SCENA II.

CLERIA giovane, ESSANDRO.

CLERIA. Fioretta mia, fatti piú in qua, che non m'oda mia madre che sta nell'anticamera.

ESSANDRO. Eccomi, signora mia.

CLERIA. Dirai primieramente ad Essandro mio che vorrei mandargli mille saluti e consolazioni, ma non posso; che non ho né salute né consolazione, e mal posso partir seco quelle cose che non possedo. E se pur volessi mandargli qualche salute, bisogneria che mandassi se stesso a lui medesimo; perché egli solo è il mio contento e la mia salute, e sempre che son priva di lui, son inferma e scontentissima.

ESSANDRO. Appresso?

CLERIA. Che non mi veggio mai sazia d'odiar me stessa per amar lui, e che il fuoco è tanto cresciuto che son tutta di fiamma; son tanto sua che in me non vi è nulla piú del mio, son transformata in lui stesso; e se volesse essere per qualche breve spazio mia, bisogneria che me gli cercasse in presto, avendo locato in lui la somma d'ogni mio desiderio e avendolo eletto per fin d'ogni mio bene.

ESSANDRO. Benissimo.

CLERIA. E digli che s'io potessi, vorrei chiamarlo crudele; che sapendo bene che dalla sua vista gli spirti miei prendono l'alimento della lor vita, e mancandomi la sua vista mi mancaria la vita, perché mi fa carestia di cosa che sí poco gli importa, e dandomene molto, a lui non scema nulla? E che quindi fo argomento che non risponde con amore a chi l'ama, né con la fede a chi gli è fedele: e non cercando vedermi, come posso creder che m'ami?

ESSANDRO. Signora, state sicura ch'egli sempre vi vede.

CLERIA. Mi vede, eh?

ESSANDRO. Vi vede, vi parla, vi tocca e vi sta sempre appresso.

CLERIA. Egli mi tocca e vede? Fioretta, dici da vero?

ESSANDRO. Cosí da vero come vi vedo e tocco io.

CLERIA. Egli mi tocca?

ESSANDRO. Ti abbraccia, ti bacia e ti vede sempre, e ha tanto piacer di vederti e di abbracciarti che mai simil ebbe; ed egli si terrebbe felicissimo se in quel punto fusse riconosciuto da voi.

CLERIA. Scherzi, eh?

ESSANDRO. Possa morir se scherzo.

CLERIA. Perché dunque non mi si scuopre?

ESSANDRO. Perché dubita.

CLERIA. Di che dubita?

ESSANDRO. Che avendolo forse a male, lo privaste di tanta gioia; e s'egli stesse un sol giorno senza vedervi, si morrebbe di ambascia.

CLERIA. Col pensiero forse mi tocca, ch'altrimente non so come possa esser vero ch'egli mi tocchi.

ESSANDRO. Dico che vi vede con gli occhi.

CLERIA. Come con gli occhi?

ESSANDRO. Con gli occhi aperti, e vi tocca con le sue mani proprie.

CLERIA. Lo dici per ischerzar meco; né io sarei cosí sciocca o fuori di me medema, che veggendomi innanzi e ragionandomi quello che piú della propria vita amo, io non lo conoscessi.

ESSANDRO. Anzi, or ora vi vede.

CLERIA. Forse sta nascosto qui intorno?

ESSANDRO. Dico che vi sta innanzi come io, e vi parla come io.

CLERIA. Come può esser questo vero, se qui non veggio niuno altro che te, né altri che tu mi parli? Ma dimmi, Fioretta carissima, sai tu quanto egli m'ami?

ESSANDRO. V'ama quanto io.

CLERIA. So che tu m'ami, non ne sto in dubbio; ma tu sei mal cambiata da me, che ti amo quanto si può, perché mi rassomigli tutta a tuo fratello.

ESSANDRO. Anzi piú m'amaresti, se mi conoscessi.

CLERIA. Come non ti conosco? cosí tu conoscessi l'amor che porto a tuo fratello, che trovaresti modo di darmi qualche rimedio.

ESSANDRO. O Dio, che non è cosa che piú desii al mondo, che darti questo rimedio.

CLERIA. Se ben tu dici cosí, pur ben m'accorgo non essere amata quanto merita l'amor mio. Perché se pur alcuna volta passa per qua, lo veggio cosí timido e sospettoso, cosí celato il viso nella cappa che par che dubbiti di qualche tradimento; e quanto può piú presto, da qui si parte, il che mi dá tanto dolore quanto è l'amor che li porto.

ESSANDRO. È giovane, signora: questo è il suo primo amore. Vorrei io esser lui, ché conoscendo quella bellezza che in voi singular si scuopre, i divini costumi e l'onestá, sí ricco tesoro di grazie, mi terrei felicissimo; quando una sol volta fussi mirato da voi, saresti osservata e riverita da me, qual si conviene al vostro merito.

CLERIA. Mi vergogno non essere come tu dici, solamente per piacergli. Ma se tu fossi lui e t'accorgessi ch'altri ti amassi e si struggesse per te, faresti come gli altri uomini, cominciaresti a star in contegno, far del re e alzaresti la coda.

ESSANDRO. Avete il torto, signora, far questa stima di me, che non alzarei piú la coda di quello che fo al presente o feci per lo passato.

CLERIA. Dunque, poiché t'è cosí aperto e nudo il cor mio come la fronte, perché non gli manifesti quanto l'amo?

ESSANDRO. Anzi, egli si duole di me che non gli manifesti il suo amore: alfin, io sarò la cagione d'ogni male.

CLERIA. Anzi, la radice e fonte d'ogni bene. Va' dunque, Fioretta mia, e digli che avendomi comandato che volea ragionarmi, ecco ch'io sono apparecchiata;…

ESSANDRO. Andrò volontieri.

CLERIA…. ch'io piango e ch'io muoio….

ESSANDRO. Sará fatto…

CLERIA…. E se m'ama, che venghi presto….

ESSANDRO…. quanto comandate….

CLERIA…. E se mio padre non si contenta darmelo per sposo, digli ch'io vo' fuggirmene seco nella fin del mondo.

ESSANDRO…. Volete altro?

CLERIA. Non altro; raccomandamegli strettamente.

ESSANDRO. Entratevene, che vostro padre non vi vegga.

CLERIA. Fa' di modo che tu mi porti bone novelle.

ESSANDRO. Bene.

CLERIA. E se pur non mi trovasse in fenestra, che fischi, ché verrò subito.

ESSANDRO. Me ne vo.

CLERIA. Aspetta, aspetta, ascolta questo.

ESSANDRO. Entrate, ché Gerasto vostro padre vien fuora; che non vi vegga.