SCENA IX.
PELAMATTI, FACIO, PANURGO, GERASTO, NARTICOFORO.
PELAMATTI. Tanto sará l'andar cercando questi per Napoli?
FACIO. «Come Maria per Ravenna». Ma tu chi miri?
PELAMATTI. Facio, colui che ragiona con quei vecchi, mi par colui che mi tolse le vesti.
FACIO. Mira bene che non facci errore.
PELAMATTI. Egli è certissimo. Non vedete che le tien sovra?
FACIO. Giá le conosco. Taci tu, lascia dire a me. Galante uomo, vi vorrei dir due parole.
PANURGO. (Oimè, costui deve essere il padron delle vesti! O terra, apriti e ingiottimi vivo!). Sto ragionando con questi gentiluomini di cose d'importanza.
FACIO. Adesso adesso vi spediremo.
PANURGO. (Che farò per scappar dalle mani di costoro?).
FACIO. Vorrei sapere se sète Facio, dottor di leggi.
PANURGO. Perché me ne dimandate?
FACIO. Ho buona relazion di voi, vorrei servirmi di voi per avocato….
PANURGO. (Bene, che non è quel pensava!).
FACIO….Voi dunque sète Facio?
PANURGO. Io son Facio, vi dico; ma, di grazia, parlate piú basso.
FACIO. Ch'io parli basso? parlerò tanto alto che m'oda tutto lo mondo. Menti che tu sii Facio, che Facio son io, e tu col farti me, mi togliesti le vesti mie.
PANURGO. Saran vostre, se me le pagherete; e voi pigliate errore.
FACIO. Error pigli tu, se pensi che voglia pagar il mio.
PANURGO. Fermatevi, non m'usate forza.
FACIO. È lecito usar forza a tòrre il suo dove si trova.
PANURGO. Voi forse pensate che sia una bestia?
FACIO. Bestie stimaresti tu noi, se ti lasciassimo la robba nostra.
PANURGO. Tanto fusse tua la vita! Ma ascoltate.
FACIO. Che vuoi che ascolti? Pelamatti, pela tu questo matto, toglili le vesti; e se non si lascia pelare, peliamolo a pugni.
PELAMATTI. Lascia, ladro assassino!
PANURGO. Voi mi spogliate in mezzo la strada e mi chiamate ladro assassino.
GERASTO. Mira con quanta prosonzione costoro lo trattano male!
NARTICOFORO. Devono esser genti senza vergogna o non lo devono conoscere o l'aran preso in cambio.
PANURGO. Ah, ah, ah! or m'accorgo che tutti e tre siamo ingannati. Ascoltate. I giorni a dietro da maestro Rampino mi feci far certe vesti da dottore; e aspettando questa mattina le vesti, vedo questo giovane che le portava sotto. Dimando:—Di chi sono?—mi risponde:—Di Facio.—Io che mi chiamo Famazio, pensai subito che avesse smenticato il nome, che sono simili Fazio e Famazio; e me le presi per mie. Ma or che m'avveggio, avea fatto un bel guadagno! che dove il mio panno è finissimo e val dieci scudi la canna, questo appena val cinque Ma per mostrar che son gentiluomo, andrò a maestro Rampino e gli dirò che vi dia le mie vesti per tutto oggi—ch'or mi rincresce spogliarmi,—e fra tanto vi darò trenta scudi in pegno, dove queste non vagliono quindici.
FACIO. (Pelamatti, tu hai fatto contro il tuo nome: ti pensavi pelar un matto e pelavi un savio). Datemi gli trenta scudi in pegno per tutto oggi, e mi contento; delle vostre vesti io non me ne curo altrimenti.
PANURGO. Conoscete voi quel medico?
FACIO. Conosco benissimo.
PANURGO. Vi contentate ch'egli ve gli dii per me?
FACIO. Contento. Ma perdonateci, di grazia, se non sapendo questo, fusse trascorso piú del dovere.
PANURGO. Gerasto, vedete quel galante uomo?
GERASTO. Vedo.
PANURGO. È scemo di cervello. Venendo da Roma, lo trovai nell'osteria; e ragionando come si suole, dicendogli che veniva in casa di un medico famoso, mi pregò che l'introducesse a voi che lo guarissi d'una infirmitá che patisce, non so se umor maninconico o discenso lunatico. Parla sempre di vesti, di trenta scudi, di pegni e simil cose, e le replica mille volte; ma le dice con tanto proposito che lo giudicaresti un filosofo. E alcune volte il giorno gli piglia questa pazzia—quando, credo, si muove quello umore,—onde ti viene adosso e ti vuol spogliar le tue vesti con dir che sieno sue, che è una cosa mirabile.
GERASTO. Certo che veggendolo strapparvi le vesti da dosso con tanta furia, lo giudicai pazzo maniaco; e giá mi par pentito del suo errore, che vi ha chiesto perdono: deve patir di lucidi intervalli.
PANURGO. E vi promette trenta scudi per mancia.
GERASTO. Lo guarirò per amor vostro, non vo' premio altrimente.
PANURGO. Ma avertite che non intende molto bene: bisogna alzar la voce ragionando con lui.
GERASTO. Farò come volete. Ma bisogna aver alcuni con me, che bisognando lo ligassero. Trattenetelo un poco, ch'or ora serò qui.
PANURGO. Gentiluomo, Gerasto è andato a tor i trenta scudi, che non se gli trovava adosso; or será qui.
FACIO. Aspetterò quanto volete, non ho fretta.
PANURGO. Ma eccolo. Gerasto, sète contento voi per i trenta scudi?
GERASTO. Contento, anzi vi servirò adesso adesso, che anderemo in casa: voi restate meco.
FACIO. Volentieri.
PANURGO. Orsú, io vi lascio insieme, ch'io vo per una cosa importantissima e serò a voi tra poco. (Signor Facio, ragionando con lui, parlate alto, che non intende troppo bene).
FACIO. (Cosí farò).
NARTICOFORO. (Egli si parte senza sapersi ancora se sia Gerasto o
Narticoforo).