SCENA I.

NARTICOFORO, GERASTO.

NARTICOFORO. (Heu, misero Narticoforo, tu stai in un pelago di ancipiti pensieri! A me duole partirmi senza far molti consci della ingiuria con che m'ha lacessito Gerasto; e se non mi parto, quel suo nipote vuoi trucidarmi: io sono tra Cariddi e Scilla!).

GERASTO. (Fioretta non è in camera: andrò in casa, gli farò cenno che venghi, e vedrò se gli forastieri han pranzato e se si riposano).

NARTICOFORO. (Costui deve esser forastiero in questa cittá, perché va alla casa appestata e la batte per entrare). O viro probo, arrige aures a quel che dico.

GERASTO. O son sordi o dormono.

NARTICOFORO. Perché battete quel ostio con tanta veemenzia?

GERASTO. Perché ho voglia d'entrare.

NARTICOFORO. Voi dovete esser forastiero e l'arete presa in cambio.

GERASTO. Or questa è bella, che un forastiero dica ad un cittadino che è forastiero, e gli vogli insegnar la sua casa!

NARTICOFORO.

Heu fuge crudeles terras, fuge littus avarum!

GERASTO. Perché mi dite voi questo?

NARTICOFORO. In questa casa ci è la peste, e ponendovi la testa dentro o toccando la porta, s'apprende.

GERASTO. Penso che voi vogliate darmi la baia.

NARTICOFORO. Vuoi tu un buon consiglio? scostati da quella porta, perché ti appestará. Gerasto. Vuoi tu un miglior consiglio? non trattar di quello che non sai, altramente sarai giudicato di poco consiglio e di manco cervello.

NARTICOFORO. Or giudica temet ipsum di poco cervello e di poco consiglio, che parvipendi l'ottime admonizioni di chi ti dice che questa casa è pestifera e ti importa la vita.

GERASTO. Che peste? chi t'ha riferito questo?

NARTICOFORO. Il padron istesso di queste edicole.

GERASTO. A che proposito il padron di queste case ti l'ave riferito? certo costui sará scemo di cervello.

NARTICOFORO. Lubenter faciam. Commorando io in Roma, mi scrittitò molte lettere, chiedendo copular una sua figlia in matrimonio con un mio figlio; e giá d'accordo, piú con la sua che con la mia sodisfazione, mi chiama che venghi col mio figlio a tor la sposa. Vengo, e lascio i miei consanguinei che mi venghino ad incontrar con la nuora; adesso mi dice che me ne ritorni.

GERASTO. Certo costui non può essere uomo da bene, perché vien meno della sua parola. Ma che ragioni assegna egli?

NARTICOFORO. Dice che medicando agli Incurabili s'attaccò la peste, ed egli l'ha attaccata a sua figlia nelle parti pudibonde e l'ha tutta guasta, che non vi è rimasto segno del sesso; e che a lui gli è venuta da dietro—o stomacali o peste,—che è tutto rovinato. E poi m'ha mandato un suo abnepote o trinepto a minacciarmi, se non mi parto fra mezza ora, di voler uccidermi.

GERASTO. Che cosa è trinepto?

NARTICOFORO. Mon sapete voi la linea delia consanguineitá? «Est nepos cuius relativum est avus, sic proavus cuius relativum est pronepos, sic abavus cuius relativum est abnepos».

GERASTO. Non mi curo saper questo io.

NARTICOFORO. Ascolta, che non so come puoi tu vivere senza saper questo.

GERASTO. Seguite la cagion della peste.

NARTICOFORO. Alfin, per giungerlo, gli dico che mi facci copia di veder quella sua figlia che aveva; e mi disse che avea commutato la vita con la morte.

GERASTO. Perché non vi facesti mostrar quella sua figlia appestata?

NARTICOFORO. Lo chiesi; e venne fuori con certe tumefazioni nella bocca, con una ernia di sotto, che non so se Tesifone o Megera potesse essere piú difforme di lei. E allora mi disse che mi fusse scostato dalla casa, perché era pestifera.

GERASTO. Questa mi pare una forfantaria e indegna di uomo da bene; e ne meriterebbe castigo. Però vi prego, se è però lecito, dirmi il nome, acciò ci possiamo guardar da lui.

NARTICOFORO. Lubentissime faciam. Suo nome è Gerasto di Guardati.

GERASTO. Gerasto de Guardati! come, quando e dove fu questo?

NARTICOFORO. Hic, in questo luogo; illic, in quel luoco; istic, per qua: poco innanzi, come v'ho detto.

GERASTO. Gerasto di Guardati ti ha detto che ha una sua figlia con una fistola dinanzi, ed egli un'altra di dietro?

NARTICOFORO. Certissimo, quello che ascolti.

GERASTO. Come sta fatto questo Gerasto che tu dici?

NARTICOFORO. Gracilescente, col collo obtorto, con oculi prominenti, strabbi e di color fosco.

GERASTO. Dio me ne guardi che Gerasto fusse cosí fatto! Tu mi hai dipinto un appiccato. Gerasto è tutto di contrarie fattezze: che è grasso, collo corto, naso schiacciato, colorito; e per non tenerti a tedio, io son Gerasto di Guardati. Né mai viddi te se non adesso: né ebbi io fistola dietro mai, né mia figlia innanzi, se non quella che ci ha fatto la natura istessa; e se lo luogo di mia figlia fusse men onesto, or la snuderei; e se io non stessi nella strada publica, or ora mi slacciarei le calze e te lo mostrarei in prospettiva, accioché con gli occhi tuoi vedessi il tutto. Né io ho nipote né trinepote che possa pormi legge: e tutto è mentita quanto hai detto.

NARTICOFORO. Ho detto il vero, piú vero di quel vero che tu dici.

GERASTO. È ben vero che ho promesso a Narticoforo romano, onoratissimo uomo, dar mia figlia Cleria per moglie a Cintio suo figlio, e a lui sta a menarsela in Roma quando gli piace; e tu devi esser di cattiva lingua.

NARTICOFORO. Poco anzi con encomi egregi onorasti Narticoforo ludimagistro, e or ricanti la palinodia chiamandolo semifatuo e mentitore.

GERASTO. Ho lodato Narticoforo; ho detto mal di te.

NARTICOFORO. Ego sum Narticoforus «fama super aethera notus».

GERASTO. Tu Narticoforo romano?

NARTICOFORO. Ipsissimus Narticoforus.

GERASTO. Se tu sei Narticoforo e te ho lodato, mi sono ingannato e ne mento per la gola.

NARTICOFORO. Non mi sono ingannato io di te, che ho detto quel che sei.

GERASTO. Narticoforo e suo figlio sono in casa mia; e ti farò veder la veritá quando vorrai.

NARTICOFORO. Quando venne in tua casa Narticoforo?

GERASTO. Poco innanzi; han pranzato e or si stanno a riposare per lo viaggio fatto.

NARTICOFORO. Narticoforo e suo figlio sono in casa tua?

GERASTO. Quante volte vuoi tu sentirlo?

NARTICOFORO. Potrei vedergli io?

GERASTO. Per vincer col vero la tua perfidia, vo' che gli veda. Olá, o di casa, fate venir Narticoforo e suo figlio fuori. Ti farò veder la mia veritá.

NARTICOFORO. Qui non può esser veritá alcuna; né vedrò altrimente Narticoforo se non vedo me stesso, né Cintio mio figlio se non vado nel diversorio dove l'ho lasciato.