SCENA V.

ESSANDRO, Narticoforo, capitan Dante.

ESSANDRO. Ancor sei qui, pedantaccio? non m'hai tu promesso partirti?

NARTICOFORO. «Arma virumque cano». Capitan Dante, mio Ercole alexicaco, aiutami!

DANTE. ¡Holá! quien va allá, tenganse y hinquense de rodillas, y hinchad, que os quiero dar un sopapo, si no juro por vida de quien soy que os mataré á puros boffettones, que por ser vos un muchacho, no sois hombre para mí.

ESSANDRO. Vien qui, mascalzone, ch'io ti vo' far conoscere che son miglior uomo di te.

DANTE. Yo te la doy por vencida, que en la cuenta de poltrones eres mejor que yo.

ESSANDRO. Fatti innanzi, poltronaccio.

DANTE. No me venga ninguno con bravadas, que en solo poner mi brazo en postura hago caer los hombres muertos. Y yo haré que essa palabra te cueste más que el queso á los ratones.

ESSANDRO. Volta la faccia qua, codardo.

DANTE. Los diablos me te trajeron delante.

ESSANDRO. Non sei una gallina tu? rispondemi.

DANTE. Anda, majadero, que si yo fuera gallina, con essos tus puntapies ya me habrías quebrado los huevos en la madrecilla.

ESSANDRO. Che vai facendo per questa strada?

DANTE. La calle es comun, y puedo pasear como cada uno.

ESSANDRO. È commune, se tu hai da appicarti in quella. Dimmi, che vai facendo per qua?

DANTE. Voy en busca de un amigo.

ESSANDRO. Farai come quello che gioca, che va buscando danari e trova bastoni. Ma cosa è questa che tu altro hai qui sotto?

NARTICOFORO. Il mio verbere, la mia fustiga, il mio baculo magistrale.

ESSANDRO. Con questa fustiga fustigherò te, ché per adesso io non mi vo' imbrattare le mani di sangue di pedante.

NARTICOFORO. Gentiluomo de indole prestantissima, «cedant arma togae»: non far questa ingiuria a questa toga venerabile.

ESSANDRO. Vien qua tu, alzami costui su le spalle.

DANTE. Soy para esso muy flaco de lombos.

ESSANDRO. Finiamola, poltronaccio.

DANTE. Dadme essas manos, ¡con todos los diablos!

NARTICOFORO. Ah, gentiluomo—ti vo' comporre un ottastico di versi scazonti, coriambici, anapestici, proceleusmatici, e vo' che dichino ne' capiversi il tuo nome,—non far ch'io vápuli come un putto!

ESSANDRO. Ti vo' proprio vapular come un putto.

NARTICOFORO. Avertite che fate falso latino: ché «vapulo» est verbum deponens, idest quod deponit significationem activam et retinet passivam: però «ego vapulo», io son battuto; non «vapulo», io batto.

ESSANDRO. Tu stai a cavallo e impari lo falso latino a me! Ma questa mattina io ti ho dato lo latino; e adesso vo' che lo facci a cavallo, e voglio che numeri le bòtte con la tua bocca, e come fai errore, cominciarò da capo.

NARTICOFORO. Fermate, di grazia; non cominciate ancora. Come volete che numeri, adverbialiter: semel, bis, ter; overo numeraliter: unus, duo, tres; overo ordinaliter: primus, secundus, tertius?

ESSANDRO. Non tante parole: stendi le gambe; se non, che te le farò tener da un fachino.

NARTICOFORO. Fate almeno che mi reminisca l'interiezioni dolentis.

ESSANDRO. Taf.

NARTICOFORO. Heu, unus!

ESSANDRO. Taf.

NARTICOFORO. Uhá, duo!

ESSANDRO. Taf.

NARTICOFORO. Oh, tria!

ESSANDRO. Tif, taf, tif.

NARTICOFORO. Heu, oh, uhá, quater: a quatuor usque ad centum sunt indeclinabilia.

ESSANDRO. Vuoi partirti?

NARTICOFORO. Mi partirò quanto ocius; se non, vo' essere trucidato.

ESSANDRO. Lascialo calar giú. Avèrti, ascolta bene: all'altra, io ti passerò questa spada per i fianchi.

NARTICOFORO. Oh, come m'hai difeso, capitan Dante! ti dovereste piú tosto chiamar capitan Recipiente che Dante!

DANTE. ¿Parecete cosa conveniente que yo ponga mano á las armas para reñir con un rapaz, con un mancebo? ¿no sabeis vos que no es costumbre los leones pelear con ratones, sino con animales feroces? ¡Ponedme á combatir con hombres bravos y vereis lo que sabré hacer!

NARTICOFORO. Ecco il mio inimico!