X. L’ENIGMA SPIEGATO.

La descrizione di un pasto per lo più è noiosa, nè certo potrebbe riuscire amena quella dell’attuale, il cui momento di maggior interesse spuntò alla conclusione del banchetto. Fu dessa tal quale poteano presagirla il buon appetito con cui si mise a tavola il luogotenente, la sceltezza dei vini, esca onnipossente per un uomo che da vero non avea mai fatta professione di sobrietà, gli stimoli che sempre più a mettere in bando questa sobrietà gli venivano dalla Maria, poi da Luigi e qualche volta forse (Dio glielo perdoni se non altro in grazia del fine!) da quell’eccellente creatura del padre Venanzio. La conclusione si fu che il luogotenente Quinzio venne preso da un capogiro sì tremendo che lo stramazzò e per cui convenne portarlo di peso sul letto di una stanza vicina.

Gli alabardieri che guardavano tutta la casa e quindi anche la sala della mensa affermarono non essere questo un caso insolito ad avvenire al signor luogotenente, ma che fra due ore al più sarebbesi riavuto; ore di tregua utilissime ai due sposi e al padre Venanzio per concertare un poco le cose fra loro, intantochè la Concezione ed i famigli si adoperavano energicamente per far mangiare e bere gli alabardieri (assai ben rinfrancati dall’esempio del lor condottiero) e per distogliere quanto poteasi l’attenzione di costoro dai parlari dei tre personaggi principali.

— Ah Maria! in che cimento avete voluto mettervi! — dicea sospirando Luigi. — Perchè mai...?

— Qui non è tempo nè di perchè mai nè di sospiri — disse il padre Venanzio. — Adesso ci siamo e dobbiamo solamente pensare a cavarcela alla meglio.

— E potrete voi...? — l’interrompeva Luigi.

— Potrò quello che potrò. Non c’è altri che Dio il quale può ciò che vuole. Ma perchè io possa almen qualche cosa è necessario che mi spieghiate tutto ciò che è tuttavia mistero per me e soprattutto la stranezza per cui voi, nato di nobil famiglia, mi saltate fuori tutt’all’improvviso figlio d’un assassino.

— Ah! non era tale mio padre, e forse non lo è stato giammai.

— Presto! chi era? che cosa era? Figliuolo, non abbiamo tempo da perdere.

— Cercherò di spiegarmi alla meglio e con la concisione necessaria al momento.

— Ah sì, ce n’è di bisogno. — Intantochè Luigi facea la sua narrazione, la Maria gli stava attenta con gli occhi, con gli orecchi, con tutti i sensi del corpo e dell’anima sua.

— Mio padre è effettivamente, come stavate per dirlo allorchè v’interruppi, quell’Antonio Grifone, già consigliere....

— Del nostro re Federico morto in Francia sei anni fa. Lo conobbi altra volta.

— Se lo avete conosciuto, vi sarà anche noto ch’egli fu valente in campo come ne’ consigli, che in pregi d’ingegno e di cuore non cedeva al suo sovrano, ch’egli lo amò quanto mai fedel suddito possa amare il proprio signore. Questa fedeltà serbata costantemente al più sventurato dei principi fu l’origine d’ogni sciagura del povero padre mio. La è pure una trista condizione esser fatto consigliere d’un re alla cui perdita tutte le potenze e piccole e grandi congiurano! Minacciava il trono de’ nostri monarchi Luigi XII di Francia che, non contento di riacquistare il ducato di Milano, retaggio di quella tanto rinomata sua avola Valentina Visconti, volea di più impadronirsi, come fece, del regno di Napoli, benchè in fin dei conti non abbia saputo conservarsi nè una cosa nè l’altra. Altre sorde minacce venivano da Ferdinando il Cattolico che, vagheggiando queste belle contrade, poco si curava di esterminare un principe aragonese suo congiunto. Chi gli si fingeva amico non aveva migliori intenzioni per lui. Papa Alessandro VI.... voi sapete chi era papa Alessandro VI! —

Qui il buon minimo sospirò, poi soggiunse:

— Tirate innanzi, figliuolo, e limitatevi ai fatti senza metterci riflessioni del vostro.

— Ebbene! papa Alessandro VI, che aveva incoronato Federico nella chiesa cattedrale di Capua e che lo consigliava a tener fermo contro al re di Francia, questo papa Alessandro gli chiedeva nel tempo stesso la mano della sua primogenita per il duca Valentino ch’egli divisava far re di Napoli mentre l’erede legittimo della corona era tuttavia vivo e sano.... ci sarebbe rimasto poco, lo so... Sul duca Valentino almeno si potrà dir qualche cosa?

— Si potrebbe forse, ma capite che non abbiamo tempo da perdere?

— Anche quel volpone di Lodovico il Moro, duca di Milano, consigliava queste nozze perchè nelle sue cose che piegavano male vedeva una sponda più sicura nei Borgia che nel povero re Federico. Ah! mio padre, affezionato alla famiglia de’ suoi naturali sovrani quasi tanto quanto se ne fosse stato un parente, cui parea quasi che il loro sangue fosse il suo sangue stesso, se lo sentiva gelar nelle vene alla sola idea che andasse a confondersi con quello della prostituta Vanozza! —

Qui pure il timorato monaco volse certe occhiate espressive all’insù. Che cosa esprimessero lo lascio pensare a voi.

Piuttosto perdere mille volte la corona, era mio padre che diceva così al suo padrone, che soffrire una tal macchia sul vostro stemma reale. Piuttosto, maestà, giacchè vedo che non potete nemmeno fidarvi del vostro parente, più prossimo, il re di Spagna, chiamate in vostro aiuto il Turco!

Che smorfia fu fatta allora dal povero padre Venanzio! e per dirla schietta anche senza essere un minimo di san Francesco di Paola e con tutta la civiltà e la gentilezza che oggidì ha introdotta, dicono, ne’ suoi dominii il sultano Mahmoud II, chi ne proponesse il bell’espediente di condurre i Turchi in casa nostra farebbe fare una smorfia anche a noi.

Avvedutosi Luigi del mal umore suscitato nell’animo del padre Venanzio, fu presto a citare l’esempio d’altri re di Napoli e del più eroico di tutti, Manfredi, che avevano adottato in più d’un caso lo stesso temperamento.

Più dì questa scusa la gran necessità di non perdere il tempo tornò serena la fronte del minimo che ascoltò il rimanente della narrazione di Luigi senza interromperla.

La sostanza di essa si riduceva a ciò: che le insinuazioni date dal padre di Luigi al suo re, saputesi dai grandi personaggi contro ai quali erano dirette, li voltarono tutti, o tristi o buoni che fossero, contro del consigliere, perchè la taccia d’avere proposto il partito di un’alleanza co’ Turchi, oltre all’essere un ottimo pretesto per perderlo a quegli stessi che ad un caso avrebbero fatto lega ancor col demonio, era tale da non essere al certo perdonata dal cattolico re di Spagna nè dal cristianissimo re di Francia. O il re Federico all’atto di rassegnar la corona dimenticasse il suo fedel servo, o gliel facessero dimenticare, Antonio Grifone non ebbe più in nessun paese della cristianità un palmo di terreno ove potesse sicuramente nominarsi col proprio nome. Quasi non bastassero alla rovina di quello sfortunato le possenti inimicizie che si era concitate contro, si unirono ad accusarlo, ad ordir calunnie, ad inventar colpe da lui non immaginate giammai coloro stessi ch’egli avea beneficati, circostanza che spiega com’egli fosse divenuto un odiator de’ suoi simili. Fattosi pertanto credere morto fin da suo figlio, che non avendo in allora maggiore età di quattordici anni all’incirca veniva educato in un collegio, vagò qua e là nascondendo il suo vero nome ad ognuno, fuorchè a quel noto banchiere cui andava consegnando danari per il suo Luigi che li credè per sì lungo tempo di buon acquisto.

Nel nuovo corso di vita intrapreso il padre di Luigi non credè nè ebbe l’intenzione di mettersi a capo di una banda d’aggressori. Nei momenti delle tempeste politiche vi sono sempre stati e vi saranno sempre ed uomini fanatici ed uomini che, cercando di pescare nel torbido, fanno lega coi primi. Fu pretesto di una di queste leghe segrete la chimerica impresa di liberare il duca di Calabria, figlio primogenito del re Federico, divenuto ostaggio, e ostaggio ben guardato a Madrid, di Ferdinando il Cattolico già padrone di tutto il reame delle due Sicilie. In questa congiura entrò gente di tutte le razze e, come accade sempre, gl’ingannati di buona fede furono in minor numero. Fu nella classe degli ultimi Antonio Grifone quando entrò capo di sì sconsigliata lega, che in fine si ridusse ad essere soltanto una lega di masnadieri, perchè in generale chi non era se non traviato dall’entusiasmo, vergognato di vedersi associato con uomini scellerati, battè alla meglio la sua ritirata. Il solo Antonio vi si mantenne, spinto in parte dal desiderio di esercitar vendette contro ai propri nemici che erano tanti, in parte dall’ambizione, perchè non furono rari in que’ giorni gli esempi di capi di scorridori divenuti condottieri d’eserciti ed onorati dai più alti monarchi; vel rattennero soprattutto l’odio concetto per gli uomini, l’amore sviscerato del figlio e la colpevole speranza di arricchirlo con quanto egli chiamava le confische delle sostanze de’ propri nemici; calcolo tanto più reo ed insensato che, se bene egli facesse con una certa premura questa distinzione nelle depredazioni che commetteva, gl’infami suoi seguaci certamente non la facevano. Era questa la banda di masnadieri che infestava pochi dì prima la Calabria e contro alla quale valorosamente combatteano e Luigi e le milizie comandate da lui.

— Io avrei continuato a credermi orfano — così questi proseguiva il suo racconto — io avrei continuato ad inseguire la banda dei masnadieri senza immaginarmi mai di portar l’armi contro a mio padre, se una sera, nel tornarmene dalla casa di Maria, non fossi stato assalito improvvisamente da un di coloro e se non mi salvava la vita un vecchio che fu pronto a stender morto a’ miei piedi il mio aggressore. Quel vecchio, non fu già un mio servo, come ho lasciato credere, quel vecchio.... ah padre Venanzio!

— Indovino, era vostro padre.

— Egli non potè ristarsi dall’abbracciarmi, dal chiamarmi con que’ cari nomi ond’era solito vezzeggiarmi nell’infanzia, nè io potei non riconoscerlo ad onta degli anni trascorsi da che non lo avea riveduto. Ma, oh Dio! perchè non potei in quel punto sbandire da me l’altro orrido convincimento che mi si affacciò? La figura di lui, le sue vesti, portavano tutti i tremendi segnali additati nella grida che fu pubblicata contro al Leone, grida che non si dipartiva da me. Non credo che lo sdegno celeste possa percuotere più tremendamente uno sciagurato che col fargli riconoscere in sì orribil momento l’autor de’ suoi giorni.

— Ma perchè — sclamò tosto il padre Venanzio compreso dal fremito che una tal considerazione eccitava — perchè non cercar subito di persuaderlo a quella risoluzione che, da quanto mi apparisce, egli voleva abbracciare di poi?

— Ah padre! tutti que’ mezzi di persuasione che l’amor di figlio e l’onore e la disperazione possono suggerire li posi in opera in quell’istante fatale, e già ero sul punto.... quali trionfi non riporta un amoroso figlio su la tenerezza paterna?... ero sul punto di trionfare del cuor di mio padre, quand’egli, accortosi che sopravvenivano alcuni de’ suoi compagni, mi disse: Va! fuggi! continuerò a vegliare per la tua sicurezza. Ti giuro innanzi a Dio che ci torneremo a vedere. Il giorno in cui lo rividi fu quello stesso in cui recitaste il panegirico della Vergine nella valle del Sila. Voi partiste per Paola. Venni a cercarvi il dì appresso. Il rimanente vi è noto.

— Basta così, figliuol mio. Voi non cessate intanto di raccomandarvi al cielo. Quanto a ciò che può dipendere da un uomo....

— Sperate, padre? — si faceva a domandar la Maria.

— Dio è grande, Dio è giusto; dunque si può sperar tutto da lui. Pregatelo anche voi, buona figliuola; ma per adesso lasciatemi pensare, lasciatemi fare; quello che mi bisognava sapere lo ho saputo. —

Il padre Venanzio, men guardato a vista degli altri, si ritirò a scrivere alcune cose, fu veduto dirne altre di sfuggita all’orecchio della Concezione, tornò a trovarsi co’ due sposi nel momento appunto in cui tutto era allestito pel viaggio che dovea farsi alla volta di Cosenza e mentre il luogotenente Quinzio, già in piede, attribuiva lo svenimento onde fu preso all’essersi partito fin la mattina con la febbre in dosso, come se nessuno si fosse avveduto de’ suoi stravizzi.

Si posero in uno stesso calesse ben fiancheggiato d’alabardieri i due sposi, il padre Venanzio ed il luogotenente. Parte perchè la Maria aveva incolpato soltanto sè medesima d’aver cooperato al travestimento del Leone, parte perchè l’affaruccio occorso a Quinzio avea sconvolto alcun poco l’ordine di quell’atto giudiziario, nessuno pensò nè alla Concezione i cui congedi dalla sua figlia di latte furono teneri sì ma abbreviati possibilmente dal padre Venanzio, il quale avrà saputo sicuramente quel che facea, nè a nessun altro individuo di quella casa rimasta affatto libera dalla presenza molestissima d’ogni e qualunque individuo spettante al tribunale.