SCENA X.

FACIO, GERASTO, NARTICOFORO.

GERASTO. Idio vi facci sano!

FACIO. E voi sano e contento!

GERASTO. Accostatevi, galante uomo.

FACIO. Voi giá vi contentate per i trenta scudi?

GERASTO. Mi contento non tanto per i trenta scudi, quanto per farvi vedere un miracolo di una mia ricetta, che un todesco, a cui avea fatte molte carezze in casa mia, morendo, me ne lasciò erede: con duo soli lattovari, non piú.

FACIO. Che lattovari, che tedeschi, che ricette?

GERASTO. Dico che vi servirò tra pochi giorni.

FACIO. Dico che li voglio adesso.

GERASTO. Che cosa?

FACIO. I trenta scudi in pegno delle mie vesti che colui, partendosi da voi, mi vi lasciò in pegno.

NARTICOFORO. (O poveretto, giá comincia a ferneticare!).

GERASTO. Che scudi, che pegni, che vesti?

FACIO. Dico i trenta scudi che mi avete promessi per le vesti.

GERASTO. (Il male è di piú cura ch'io non pensava. Mira come parla alto! ne deve stimar sordi).

NARTICOFORO. (Deve essere proprietá dell'egritudine).

GERASTO. (Non so che dice di trenta scudi e di vesti e di promesse.
Non credo che un sacco intiero d'elleboro basterá per purgarlo).

FACIO. (Costui da vero è sordo: parlerò tanto alto che m'intenda). Dico che mi date i trenta scudi per che colui che si partí da voi—Famasio o Famosio che si chiama,—mi ve lasciò in pegno per le mie vesti. Intendetemi adesso o volete che parli piú alto?

GERASTO. Io non dico che non intendo la voce, ma non intendo quel che dici.

FACIO. Che parlo ebreo, greco o arabico, che non m'intendi?

GERASTO. Parli come me, ma non intendo che dici di trenta scudi e di vesti.

FACIO. Tu sei peggio che sordo, che il peggior sordo è quello che non vuole intendere. Tu sarai forse pentito di aver fatto sicurtá di trenta scudi, e fingi non intendere.

GERASTO. Che sicurtá? che pentire? che trenta scudi?

FACIO. Come trenta scudi? Dico che avendomi promesso…

GERASTO. Parole.

FACIO….trenta scudi…

GERASTO. Se non l'hai meglio di questa,…

FACIO….in iscambio delle mie vesti,…

GERASTO….tu sei matto da dovero.

FACIO….avendomegli promessi dinanzi duo testimoni,…

GERASTO. Tu erri in grosso.

FACIO….serò atto a farmeli pagare.

GERASTO. Arai a far con un tristo come tu sei.

FACIO. Non mi prometteva io ciò da questa tua vecchiaia.

NARTICOFORO. (Voi sapete che è capto di mente, e par che andate in contumelie).

FACIO. Son uomo di tòrvi le vesti da dosso.

GERASTO. Ecco il furore! o voi, toglietelo stretto e ligatelo che non si muova, ché gli vo' dar un lattovaro in casa.

FACIO. Che volete da me voi, furfanti? A dispetto di…

GERASTO. Riponetelo dentro, ché vo' curarlo.

FACIO….ché pensava aver a trattar con un cattivo, or ne ho ritrovato un altro peggio!

GERASTO. Se non parli come devi, ti torrò io la pazzia da capo, chè a medicare un pazzo ci vuole un pazzo e mezzo.

FACIO. Cosí mi fai tu ingiuria?

GERASTO. L'ingiuria la fai tu a me.

NARTICOFORO. (Costui mi par che parla a proposito).

GERASTO. (Non ti disse colui, che sapea la sua natura, che parlava tanto a proposito che ogniuno lo giudicava savio?).

NARTICOFORO. (Chi sa forse ora fusse tornato in sé?). Dimmi, uomo frugi, conosci che sei sano?

FACIO. Voi duo vi sète accordati insieme, e non sète pazzi ma ribaldi.

NARTICOFORO. Sodes, quaeso, di grazia, fatelo dislegare, lasciatelo libero; ché, l'animo mio se va ariolando la cosa e l'uno non intende l'altro, forse saran veri i fantasmi che mi van per la mente, e quel scurrile sicofanta ci ará ingannato con le sue sicofantie. Or ditemi voi, di grazia, che vi ha dato ad intendere colui che si è partito?

FACIO. Questa mattina venendo Pelamatti, servo di maestro Rampino sarto, a portarmi certe vesti nuove—che volea cavalcar per Salerno,—costui gli diede ad intendere che eran sue e che egli era Facio, ch'era io, e si tolse le vesti mie. Poi, cercando a ventura per Napoli, gliele avemo trovate adosso; e volendo torcele, mi pregò che le lassassi per tutto oggi, che mi arebbe dato costui per securtá di trenta scudi; e avendomegli lui promessi, l'ho lasciato andare.

NARTICOFORO. Or parlate voi, di grazia.

GERASTO. Ed a me ha detto che eravate pazzo e che sempre avevate in bocca trenta scudi, vesti e pegni; e mi pregò da parte vostra che vi avesse guarito, che mi volevate dar trenta scudi per premio; e che eravate sordo, però avessi parlato un poco piú alto.

FACIO. Un'altra volta arò perse le vesti mie! Dove lo cercarò? In un punto ha raddoppiati tre: non gli deve bastar lui solo, vuol servir per tre persone.

GERASTO. Ah, ah, ah!

NARTICOFORO. Ah, ah, ah!

FACIO. Voi forse ridete di me?

NARTICOFORO. Anzi, noi ci ridemo di noi stessi. A costui ha dato ad intendere ch'era me, a me ch'era costui: e cosí ha sicofantati tre.

GERASTO. Di piú, ha portato un mostro in casa con dir ch'era Cintio suo figliuolo: io ho tenuto voi per pazzo, non conoscendovi; poi, m'ave inviato un giovane, che questi diceva mal di me: ed è stato cagion, penso, d'azzuffarci insieme.

FACIO. Che si fará dunque delle mie vesti?

GERASTO. Io arò pensiero di ricovrarle da lui, inviarvele in vostra casa; che se ben egli ingannandovi ve l'ha promesse da mia parte, or che stimo lui un tristo, ve le prometto da senno, che vo' un poco informarmi del tutto.

FACIO. Dunque io vi cerco perdono se sono troppo con voi trascorso in parole.

GERASTO. Dove è Cintio vostro figliuolo?

NARTICOFORO. L'ho lasciato nel diversorio. Io nol condussi meco, perché il mio servo mi referí che voi l'avevate extruso di casa, con dirgli che Narticoforo era prima giunto.

GERASTO. Inviate a chiamarlo. Questa è vostra casa, che in vostro nome colui se n'era fatto possessore.

NARTICOFORO. Ed io per tal la reputo. Vale.

FACIO. Oh, povere vesti perse due volte!

GERASTO. Non dubitate, venite di qua e l'arete. Ma chi piglia i fastidi per fastidi, entra in un mar di fastidi; però non vorrei io tanto ingolfarmi in questi fastidi, che lasciassi passar l'occasione che ho desiderata mille anni. Fioretta m'ha promesso aspettarmi in questa camera, e giá due ore sono: deve star a disagio. O me felice, or corrò il frutto tanto desiderato! Ma qui non è niuno. Ella è vergine e si deve vergognare venir da lei; e se ben muore per me, la vergogna la fa restia. In somma, se non ci la conduco per forza, non verrá da lei giamai. Io ho questi amici, la farò tor per forza e menar qui dentro; ma mi meraviglio che lo speciale non v'ha condotti quei lattovari che l'ho fatti far per trovarmi gagliardo con Fioretta. Ma eccola dinanzi la porta: o voi, prendetela e di peso menatela in questa camera terrena.