XI. IL GRAN CAPITANO.

Intantochè i due sposi ed il minimo son costretti ad assaporarsi tutte le noie d’un viaggio così poco desiderato e fatto nella trista compagnia di un quarto individuo desiderato anche meno, il leggitore potrà fare una gita assai più piacevole trasportandosi insieme con noi nella ridente metropoli del regno delle due Sicilie. Egli non si aspetti però che lo conduciamo su la maestosa strada di Toledo e a quella magnifica piazza ove, rimpetto ad un sontuoso tempio intitolato a san Francesco di Paola, sta la porta maggiore del Regio Palazzo abbellito nel suo frontispizio da colonnati di granito che ne sostengono i balconi, da tre ordini di pilastri dorici, ionici e corinzii posti gli uni su gli altri, da una grande loggia vagamente ornata di vasi e piramidi che corona l’ultimo di tali ordini e donde l’occhio estatico può contemplare or quel vasto piano di scintillanti onde placide sempre e le più care e soavi fra quante ne offra verun mare dell’universo, or quella formidabile montagna ond’è accarezzato e minacciato a vicenda il più bel giardino della natura, il più ridente suolo del mondo. Questa deliziosissima reggia era ancora nella mente di Dio all’epoca della nostra storia, e il grande personaggio di cui andiamo ora in traccia avea per sua residenza quello stesso palazzo di cui si contentarono e il re Federico qui più volte commemorato e gli Aragonesi suoi predecessori; vale a dire la così detta Vicaría, edifizio vasto del certo e famoso per l’ampiezza e ricchezza delle sue sale, ma atto ad inspirare malinconia solo a chi pensi che i sotterranei di esso servivano alle prigioni di stato; laonde le regali mense s’imbandivano, le cortigianesche brigate s’interteneano lietamente, le danze dei sovrani s’intrecciavano su le teste di miseri destinati per la maggior parte all’estremo supplizio.

In una di queste sale stava al termine del suo convito in compagnia di scelti amici il Gran Capitano, don Gonzalvo di Cordova, vicerè di Napoli da lui governata a nome di Ferdinando il Cattolico. Della popolarità, del valore, della saggezza e rettitudine di questo celebre personaggio abbiamo già fatta menzione; d’altronde i pregi di lui son troppo autenticati dalla storia perchè accada molto il ripeterli.

Il tramonto della giornata che or descriviamo fu altrettanto lieto per lui quanto ne era stato tempestoso il mattino; poichè si svegliava appena quando gli era annunziata una sommossa di tutta la numerosa guarnigione spagnuola posta sotto i suoi ordini in Napoli. Gli vien riferito che questa s’innoltra a bandiere spiegate ostilmente alla volta della Vicaría; che vuole investirla, prenderla d’assalto. Solo, imperterrito, senza chiedere o accettar suggerimento da alcuno, con quella intrepida prontezza di mente che è la sola consigliera dei forti nel momento dell’estremo pericolo e che è posseduta unicamente da chi per altissime imprese giunse a stordire ed a signoreggiare gli animi della moltitudine, esce di casa, sol cinto della sua spada; s’affaccia alla massa degli ammutinati. Il più ardito di costoro osa farsegli incontro con la punta della sua picca voltatagli al petto. Il Gran Capitano gli ferma il braccio col proprio in atto amichevole e, come se costui si fosse intertenuto giocherellando sbadatamente, gli dice:

— Amico, non v’addimesticate troppo con quest’arma, chè potreste, non volendolo, farmi del male. —

Vinti da tanta fiducia, nessun di costoro sa più che cosa dire o che cosa fare.

— In somma, che avete di bello a contarmi, i miei camerati? — si fa placidamente ad interrogarli Gonzalvo.

— Gran Capitano, è un mese da che siamo senza paga!

— È un mese da che siamo senza paga! — molt’altre voci in un subito ed in una volta gridarono.

— Ah! adesso vi siete spiegati — soggiunse con aspetto di tutta piacevolezza il Gran Capitano. — Io veramente non ci ho colpa e non ce ne ha nemmeno il vostro e mio buon re che tanto vi ama ed apprezza; ma capite bene ch’egli non può far tutto da sè, egli che non vede mai tramontare il sole nella vastità dei dominii a lui conquistati da’ suoi guerrieri de’ quali voi siete il fiore. Una passeggiera dimenticanza di qualche suo subalterno avrà ritardato l’arrivo in Napoli di que’ capitali che doveano servire.... Ma non è giusto che voi ne portiate più a lungo la pena. Posso meglio soffrirla io. Là in quel palazzo, ove già vi vedo avviati, possedo suppellettili più di quante bastano per la vostra paga d’un mese. Continuate dunque il vostro cammino; vi prometto che non vi sarà opposta la menoma resistenza; pagatevi da voi medesimi, e con questa facoltà che vi concedo sì di buon grado, perchè si tratta solo d’un mio sagrificio, vi libero dal pericolo di macchiare i vostri allori con un atto della più nera, della più obbrobriosa ribellione. —

Le quali ultime parole furono profferite con un aggrottar di fronte e con tutta la severa energia che sarebbesi addetta a chi avesse contrapposto a quella masnada un esercito tre volte maggiore di essa. Nessuno ardì più movere un passo; tutti rimasero svergognati, tutti abbassarono l’armi.

— Ah lo vedo! — soggiunse allora Gonzalvo con una piacevolezza e, aggiungiamo, con una tenerezza che non erano punto artefatte — ah lo vedo! Voi siete sempre gli uomini di Granata e di Taranto, voi siete sempre i miei eletti, e il punto d’onore è più forte in voi di qualsiasi patimento. Non soffrirò ciò non ostante che questo patimento vada più oltre, nè scoccherà il mezzogiorno che la mia cassa privata non abbia saldato il conto de’ vostri stipendi. —

Fra mille grida di Viva il Gran Capitano! ne furono sino udite altre di Ciò non sia mai! Ma ciò fu, e i soldati, come potete credere, non si ribellarono una seconda volta per non voler lasciarsi pagare. Così ogni tumulto fu dissipato. Con tali arti Gonzalvo manteneva e soldati e popoli affezionati al suo signore che, per dire la schietta verità, non se ne mostrò a lui molto grato in appresso. Già non è meraviglia se il conquistator di Granata non si vide trattato meglio di quanto il fu quel Cristoforo Colombo che aveva aggiunto un nuovo mondo alla corona del re cattolico. Ma tiriamo innanzi, chè ciò nella nostra storia non entra.

Intanto questa giornata terminava giocondissimamente per Gonzalvo che stava a desco parlando degli eventi di essa co’ suoi amici quando gli venne annunziata una vecchia spagnuola vestita piuttosto bene, ancorchè bizzarramente, che facea le più fervide istanze per essere ammessa ad udienza dal Gran Capitano. Se aggiugnete alla consueta popolarità di Gonzalvo il buon umore che lo dominava in quel punto, non penerete a persuadervi ch’egli diede ordine perchè fosse immediatamente introdotta.

Questa vecchia non mancava di un certo discernimento naturale, ma era ben poco avvezza a parlare coi grandi, nè si era trovata a petto del Gran Capitano se non una volta, diciott’anni addietro, in occasione di una festa battesimale. Pertanto, senza il bisogno urgentissimo che la stimolava, non avrebbe mai osato chiedere di presentarsi al vicerè di Napoli, e se bene una pronta ammissione fosse tutto quello ch’ella poteva e doveva desiderare in quel punto, l’ottenerla più subitanea di quanto mai si aspettava la scompigliò, perchè ciò non le diede tempo bastante ad ordinare in sua testa le cose che aveva a dire.

Fra i sorrisi adunque della servitù e dei commensali venne avanti facendo riverenze per tutti i versi la nostra vecchia che, al suo abito antico di drappo di seta ornato di merletti non meno antichi, avreste presa per la statua di una santa in giorno di processione.

— Qual è fra questi signori — ella chiese — sua eccellenza.... o sua altezza che gli dicano... in somma il vicerè?

— Il vicerè, signora, si dice che sia io. In che cosa posso giovarvi?

— Gli è perchè — rispose la vecchia facendo, nel suo imbarazzo, prime le cose che avrebbero dovuto esser l’ultime — gli è perchè.... già vostra altezza saprà che hanno messo dentro il gran capitano.... cioè, oh perdono, eccellenza! — Sarebbesi detto che la povera donna avesse udito e inteso sul serio quel certo sarcasmo del Bargilone.

E qui tutti a ridere!

— Eh! già, la mia creatura — soggiunse sorridendo Gonzalvo — io non mi credea d’esser grande e sapea di non essere stato, come dite voi, messo dentro.

— Ma io parlo di quel capo d’assassini.

— Oh! nemmen capo d’assassini poi mi credevo.

— Che però non può dirsi nemmen del tutto assassino.

— Ma di costui, che non capisco ora chi sia, sareste per vostra disgrazia una parente?

— Oh signor no! Lo è ben diventata quella povera ragazza.

— Che ragazza? — domandò il gran contestabile che, credendo omai d’essersi fatta venire innanzi una pazza fuggita dallo spedale, cominciava a perdere la pazienza.

— La Maria Solis che vostra eccellenza deve conoscere.

— Aspettate! La figlia forse del mio buon defunto cornetta?

— Quella proprio!

— Ch’io ho tenuta al sacro fonte?

— Ma sicuro!

— E voi.... direi che la vostra fisonomia non mi arriva nuova.

— Non sono la Concezione io, la nudrice della Maria?

— E come se la passa questa mia figlioccia? Ha ad esser venuta ben grande...

— Grande, bella, buona, brava, spiritosa, e se la passerebbe bene, ma!... come dicevo poco fa a vostra altezza, la disgrazia di questo parentado.... Per ciò solo vostra eccellenza mi vede qui.

— Vi vedo, la mia donna, ma finora v’intendo sì poco!

— Santo Dio! Per altro questa lettera del padre Venanzio almeno vostra altezza l’intenderà.

— Del padre Venanzio! Parlereste mai di quel buon frate che fu indivisibile compagno ed amico del glorioso Francesco di Paola?

— Di chi altri mai?

— Perchè non darmi questa lettera alla prima?

— È vero; ma nella confusione me n’ero scordata. Bisogna poi compatire, altezza, una povera vecchia che non ha l’uso di parlare con gran signori, e di più tribolata dalla più amara delle afflizioni. Ah chi sa se sono arrivata in tempo! —

Qui la vecchia si diede a piangere a cald’occhi, e il dolore di lei apparve sì vero e una lettera del padre Venanzio dava tanto peso al suo messaggio che, dopo aver fatto ridere l’intera brigata, ella divenne oggetto d’interesse per tutti e principalmente pel Gran Capitano, il quale, fattala tosto sedere e ordinato che le fossero recati tutti i ristori di cui potesse abbisognare, si diede a leggere con profonda attenzione la lettera che il virtuoso minimo gli scrivea.

Dopo aver letto e ponderato quel foglio si alzò in piedi e si mise a passeggiare su e giù per la sala con due o tre suoi consiglieri statigli commensali in tal giorno e ne’ quali ponea maggior confidenza. In questo mezzo la vecchia non fiatava e guardava con tanto d’occhi ogni gesto, ogni alzare o chiudersi di palpebra, ogni moto delle labbra del Gran Capitano di cui non potea sentire (e quanto gliene rincrescea!) le parole.

Poichè Gonzalvo ebbe terminato di deliberare e discutere, tornò alla vecchia.

— Eccomi a voi, la mia donna.

— Adesso vostra altezza ha ben inteso? — domandò la Concezione che, confortata da una così cortese accoglienza, avea già ripreso tutto quel coraggio di cui si sentiva capace.

— Un po’ meglio che dalla vostra esposizione, mia cara creatura.

— E così?

— E così.... questa notte alloggerete qui in casa mia....

— Oh! — la Concezione esclamò.

— Poi domani mattina per tempo vi lascerete vedere da me, e tutto dipenderà in gran parte dalla prontezza con cui porterete a Cosenza le lettere che vi consegnerò.

— Madonna santissima! se dipende solo da questo....

— D’altra parte vi fornirò io i mezzi del viaggio perchè possiate farlo più prestamente.

— Ah quanta carità! ma vostra altezza ha detto una parola che non finisce di piacermi; ha detto, se non mi sbaglio, in gran parte. Per quei due poveri ragazzi almeno posso stare col mio cuore in pace?

— Per quei due poveri ragazzi spererei potervi fare sicura, semprechè però arriviate in tempo....

— Ah Signore Iddio, Signore Iddio! perchè non mi fate esser là in questo momento? Io son pronta a partire anche subito.

— Bisognerà almeno che mi diate il tempo di scrivere.

— E per il vecchio? è ben vero che ha la cattiva guardatura, come diceva l’astrologa; ma è divenuto il suocero della mia Maria. Per il vecchio dunque? —

Senza curarsi certo di chiedere schiarimenti nè su la cattiva guardatura nè su l’astrologa, il vicerè le rispose:

— Voi vorreste saper troppo, buona donna. Quando sarete là non rimarrete più all’oscuro d’alcuna cosa. Intanto vi basti esser certa che farò di tutto affinchè questo affare imbrogliato si sciolga il men male che sarà possibile, perchè in fine il re non son io. Intanto dunque potete ritirarvi; vedete bene che finchè state qui parlando io non fo nulla.

— Dice pur bene vostra altezza! — e qui, dopo molte genuflessioni, dirette un po’ più a segno delle prime, la Concezione venne accompagnata, con tutti i riguardi che le intenzioni manifestate da sì grande personaggio imponevano, alla stanza assegnatale per alloggio.

Lasceremo che qui ella preghi Dio e che il Gran Capitano disponga le lettere da consegnarle, e ci trasferiremo a Cosenza ove in questo intervallo accadono scene d’altra natura.