SCENA III.
GERASTO vecchio, ESSANDRO.
GERASTO. Non è piú infelice vita al mondo di quella d'un vecchio e innamorato; ché se la vecchiezza porta seco tutte le infirmitá e imperfezioni, amor tutte le doglie e passioni—ch'una di queste non bastano diece persone a sostenerle,—or pensate queste due in un sol uomo quanti travagli gli ponno dare. Io amo una che, se ben la fortuna me la fa serva, la sua bellezza me le fa schiavo; e se ben l'ho in casa, n'ho carestia: se l'ho innanzi, non posso mirarla. Son come colui che sta dentro l'acqua e si muor di sete, gli pendono i frutti sovra la testa e si muor di fame; ché l'arrabbiata cagna di mia moglie n'arde di gelosia, non la lascia un sol passo sola per la casa, e se si parte, la lascia serrata a chiave in camera con mia figlia. E se desio di starmi in casa, a mio dispetto m'è forza di starne fuori. Ma eccola qui. Dove si va, Fioretta mia, mio maggio fiorito?
ESSANDRO. Per un servigio della padrona.
GERASTO. Non ti partir, Fioretta mia: lascia che ti miri un poco, se a te non è discaro l'esser mirata; e lasciami sfogar cosí parlando teco, poiché non posso altro. Tu non sei fiore che nasci a tempo di primavera; ma a suo dispetto la primavera nasce dove tu sei. Niun fiore può paragonarsi con te, che porti i giacinti negli occhi e i gigli nelle carni, e parli rose e spiri gelsomini e fior di naranci.
ESSANDRO. Dove avete lasciati i garofoli?
GERASTO. Perché son troppo palesi in questi tuoi labrucci. E se Dio volesse far un re sovra i fiori, non eleggeria altro che te, tante sono le tue bellezze.
ESSANDRO. Vo' partirmi.
GERASTO. Férmati un altro poco. Ti ricordo che non senza cagione ti han posto nome Fioretta, accioché tu ti accorga che questa tua bellezza se ne va come un fiore: la mattina è bello, la sera languido e secco. Or che sei nella primavera, sappilo conoscere, che presto verrá l'autunno, sfronderai, diverrai secco, e non serai buono né per insalata né per salsa.
ESSANDRO. Che vorresti dir per questo?
GERASTO. Ch'io vorrei essere il tuo orto, piantarti nel mio seno, zapparti ben bene, inaffiarti e farti produrre i piú bei frutti che nascessero giamai. Almeno fussi ape che andasse succhiando quel mele che sta dentro cosí bel fiore. Almeno potessi darli quel che li manca.
ESSANDRO. Ne ho soverchio e m'avanza.
GERASTO. Non dico quel che tu pensi.
ESSANDRO. Né tu pensi quel che dico.
GERASTO. Cosí potessi fartene veder l'esperienza!
ESSANDRO. Cosí io potessi farla vedere a tua figlia!
GERASTO. Che dici di mia figlia?
ESSANDRO. Dico che essendo serva di vostra figlia, mi dovreste amar da padre.
GERASTO. T'amo piú di tuo padre assai, e d'altro amor che non farebbe tuo padre o fratello.
ESSANDRO. Voi dite cose triste, mi fate vergognare: mi vo' partire.
GERASTO. Fermati, che vo' darti una buona nuova.
ESSANDRO. È qualche veste questa nuova che volete darmi?
GERASTO. Dico, novella la piú lieta che avesti avuto giamai.
ESSANDRO. Ditela, che mi sentiva prorir l'orecchia per ascoltarne alcuna.
GERASTO. Son certo che te la raspará, perché ti sará grata. Ma vo' duo baci per mancia, che mi sento prorir le labra.
ESSANDRO. Ditela, ché poi ve li darò.
GERASTO. Ho maritata la tua padroncina.
ESSANDRO. Con chi?
GERASTO. Con un giovane romano, ricco, dotto e bellissimo.
ESSANDRO. Chi è questo giovane cosí aventuroso?
GERASTO. Cintio, figliuol di Narticoforo, maestro di scola dottissimo. Ci abbiam scritto tante volte che alfin siamo restati d'accordo della dote e d'ogni cosa.
ESSANDRO. Come non n'avete fatto parola mai?
GERASTO. Se lo diceva a Santina mia moglie, che è una cicala, sarebbe andata cicalando per gli parenti, amici e vicini, e n'arebbe pieno Napoli in un'ora; e poi forse non essendo d'accordo, saressimo stati burlati da tutti.
ESSANDRO. Quando dunque verran costoro?
GERASTO. Quanto prima, e forse verran oggi che è giornata del procaccio.
ESSANDRO. Oimè!
GERASTO. Oh, come sei divenuta pallida! che ti duole?
ESSANDRO. Oimè, il cuore!
GERASTO. E come sará maritata, mariterò ancora te.
ESSANDRO. Mi sento morire, mi sento uscir l'anima!
GERASTO. Su, dammi i baci per la buona nuova.
ESSANDRO. Partetivi, di grazia: ho sentito la padrona in fenestra, e credo ne facci la spia.
GERASTO. Io mi parto non cosí mio come tuo; e amami, se ti par che l'amor mio lo meriti. Va' e da' questa buona nova a mia figlia, fatti dar la mancia e confortala a far la mia volontá. Oh, come sei tramortita! sará stato l'allegrezza della nuova che ti ho data? Fatti far una fregagione alle gambe, ché non sará nulla.