SCENA III.

ESSANDRO. GERASTO.

ESSANDRO. Voi sète Gerasto medico, eh?

GERASTO. Io son; che volete per questo?

ESSANDRO. Avete voi avuto rissa con un maestro di scola?

GERASTO. Con uno che per tale si volea far conoscere.

ESSANDRO. Va ragionando per le strade con quanti uomini da bene incontra, con dir che Gerasto de Guardati è un medicacavalli, castraporci, maneggiator di sterco e d'urina.

GERASTO. Egli ne mente, ché in ogni conto son miglior di lui.

ESSANDRO. Dice che ave un asino in casa, se li volete medicar i testicoli.

GERASTO. Oh, che mi vien tanta rabbia che, se fusse qui, vorrei fargli veder chi son io.

ESSANDRO. Dice che vi chiamate messer Orinale.

GERASTO. Son uomo da spezzarcene cento nel volto, di urina putrefatta.

ESSANDRO. Dice che voi solete patir di una certa infirmitá bestiale e che l'avete richiesto…, mi vergogno dirlo.

GERASTO. Egli ne mente insin dentro al suo cervello e quanti lo credono.

ESSANDRO. Va adesso a trovar un capitan spagnolo bravissimo, chiamato
Dante, perché dá bravissime bastonate.

GERASTO. Sotterrerò lui e chi vuoi difenderlo, di bastonate. Ma io non sono di sí poca stima in questa cittá che non abbi una dozzina di spagnuoli a mio comando.

ESSANDRO. È rissoluto ammazzarvi in ogni modo; e penso sará qui tra poco.

GERASTO. Egli mi troverá qui piú tosto che pensa.

ESSANDRO. Io vo' a dirglilo.

GERASTO. Né io sarò cosí sciocco che, venendo egli accompagnato, mi voglia far trovar qui solo. Menarò meco el capitan Pantaleone spagnuolo, che lo medico gratis.