I. LA MAGRA FIERA.
Chi nel secolo decimosesto avesse attraversata agli otto di settembre quella catena di Apennini sgombra di nevi dal principio di aprile sino alla metà di novembre, piaggia incantevole per ogni sorta di produzioni della natura che ne ammantano i molti gioghi e le poche pianure, oggidì Calabria Citeriore, giunto al piè delle montagne del Sila, là donde sgorgando il Crati va a fecondare un’amena valletta, avrebbe veduto quivi apparata in tutta solennità una chiesa intitolata alla Natività della Vergine e dinanzi a questa una piazza, o piuttosto anfiteatro animato da immensa folla di terrazzani e stranieri, circondato di tende sotto cui stavano esposti in vendita non solo aranci e melegrane, non solo tutte le merci di cui abbonda quel fertilissimo suolo, ma quante ricchezze esotiche in oltre dal vicinissimo Mediterraneo venivano colà trasportate.
Nondimeno il desiderio di godere della totalità di una cotanto bella prospettiva gli sarebbe andato a vuoto nel 1510. Avrebbe udito sì lo squillo delle campane festive, veduti i padiglioni della chiesa addobbata da festa ed anche qualche baracca di venditori di vino; avrebbe veduti alcuni contadini e benestanti delle più vicine campagne oziare in sagrato e infilzar ragionamenti alla propria maniera, intantochè le loro donne stavano entro la chiesa intonando con le bellissime loro voci meridionali cantici alla Vergine sul metro che inspirò due secoli appresso que’ leggiadrissimi di messer Trionello[1]
Tu dunque nasci, celeste angioletta?
Deh quanto tempo è che il mondo ti aspetta!
Se’ tu colei che su l’arpa dorata
Lo re profeta n’avea cantata? ecc. ecc.
ma non sarebbesi incontrato in estranei, tratti ivi dalla curiosità o dalla brama di comprare o di vendere. Tutt’al più gli sarebbe apparso uno o due di quei palchetti posti quasi a livello della testa di un uomo su cui nelle fiere stanno seduti gravemente con la loro tromba divinatoria sempre apparecchiata l’astrologo o l’astrologa che danno per danaro a chi la cerca la buona o anche talvolta la trista ventura; perchè, per una di quelle anomalie non insolite ad incontrarsi nelle teste umane, mentre la popolazione del regno di Napoli è forse l’unica fra le nazioni cattoliche presso cui nè sovrani nativi nè stranieri nè pontefici arrivarono mai ad introdurre il tribunale dell’inquisizione, questa popolazione ha forse superate per lungo tempo tutte l’altre nelle superstiziose credenze. Ed avrebbe ancora vedute schierate in bella mostra, benchè non in divisa a quei tempi, le milizie comunali della città e della campagna che, avendo nella maggior parte delle loro attribuzioni ceduto il luogo alle assoldate bande straniere, erano scadute assai dal primitivo lustro, nè serbavano altre incumbenze fuor quelle di far gli spari nelle sagre all’ora della benedizione, di assicurare il buon ordine nelle fiere e in generale di mantenere il paese all’intorno possibilmente difeso dagli aggressori.
Qual era il motivo di una sì spiacevole novità? Si potrà raccapezzarlo dai propositi che si faceano da una brigata d’individui convenuti quivi nell’ora del vespro, i quali, simili ai contadini della nostra Lombardia, e per dir vero di tutta la cristianità, nell’aver paura che lor caschi addosso la soffitta del tempio se ci rimangono qualche minuto oltre ai lor conti, stavano aspettando quel tocco di campanella che li facea gettarsi tutti in una volta entro la chiesa ove, inginocchiati e seduti ad un tempo su le proprie calcagne, coi capi che toccavano terra e con una divozione non mentita, chè bisogna render loro questa giustizia, riceveano la benedizione dell’augustissimo Sacramento.
— Da che mondo è mondo non c’è mai stata una festa della Madonna così malinconica — diceva un giovinotto che però potea men degli altri della brigata sapere per esperienza da quanto tempo il mondo fosse mondo.
— Che cosa vuol dire, Gennariello mio, non esserci più il nostro buon re Federico! — soggiunse un vecchio massaio di comune che si dava una grand’aria d’importanza.
Contemporaneo a tale osservazione fu il mesto sorriso d’altro vecchio in poveri panni che, senza far parte di quella brigata, le stava ronzando attorno. Nessuno allora ci badò, eccetto il giovine Gennariello. Intanto saltò su un uomo di mezzana età volgendosi al massaio di comune:
— Per altro, compare, non vedo come c’entri il re Federico con la banda d’assassini della Bocca del Lupo che guasta tutti i nostri divertimenti e in grazia della quale soltanto abbiamo questa magrissima fiera. Quand’anche adesso vivesse sarebbe in Francia ove si ritirò per mangiar bene e bever meglio e non ci pensare ad altro. Oh sì ve’, lui che non fu buono di mantenersi nostro re e che ci donò via senza preveder nemmeno a chi ci donava, lui sì voleva esserci d’un grande aiuto! —
Qui il vecchio che avea sorriso prima mise un sospiro di cui altri s’accorsero; poi come sbadatamente si allontanò.
— Perchè ha sospirato quel baggeo che avea l’aria di starci ascoltando? — disse l’uomo di mezzana età.
— E un momento prima l’ho veduto sorridere — rispose Gennariello. — Sapete, compare Gervasio, che colui è una figura curiosa! Mi ci ero trovato vicino un’altra volta quest’oggi quando stavo guardando l’arrivo delle nostre milizie che si disponeano su la piazza, e quel galantuomo, guardando il giovine comandante che dava i suoi ordini, facea la stessa funzione; or sospirava, or ridea. Ci avete indovinato a chiamarlo un baggeo; senza dubbio un idiota abitante de’ più alti greppi dell’Apennino, un di coloro che vanno all’impazzata ove li portano le gambe e che ridono e sospirano agli angeli. Guardatelo là; è tornato adesso a bearsi nella contemplazione delle nostre guardie comunali. Del resto, Gervasio, parlaste benissimo quando, al proposito del defunto re Federico, diceste: Lui sì voleva esserci d’un grande aiuto! Non ci riesce il vicerè attuale, il magnifico don Gonzalvo di Cordova, che non è, per Dio! uno stupido, a liberarne da questo flagello!
— E certo — replicò Gervasio — fa di tutto a tal fine. La dite una bagattella l’ultima grida che mette sì grossa taglia su la testa dell’uomo, nominato da chi il Leone, da chi il Gran capitano degli Apennini, vero e primario capo degli assassini? Lo dite poco l’articolo V di tale grida: Chiunque sarà convinto d’aver prestato soccorso al malfattore o di essersi trovato o d’aver solamente potuto sospettare di essere stato in compagnia di esso senza portarne denunzia ai tribunali, fosse anche suo stretto congiunto, verrà assoggettato alle pene decretate contro ai suoi complici? Poi c’è gente appostata per tutta la Calabria a fine di sorprenderlo.
— Contatemi di agguati tesi e di taglie! — tornava a dire il massaio. — Il Leone mette le sue taglie anche lui, mette anche lui i suoi agguati e fa ogni giorno reclute, perchè i suoi soldati non hanno mica bisogno di certificati di moralità affinchè costui gli ammetta; va a trarseli fuori sin dalle galere di Taranto. Contro alla forza aperta ci vuol forza aperta.
— Zitti, zitti! — esclamò il giovinotto. — C’è qualche cosa or di meglio che chiama la nostra attenzione. Entra in chiesa adesso la fidanzata del comandante delle nostre milizie, la ricca figlia ed erede del cornetta Solis tanto beneficato sino che visse dal nostro attuale vicerè. Che bellissima creatura! Come ha fatto presto a girar gli occhi su l’amante e come subito si sono intesi! Per dir vero il sorriso del secondo è stato d’una gravità a lui insolita.... posso dirlo io che, come suo coetaneo, conosco il fare del signor Luigi Grifone.... ma comanda a gente più vecchia di lui e ha bisogno di tenersi in sussiego. —
Di fatto dinanzi alla porta maggiore della chiesa scendeva allora dal suo leggiadro e ben mansuefatto palafreno su cui era stata in groppa insieme con la nudrice e consegnava la sua cavalcatura ai propri famigli la bellissima Maria Solis, giovinetta di circa diciotto anni, di media statura, ma di leggiadrissime forme e dotata della più soave fisonomia, la cui carnagione bruna meridionale ricevea risalto dalle sue chiome nere vagamente inanellate, da due bei nerissimi occhi e dai più freschi e vividi colori della gioventù. Appena il giovine comandante ebbe contraccambiato lo sguardo espressivo che quella gli volse fu veduto dare alcune istruzioni ai suoi aiutanti, poscia entrare in chiesa egli pure. Ancorchè, come si è detto, i soldati comunali non avessero allora il distintivo di una divisa, i lor comandanti ben discerneansi a certe armadure più leggiere delle antiche e divenute piuttosto di lusso dopo introdotto l’uso dell’armi da fuoco. Quella del capitano Luigi Grifone era elegantissima e adatta quanto mai alle sue belle forme che il faceano apparire cotanto degno della promessa sua sposa.
— Come corre quel nostro Luigi! — notò il giovinotto. — Ha forse paura ch’ella gli scappi dalla porta di sagristia?
— Già la calamita ha sempre tirato il ferro — disse il massaio d’importanza assaporandosi, come se avesse il pregio della più rara novità, questo suo fiore di comparazione rettorica.
— Volete ridere? — soggiunse Gennariello — entra in chiesa anche il galantuomo dai sorrisi e dai sospiri. Ah! adesso si capisce tutto — aggiunse con vivace gaiezza. — È un rivale del capitano Luigi, e per questo lo ha squadrato sì a lungo. Aspettatevi una disfida! —
Certamente chi avesse veduto l’inconcludente affaccendarsi di quel vecchio che era or qua, or là, che appena tornato fuor di chiesa il capitano Luigi per mettersi a capo della sua soldatesca tornò fuori anch’egli; chi avesse veduto il suo frequente ridere e sospirare che pareva a credenza, avrebbe potuto giudicarlo come lo giudicò il nostro giovinotto. Però non sarebbe corso tanto nel sentenziarlo se avesse fatto mente all’espressione malinconica del volto smunto e sparuto del medesimo, alla sua fronte meditabonda e aggrottata, alla sua guardatura torva, non però truce, che potea sembrar forse piuttosto d’un uomo soggetto ad accessi di mania che d’uno scimunito.
Ma Gennariello la pensava così, ed il vecchio massaio gli disse:
— Voi vi perdete in frascherie e vi scordate delle mie giuste riflessioni di poco fa.
— Guardate se me le scordo; ve le ripeto: Contro alla, forza aperta ci vuol forza aperta. Non potrete però dirmi che questa milizia comunale stia con le mani alla cintola. Quante volte si è battuta valorosamente contro agli assassini! e quanti ne ha fatti freddi! soprattutto il bravo giovine che la comanda!
— Ma una notte mentre veniva dalla casa della sua fidanzata rischiò di essere fatto freddo anche lui, se qualche suo dipendente capitato a tal ora, può dirsi miracolosamente, per quelle foreste non lo salvava da chi lo assalì all’improvviso.
— Non verrò a dirvi — soggiunse il massaio di comune — che questa nostra milizia non si presti assai bene al suo dovere, ma i fatti son fatti; ammazzamenti se ne odono ogni giorno; nessun possidente è omai sicuro nelle sue case di campagna o andando pe’ fatti suoi; tutta la nostra Calabria, vi dico io, è posta nei triboli da questo saccheggiatore. —
Qualcuno allora notò come generalmente nelle più atroci fra le aggressioni che avvenivano il Leone non si lasciasse vedere.
— Venga poi egli in persona — ripetè il massaio, nè sembra che dicesse male — o mandi le sue bande a scannarmi, dico che per me tanto fa. —
Un famiglio del curato di San Giovanni in Fiore che non avea parlato sin allora aperse la bocca per dir anch’egli la sua sentenza.
— Bisogna confessarlo per altro, questo Leone ha di gran belle maniere per farsi degli amici.
— Caro voi — sclamò l’assennato massaio — insegnatemene una di tali belle maniere.
— Sol questa. Fu a pranzo giorni fa dal mio padrone. Dopo aver desinato si ritirarono insieme in una stanza; di lì a poco il Leone si congedò, e a me, solamente per averlo servito a tavola, mi regalò un bel ducato.
— E nella camera ove si ritirarono sai tu che cosa facessero? — chiese Gervasio.
— Io non cerco i fatti de’ miei padroni.
— Io scommetto che il tuo onestissimo Leone avrà pregato con la pistola alla gola il povero prete a dargli qualche centinaio di ducati. Il tuo padrone non te lo avrà forse detto per non pubblicare la cosa prima di fare le sue denunzie.
— Io poi non cerco tanto in là, e le centinaia di ducati e la pistola alla gola, se non gli ho veduti io, non gli avete veduti per dinci nemmeno voi.
— E quest’è una verità sacrosanta! — sclamò Gennariello.
— So che mi donò un ducato; questo lo so.
— Digli — saltò su un garzone di muratore — che anch’io sono stato beneficato dal Leone e questi certamente non ce ne aveva interesse. M’incontrò su la via di Paola che piangevo perchè alcuni della sua banda mi avevano portati via i pochi soldi della mia settimana. Mi costrinse ad andare con lui, chè li raggiunse presto i suoi, volle verificare la cosa perchè è un uomo giusto, ma quando fu sicuro di non avermi trovato in bugia non solo mi fece restituire i miei danari ma, indovinate mo! ci aggiunse tre volte tanto del proprio. —
Altri fecero coro al famiglio del curato e al garzone di muratore raccontando altri simili tratti di magnanimità attribuiti al Leone.
— A che tempi viviamo! — esclamò il massaio. — Sul sagrato della chiesa della beatissima Vergine, nel giorno d’una delle sue primarie feste, si ha ad udir gente che fa gli elogi d’un assassino come se facessero il panegirico d’un santo!
— Non v’inquietate, buon papà — disse Gervasio; — non può negarsi che il Leone nella vita d’assassino che fa ha presi i modi cavallereschi di certi condottieri de’ tempi andati che i nostri vecchi ci vanno tuttavia ricordando e che, a dare il giusto loro nome alle cose, erano ancor essi belli e buoni assassini. Non meno di quelli il Leone fa la guerra ai ricchi e protegge i poverelli. Insegnate mo a questa gente a parlarne male, ancorchè io convenga per il primo che ha torto chi ne parla bene!
— Io dico che non c’è più religione — gridava il compare massaio.
— Anche questa, cred’io, è una lamentanza vecchia — notò Gennariello.
Intanto la campana della benedizione chiamò tutti in chiesa, onde non rimasero nel sagrato e nella piazza se non le milizie che fecero i loro spari quando ne fu il tempo, qualche garzone vinaio restato a guardar la sua bettola, finalmente un’astrologa che, posta per allora da un lato la sua tromba magica, contava da star sul proprio palchetto ed intascava i danari raccolti nel suo piattello, o parlava a quando a quando con alcun suo alleato segreto che, venendole a confidare quel passato di cui fu testimonio, le ingrossava il capitale de’ suoi pronostici dell’avvenire.