SCENA II.
MORFEO, GERASTO, NARTICOFORO.
MORFEO. Che dimandate pa… padre ca… ca… caro?
GERASTO. Ecco il suo figlio Cintio.
NARTICOFORO. Questa non è l'indole di mio figliuolo.
GERASTO. Questo forastiero ha caro vedervi. Morfeo. Chi è questo fo… fo… forastiero?
NARTICOFORO. Profecto desio saper chi voi sète.
MORFEO. Io Ci… Cintio romano.
NARTICOFORO. Di chi sète figlio?
MORFEO. Di Na… Na… Nas… Nasincolfino romano.
NARTICOFORO. Narticoforo vuoi tu dire? Che arte egli essèrse?
MORFEO. Maestro di sco… sca… sce…, mastro di scola.
NARTICOFORO. Pensava volessi dir mastro di solar scarpe. Che sei qui venuto a fare?
MORFEO. A sbo… sbu… sbosar la figlia di questo me… men… medico.
NARTICOFORO. Di quanto hai detto, tu menti del tutto.
MORFEO. Sbu, sbu.
NARTICOFORO. Oimè, che putore! che cosa è questo che m'hai buttato in faccia?
MORFEO. È ro… rotta la postema: è lo san… sangue e la mar… marcia.
NARTICOFORO. Oimè, che fetulenzia, che cloaca è questa!
MORFEO. Ti giuro…
NARTICOFORO. Non giurare a chi non crede al tuo giuramento. Parteti di qua; se non, mi partirò io.
GERASTO. Entra, Cintio mio caro. Ecco, hai pur visto esser vero quanto ti ho detto.
NARTICOFORO. Mio figlio non è cosí fatto: è un Adone, un Ganimede, immo centies piú bello dell'uno e dell'altro. Questi è un deforme Tersite. Proh Iuppiter, questa Napoli deve essere qualche terra incantata, dove gli uomini diventano altri di quel che sono; onde son ancipite come si trovano qui uomini che non solo mentiscono chi sono, ma s'usurpano i nomi e le condizioni d'altri.
GERASTO. Ed è possibile che in Roma si trovino uomini cosí ignoranti e di sí fatta condizione che non si voglino persuadere che altri non sieno quelli che sono, e or si vogliono far conoscere per quelli che non sono?
NARTICOFORO. Non fu inteso mai il piú insigne mendacio in questa machina mundiale!
GERASTO. Perché sei incredulo?
NARTICOFORO. Anzi, tu bugiardo?
GERASTO. Questa tua barba bianca m'ave ingannato.
NARTICOFORO. La tua ciera m'ha detto la veritá. Mira faccia di boia!
GERASTO. Mira faccia d'appiccato! stolto ignorante!
NARTICOFORO. Mentiris per guttur! oh avessi la mia ferola, che ti vorrei far pentire di quanto hai detto.
GERASTO. Ti risponderei con le mani, se avessi qui un bastone, e ti impararei la creanza.
NARTICOFORO. Tu la creanza a me? il quale con publico stipendio lègo una lezione estraordinaria alla Rotonda di versi di Mancinello di costumi? Pensi che per esser qui forastiero non abbi in questa cittá alcun amico? o abbi la crumèna cosí vacua che non possa far pentirti del tuo stultiloquio? Condurrò io qui or ora il capitan Dante, hispanus Hector, e ti farò conoscere quanto importi usar ingiuria a chi non la meritò mai.
GERASTO. Né tu mi trovarai qui solo. Ma ben hai fatto a partirti, ch'essendo scemo di cervello, con un bastone ti volea far tornar savio. Mira che sorte di uomini vanno per lo mondo, mira che cantafavole! Diceva la casa mia essere appestata, che lui era Narticoforo e ch'io non fusse Gerasto; alfin volea che Cintio non fusse figlio di Narticoforo.