II. LA MALA PREDIZIONE.

Data la benedizione, la maschile brigata descritta dianzi nell’uscire di chiesa si fermò sul sagrato a far ala per vedere venir fuori le donne, come i nostri giovani eleganti si fermano sotto gli atrii del grande teatro per passare in rassegna le belle della giornata.

Nè fra quelle che il luogo ed il tempo attuale potevano offrire alla vista andò certamente inosservata la vezzosissima Maria Solis che, dopo dati ai suoi famigli alcuni ordini in forza de’ quali la cavalcatura allestita per lei andò ad aspettarla altrove, disse come rispondendo ad una rimostranza fattale dalla nudrice:

— Intanto ch’egli congeda le sue milizie per accompagnarsi indi con noi bisogna bene ch’io mi faccia passare il tempo.

— Ma in tutt’altro modo io direi, cara mia. Se vi prendete su uno spavento!...

— Sapete bene, Concezione — tale era il nome della nudrice — ch’io non sono la figlia della paura. Se non volete farvi astrologar voi siete padrona. —

E così dicendo si trasse per mano la nudrice verso il luogo ove l’astrologa s’era tornata a mettere più fervidamente che prima nell’esercizio della mistica sua professione. Sia in grazia della bizzarra loro acconciatura, oppure conseguenza della vita stentata che fanno, le fisonomie delle zingare o astrologhe non appariscono per solito molto simpatiche, e fra cento consorelle della Meg Merrilies del Guido Mannering si troverà per prodigio, se pure è vero, una Esmeralda. L’astrologa di cui parliamo qui apparteneva alla classe delle cento; vi lascio pensare se non era una brutta serva di Dio! Accortasi costei della buona clientela che stava per capitarle, si sbrigò tosto degli avventori che avea per volgersi alla vezzosa Maria Solis di questo tenore:

— Indovino subito che quella bella signorina vuol ch’io le dica la sua ventura.

— Comare, se tutto il vostro indovinare sta qui, è ben poca cosa. Mi vedete venirvi direttamente in verso. Per qual altro fine vorreste ch’io lo facessi?

— Se lo dico io che si consuma il tempo! — soggiugneva la povera Concezione che stava su le spine, ma che d’altra parte non sapea mai contraddir nulla alla sua diletta figlia di latte.

L’astrologa intanto, postasi in fazione, non mancò di esaminare una palma e l’altra della mano che la giovinetta non ricusò di sporgerle e di fare i suoi calcoli e borbottamenti segreti; indi, cinta secondo il solito d’un fazzoletto, che diceasi bianco, l’imboccatura della tromba onde la sua voce fatidica giugnesse a chi soltanto doveva ascoltarla, intimò alla sua neofita di avvicinar l’orecchio alla estremità più ampia della tuba misteriosa mentre ella avrebbe consegnate le sue parole all’estremità superiore di essa.

Convien credere che l’astrologa su le prime non raccontasse altro alla sua consulente se non il nome del casato di essa, quello del suo giovine amante, dell’amore che entrambi si portavano scambievolmente, perchè la Maria esclamò con vivacità:

— Comare benedetta, se non mi dite altre cose fuor delle presenti ch’io sapea prima di venire da voi, era inutile ch’io vi consultassi.

— Ma volete proprio saper le cose avvenire? — esclamò senza valersi della tromba la maligna donna presa da un momento di stizza nel vedersi alquanto dileggiata da una giovinetta.

— E di che altro volete ch’io sia curiosa?

— Bene, bene, vi servirò come a voi piace. — E qui le confidò all’orecchio altre cose col ministerio della terribile tromba.

— Oh! oh! oh! — sclamò la Maria senza rispettar punto il segreto del fidatole arcano. — Io per dir vero ci ho badato appena che un vecchio smunto e mal vestito, quale me lo descrivete voi, sia entrato in chiesa e abbia guardato fiso ora il capitano di questa milizia or me....

— Ci ho ben badato tanto io! — soggiunse la Concezione.

— Ma ci siamo, cara comare, mi raccontate sempre delle cose presenti.

— Or bene, giacchè mi ci costringete — disse l’irritata maga — vi dirò alla presenza di tutti che l’uomo al quale dite di non aver badato ha la mala guardatura e vi ha portata la vostra fatale disdetta.

— Madonna! Madonna! ve lo diceva tanto io di non venir a destare questo vespaio! — gridò alla Maria la povera Concezione.

Ma la buona Maria che, come ne occorrerà l’occasione di farlo vedere in appresso, aveva nel suo retto discernimento e nella purezza del proprio cuore i migliori talismani contro a qualunque fascino del mal occhio[2], si diede a ridere di tutto cuore. Ed il suo riso ed il suo attuale trastullo sarebbero durati più lungamente se non vedeva venire a sè un aiutante a lei ben noto del suo fidanzato; chè allora, premurosa di sapere qual messaggio le recasse a nome dell’amante, gettò in fretta una moneta d’argento sul piattello dell’astrologa che in quel punto forse sentì qualche rimorso di essersi tanto lasciata vincere da uno stizzoso zelo del decoro di sua professione.

Intanto i nostri curiosi si erano avvicinati al palchetto della sibilla per veder meglio che cosa facesse e non facesse la Maria, e continuavano a parlare alla rinfusa di lei, del suo amante, ed anche del Leone.

— Dite, Gennariello, chè voi lo saprete, è propriamente nativo di Napoli quel capitano Luigi?

— Sì e di nobil casato. Le passate vicende politiche, dicesi, fecero morire di crepacuore il consigliere Grifone suo padre che nondimeno gli ha lasciata una buona sostanza. I suoi danari gli vengono sempre pagati da un banchiere di Napoli.

— E quanti ne ha! e come se li fa godere dagli amici! — Gervasio dicea.

— Fa anche di grand’atti di beneficenza — soggiunse il giovinotto. — E non è solo un buon soldato, ma istrutto di tutte le cose; la dà ad intendere fino ai nostri preti; basta dire che sa perfettamente il latino ed il greco!

— A proposito di greco e latino — soggiunse Gervasio — sapete chi parla anche queste lingue come un libro aperto?

— Chi?

— Il Leone.

— Ecco almeno una citazione venuta a tempo — sclamò sogghignando Gennariello.

— C’è mo dubbio — soggiunse il massaio — che quel Leone, giacchè mi dite che sa il latino ed il greco, si sia dato in potere del demonio? — e nel domandar questo si fece il segno della croce.

— Chi sa? — disse il giovinotto ridendo.

— Eh! la mia creatura — saltò su Gervasio — non c’è tanto da ridere. Porta sempre un certo anello con sè ch’egli chiama il suo estremo rifugio. Può benissimo essere un anello magico.

— Padre Venanzio, lo credete voi? —

Tale interrogazione fu vôlta da Gennariello ad un vecchio frate dell’ordine dei minimi che passava di lì uscendo allor della chiesa, ove avea fatto il panegirico della Madonna, per tornarsene al suo convento di Paola. Questo religioso, spettabile per costumi e saggezza come per affabili modi che gli si leggevano in viso, avea ricevuti tre anni prima gli ultimi aneliti del fondatore del suo ordine, morto a Plessis in Francia.

— Che cosa ho da credere? — richiese il buon frate volgendosi addietro.

— Che l’assassino detto il Leone sia posseduto dal demonio.

— Figliuolo, son cose queste che la mia povera testa non arriva a conoscere; ne so una solamente, ed è che, se è vero che l’uom nominato da voi sia un assassino, non è posseduto dallo spirito del Signore. Ah! le nostre passioni sono peggiori di tutti i demoni; preghiamo il cielo che nessuna di esse ne dia il tracollo, perchè siamo vestiti tutti di questa carne e tutti fallibili se Dio non ci tiene la sua santa mano sopra. Buona sera, figliuolo!

— Sta a vedere — disse il vecchio massaio — che anche un religioso del glorioso Francesco di Paola[3] diventa l’avvocato degli assassini! —

Il padre Venanzio, che avea già continuato per la sua strada, trovò la Maria che stava per montare a cavallo insieme con la nudrice. La notizia che le avea portata l’aiutante del capitano Luigi si era che per affari della sua milizia egli non poteva accompagnarla, come erano rimasti d’intelligenza, nel ritorno di lei a casa, ma che non avrebbe mancato di visitarla nella sera medesima.

Alla vista del buon padre Venanzio la Maria si rattenne dal mettere il piè nella staffa e s’affrettò con volto ilare a dirgli:

— Padre, la vostra benedizione!

— Volentieri, figliuola.

— Ce ne è ben di bisogno — sclamò la Concezione — dopo il pronostico!...

— Che pronostico? — domandò il padre Venanzio.

— Niente, niente, buon padre — soggiunse la Maria. — La mia buona Concezione ha paura della sua ombra, ed io qualche volta... io qualche volta ho poco giudizio. Vi racconterò tutto se verrete a trovarmi. Son cose da ridere solamente. Ma venite un po’ più spesso a vedermi. Volevate tanto bene al mio povero padre!

— E ne voglio anche a voi, la mia creatura. Ma a noi poveri frati tocca più spesso il dovere di andare nelle case ove ci sono delle disgrazie. La vostra finora, Dio voglia che si possa sempre dirlo, è la casa della felicità.

— Ah parlate pur bene! — gridò la Concezione. — Dio voglia che si possa sempre dirlo!

— Nonostante — continuò il padre Venanzio — la prima volta che torno da queste parti verrò a vedervi.

— E perchè non questa sera? — replicò la Maria.

— Perchè gli affari del mio convento mi vogliono domani a Paola. Addio, buona Maria. Salutate a mio nome il vostro fidanzato. —

In questa guisa si separarono e a poco a poco la piazza fu sgombra.