansione della mia giovinezza; sfibrerò il mio cuore sulla tela; consumerò i miei giorni allo studio, alla meditazione. Mi lascino pure nella miseria, se il mio nome dovrà vivere dopo la mia morte, se un giorno Pisa dovrà additare la Casa di Satana come la dimora dell’artista Ugo Ferraretti. E che cosa ho a farne io dei piaceri e delle ricchezze del mondo, se Dio mi concederà l’ispirazione ed il genio! Questa febbre che mi scalda i polsi ogni sera, sarebbe mai la febbre dell’arte! Oh Luigia, Luigia mia...

Ugo mise un piccol grido e si coprì il volto colle mani. Egli aveva avuto uno di quei momenti di delirio a cui si abbandonano le anime inconcepibili degli artisti.

Dopo alquanti momenti di silenzio, egli levò il capo avvampato, e disse umilmente al Lennois:

— Perdonate, signor Ducastel, perdonate la stoltezza delle mie parole.... I patimenti e la solitudine hanno così sfiaccata la mia ragione, che talvolta esco in mattezze di cui hommi a vergognare.

A seconda che Ugo si lasciava rapire dai trasporti dell’anima, il volto di Federico diventava livido come quello di un morto: il suo sguardo pigliava una espressione di ferocia: e un amaro sogghigno contraeva il suo labbro.

— Non vergognate di abbandonarvi a sì dolci pensieri, che sono pur troppo i puri e veridici sentimenti dell’animo vostro. Indarno la vostra eccessiva modestia combatte la bella speranza della gloria, di cui si annunzia per voi così splendida aurora. Voi avete innanzi a voi così lungo avvenire!...

Ci era qualche cosa di crudelmente derisorio in queste ultime parole di Federico; ma la crudele ironia non potea comprendersi dall’anima schietta e sublime del giovinetto italiano: ciò non pertanto quelle parole gli parvero strane e d’una vaga significazione.

— Un lungo avvenire! ripetè lentamente il Ferraretti, come se avesse cercata la soluzione di un arduo problema.

Il suo capo si chinò in atto di scoraggiamento, a guisa di un fiore su cui passa un violento soffio di aquilone.


Quei due rimasero in silenzio per alcuni secondi.

— Ditemi, Ferraretti, riprese Federico, la vostra Natività non è una copia di quella di Giovan Battista Naldini, il cui originale è in S. Maria Novella di Firenze?

— Sì, signor Ducastel: io ne trassi l’idea da un bozzo venutomi tra mani alcuni anni fa: solamente credetti aggiungervi qualche cosa del mio. Ben sapete che il Naldini, detto dal Vasari pratico, perito e fiero dipintore, trascurava moltissimo gli accessorii, e sprecava lo spazio della tavoletta in certe dappochezze che hanno in certo modo oscurata la sua fama.

— In fatti osservò Federico, ho veduto a Firenze la sua Purificazione, di cui si mena dai Fiorentini gran vanto; è una miseria: vi sono in aria due angeli, di cui uno è senz’ali, sì che non si sa come si regga in alto, e sembra un bambino che minacci di cadere.

— Voi avete molto viaggiato, signor Ducastel?

— Sono da parecchi anni in Italia a studiare su i capilavori del genio.

— Oh quanto amerei di vedere un vostro lavoro, signor Ducastel! Se debbo giudicare da quel che sente l’animo mio nell’udirvi a parlare, io dovrò dire di voi quello che la vostra generosa bontà si compiaceva dir di me, vale a dire che la Francia un giorno andrà superba del vostro nome.

A queste parole gli occhi di Federico scintillarono come due razzi accesi, e la sua fisonomia, pel consueto fredda e impassibile, s’irradiò d’una luce di entusiasmo e di passione.

— Oh se ciò fosse vero! Ma io non ho il vostro genio, la vostra abilità; io non sono nato sotto questo cielo, non sono Italiano! Eppure io sento che farei tutto per acquistarmi un nome, per uscire dalla insopportabile oscurità a cui mi danna la mia nascita; tutto farei per udir mormorare il mio nome quando passo per le strade, per essere anch’io additato nelle riunioni e nei pubblici spettacoli. Oh felici, mille volte felici, coloro che sanno crearsi un nome!

Una delle corde più vive del cuor di Federico era stata mossa, e il suo linguaggio questa volta era la genuina espressione del suo pensiero; tranne che l’invidia si avea posta la maschera del desiderio di gloria. Era l’ignobile mosca che vuole imitare il volo della farfalla.

La conversazione fu novellamente interrotta dalle riflessioni a cui ciascuno di quei due si abbandonò.

— La vostra Vergine Assunta è magnifica riprese Lennois, ci è dello Zingaro in questa tavoletta: che soavità di colorito! che studio di prospettiva! Ho veduto qualche cosa di simile al vostro lavoro nel Museo di Napoli: era una dipintura del Solario, che egli facea, se ben ricordo, per la chiesa di S. Pietro ad Aram di quella città.

— Oh, per carità, signor Ducastel!... La vostra amicizia per me vi trasporta... Paragonare le mie povere pitture a quelle dell’immortale Solario!

— Io non vi adulo, Ferraretti; bensì vi dico schiettamente quello che penso di voi... Ve l’ho detto, e ve lo ripeto: voi avete genio e maniera tutta propria... Ma, perdinci, è una ora che sono qui, e non mi avete ancora fatto ammirare del bello e del nuovo, soggiunse Federico, gittando all’intorno della camera uno sguardo indagatore; io voglio vedere qualche altro vostro lavoro, mio caro Ferraretti; questa tela ricoperta da un panno.

Ugo fu scosso, si turbò, arrossì.

— Ah! questa tela... è un quadro, su cui lavoro da sei mesi: esso è tutta la mia vita, tutta l’anima mia, tutto il mio amore; ma sono appena a metà dell’opera.

— Ah questo certamente sarà un capolavoro, esclamò il Lennois, ed io sarò felice di poterlo ammirare nel suo nascere.

È tempo di far notare ai nostri lettori che sin dal primo entrare di Federico Lennois nello studio dell’artista italiano, avea quegli balestrato uno sguardo sulla tela ricoperta, divorato dal desiderio di vedere ciò che vi si contenesse: ma non avea creduto prudente e discreto il richiederne a prima giunta il Ferraretti.

— Un capolavoro!... Oh, lo sarà lo spero.

Questo grido, scappato involontariamente dalla intuizione del genio, fece allibir d’invidia il Francese.

— Su, su, togliete quel panno, disse questi mal contenendo l’amarissima curiosità che il divorava, e si appressava al cavalletto per iscoprire il quadro; ma Ugo il rattenne.

— Un momento, signor Ducastel, io sono pronto a soddisfare alla vostra curiosità; ma debbo avvertirvi che è questa una gran prova di amicizia che vi do... Nessun al mondo ha finoggi veduta quella tela.

— Ah! esclamò il Lennois, cui un pensiero d’inferno attraversò l’anima nera; nessuno ha veduto il vostro quadro!

— Nessuno l’ha veduto, ed io ho le mie ragioni per nasconderlo per ora ad ogni occhio mortale... Laonde giuratemi, signor Ducastel, che non paleserete ad anima viva l’esistenza di questo quadro.

— Ve lo giuro sulla mia vita, rispose cupamente Federico.

Ugo sollevò il panno che copriva la tela...

Egli era pallido come per morte.

Invece il volto di Federico Lennois era divenuto una vampa di fuoco; i suoi occhi erano ardentemente fissi in sulla tela: un pensiero intanto gli annebbiava la vista:

— «Questo quadro sarà mio... Lavora, lavora, Ugo Ferraretti e, poi muori... io raccoglierò il frutto delle tue fatiche. Tra pochi mesi il mondo saprà che l’autore del quadro la Preghiera è... Ferdinando Ducastel.»