XII. CONCLUSIONE.
Giunta al suo destino la nota carovana che vedemmo partirsi dalla valle del Sila, diverse circostanze erano emerse che, se non migliorarono, mitigarono alquanto la condizione così del vero reo come de’ due poveri innocenti che si vedevano implicati sì tremendamente nel suo processo.
E una di tali circostanze derivava appunto dall’orrida tortura e materiale e morale sofferta dal primo di questi, tortura che, avendolo ridotto a non potere più moversi dal letto, lo rendeva inabile ad offrire, senza morirci sotto, nuovi sollazzi all’inumano Bargilone, cui per altra parte importava il non privarsi del massimo fra questi sollazzi, quello di vedere infrangere viva la sua povera vittima.
Un’altra circostanza di non lieve momento si fu l’essersi accompagnato ai due novelli prigionieri il padre Venanzio che non cessò più mai dall’essere il loro patrocinatore. Benchè certamente egli non valesse ad infondere lo spirito di carità del suo ordine in que’ barbari giudici, nondimeno il concetto generale di quasi santo in cui era tenuto dall’intera popolazione, e fors’anche più il sapersi in quanto credito egli fosse e presso la corte di Spagna e presso il vicerè e presso altri potentati italiani e stranieri, faceano sì che non si osasse resister molto alle sue insinuazioni, tanto più perchè egli era troppo saggio per intrometterne mai di quelle che direttamente si opponessero alle leggi ed alla giustizia.
Immediato effetto di tali insinuazioni fu il permettersi che una volta il figlio vedesse l’infermo genitore, e ben potete immaginarvi che la povera Maria chiese ed ottenne di essere compagna al marito in una visita cotanto lugubre. Non regge il cuore a dipingere le disperazioni del padre nel rivedere quel figlio, per amor del quale in gran parte avea sconsigliatamente commessi tanti delitti e per lui ridotto in vece alla più lagrimevole posizione, o le angosce di questo figlio che incolpava sè medesimo di non aver prese cautele bastanti per salvar la vita e l’onore dell’autore de’ suoi giorni e di averne anzi per propria inconsideratezza accelerata la rovina, o finalmente l’eroismo coniugale della eccellente Maria che, quasi dimentica del grave rischio in cui era avvolta ella stessa, non pensava ad altro che a studiar conforti opportuni ad alleviare l’affanno dello sposo e del suocero. Oh! al vedere la cordialità, i riguardi da lei mostrati a quest’ultimo caduto in sì abbietto stato, chi non avrebbe detto che quell’angelica donna fosse divenuta la nuora d’un eroe giunto all’apogeo di sua gloria? Ma in vece ella accresceva il cordoglio in entrambi perchè il secondo rimproverava a sè stesso il caso innocente che il trasse a cercar ricovero in casa di lei; il primo, la cecità della passione che gli fece accettar la mano offertagli dall’amorosa Maria.
La mestizia di un quadro sì luttuoso potè soltanto essere temperata dalla presenza dell’ottimo minimo, il quale, cercando una fonte di consolazioni dall’essere noi tutti passeggieri su questa terra, esortava i suoi tre amici (chè tale era divenuto anche il vecchio) a pensar meno agli affanni presenti ed a fare scopo principale delle loro cure il meritarsi un porto felice ed eterno implorando la celeste misericordia, i due giovani per mantenersi fra le tribolazioni incontaminati sul sentiero della virtù, il vecchio affidandosi della remissione dei propri errori in quel Dio che volentier perdona, tutti abbandonandosi intanto, sinchè loro era dato, alle dolcezze d’un parentevole amore.
Molto poteva al certo il virtuoso monaco per indirigere verso il cielo i suoi confortati; ma per salvarli sopra la terra dagli effetti di un giudizio ordinario poteva pur poco! Solamente una grazia del re, che sarebbe stato poco men che pazzia lo sperare, avrebbe avuta la virtù di sottrarre all’estremo supplizio Antonio Grifone; e quel fatale articolo di grida parlava troppo chiaro perchè fosse valida discolpa al figlio l’aver cercato di salvare il proprio padre, alla sfortunata Maria il non aver denunziato alla giustizia l’uom per lo meno sospetto di essere un masnadiero che si rifuggì sotto al suo tetto. La stessa lealtà onde nelle diverse comparse giudiziali i due sposi infelici esponevano la verità dei fatti (nè certo il padre Venanzio gli avrebbe consigliati a condursi altrimenti) stava contro di loro e avvalorava i tremendi estremi che li conduceva entrambi non meno del padre loro alla morte.
Ben cercava il patrocinatore Venanzio di tirare in lungo (e sapete se ne avea di bisogno!) il processo lambiccandosi la mente per trovar fuori nuovi punti di difesa. Talvolta metteva in campo quell’adagio: Summum jus, summa injuria, altrettanto antico quanto vero, ma che un legislatore può valutare assai meglio d’un giudice. Tal altra traeva a mano i luoghi oratorii della compassione; ma, oltrechè non erano sicuramente i più adatti con quella razza di magistrati, rare volte anche il tribunale più mite può ascoltarne la seduzione ove la legge parli con evidenza. Anche a pro del vero reo, ne andava citando gli atti di umanità, i motivi non ignobili in origine che lo traviarono, la natura dei tempi; ma quand’anche, avendo che fare con altri giudici, gli fosse stato possibile lavarlo dalla più obbrobriosa macchia di un comune assassino, qual tribunale gli avrebbe risparmiata la pena cui soggiacquero tant’altri capi di faziosi che turbarono la pubblica tranquillità? Tutto ciò era piuttosto per guadagnar tempo.
I giorni intanto scorreano e la costernazione crescea sempre più nel caritatevole frate, forse omai più desolato de’ suoi miseri prigionieri ch’egli avea così bene assuefatti ad una intera rassegnazione nel cielo.
Oh qual rimase in quel giorno ch’egli non potè allontanare di più, in quel fatal giorno in cui venne profferita la sentenza del tribunale, in cui venne annunziata a coloro che ne erano percossi! Questa condannava ad essere arrotato il vecchio, cui per clemenza speciale (dove s’era andata ad annicchiare la parola clemenza!) si concedea che il primo colpo ne decidesse la morte, i due innocenti sposi ad aver recisa la testa. Tutti e tre i rei erano già stati condotti nella conforteria. Il monaco di Paola avea troppo bene apparecchiati alla morte que’ miseri per aver più un estremo bisogno di confortarli, altrimenti ci sarebbe voluto un confortatore per lui medesimo.
Consolatevi, leggitori; nessuno dei tre prigionieri morirà per man del carnefice, laonde vi risparmio la lugubre descrizione dei loro estremi congedi; vi dirò solamente che il padre Venanzio, ridotto ad uno stato di vera agonia, contava ogn’ora, ogni quarto d’ora, ogni minuto, quando finalmente comparve la Concezione con una lettera per lui del Gran Capitano, lettera entro la quale era accluso un dispaccio alla corte di giustizia. Figuratevi se il padre Venanzio non s’affrettò a recarlo, e vedrete dal contenuto di esso che nè il Bargilone nè quegli amabili giudici dovettero riceverlo volentieri, ancorchè, senza scrupolo di calunniarli, si possa credere che avranno cercato di rifarsi delle tre vittime tolte ai loro artigli su gli altri sgraziati rei de’ quali non parlava il dispaccio.
Questo dispaccio considerava separatamente le persone dei due sposi e quella di Antonio Grifone. Quanto ai primi, il gran contestabile, fattosi interprete della sua grida medesima, dichiarò che non avea mai potuto prevedere la condizione orribile in cui due innocenti venivano ad essere posti dal testo della sua legge, e, valendosi delle facoltà che in casi di natura tanto straordinaria aveagli concessi sua maestà il re Cattolico, gli assolveva da ogni pena e si offriva anzi egli stesso a pagare le spese di un processo derivato, egli avea la virtù di confessar ciò, da una sua inavvertenza soltanto. Circa ad Antonio Grifone, lo stesso Gran Capitano, con l’autorità parimente delegatagli dal re, ordinava che fosse bensì tenuto sotto buona custodia, ma che ne venisse sospeso il processo o l’esecuzione della sentenza, in caso che fosse emanata, finchè gli pervenissero istruzioni dal monarca al quale avea fatti presenti gli antichi servigi prestati dall’infelice reo allo stato e la sua antica eroica devozione ad un sovrano nelle cui vene, finalmente, il sangue dei re d’Aragona scorrea, siccome un argomento valevole se non altro a mitigarne la pena.
Ciò non bastava alla compiuta felicità dei due sposi che continuavano a vedere in pericolo i giorni del capo di loro famiglia; ma è inesplicabile il contento che ne trovò questi al veder minorata di tanto la propria infamia, al veder sottratti ad ogni infamia i suoi figli. L’alterazione prodotta da tale contento nel suo corpo affranto per cotanti patimenti fu sì forte che ne morì di lì a pochi giorni, nè potè sapere che cosa avrebbe decretato di lui il sovrano. Il suo ravvedimento era stato sì pieno che morì nella pace dei giusti non mai abbandonato dall’assistenza dell’ottimo minimo, nè da quella della sua così cara e virtuosa famiglia, dono di cui tanto più ringraziava Dio quanto maggiormente era convinto di non averlo mai meritato.
Il Gran Capitano colmò in appresso questa famiglia di munificenze e di onori, ai quali per lo sposo di Maria si aperse ogni adito perchè il rescritto apposto dal re di Spagna alla consulta del suo contestabile era tale che, risparmiando ogni pena infamante ad Antonio Grifone, lo sottoponeva soltanto, se fosse stato tra i vivi, ad una relegazione perpetua. Il padre Venanzio e la Concezione vissero ancora abbastanza per vedere i figli di Maria Solis e di Luigi Grifone.
FINE
[ INDICE]
| I. | La magra fiera | [Pag. 3] |
| II. | La mala predizione | [15] |
| III. | L’apparizione | [24] |
| IV. | Nuovi motivi di agitazione e stupore | [35] |
| V. | La corte di giustizia | [40] |
| VI. | Fazioni di barbarie interrotte | [48] |
| VII. | L’espettazione e l’arrivo | [54] |
| VIII. | Le nozze | [67] |
| IX. | La sorpresa | [76] |
| X. | L’enigma spiegato | [86] |
| XI. | Il gran capitano | [97] |
| XII. | Conclusione | [109] |