SCENA VI.
PELAMATTI, PANURGO, MORFEO.
PELAMATTI. Non si vidde al mondo mai il piú bizzarro uomo di maestro Rampino. Mi pone le veste in spalla e dice:—Vai in tal parte, che troverai un uomo alto basso, magro grasso, che si chiama Facio; dágli queste vesti.—Se tardo, i gridi vanno al cielo; se non fo l'effetto, gioca di bastonate; se fo errore, guardite Iddio….
PANURGO. (Non conosce né lui né la casa. Queste seran mie, se tutto il mondo non m'è contrario).
PELAMATTI…. Ché per potermi ricordar tanto, bisognarebbe un cervello di lionfante, e per camminar tanto, le gambe di dromedario; dove cervello n'ho poco piú d'una oca, e gambe cosí debili che appena mi reggono sovra, e senza scarpe ancora….
MORFEO. (Va troppo carico: ne ha pietade, lo vorrebbe alleggerire).
PELAMATTI…. Oh, trovassi alcuno che me lo insegnasse. Ma ecco il fico selvaggio nel muro: questa è dessa.
PANURGO. Férmati, oh, oh, oh! a chi dico io?
PELAMATTI. So che non dici a me.
PANURGO. A te dico io, a te.
PELAMATTI. Ti ho forse ciera di cornacchia io, che per scacciarmi gridi: oh, oh?
PANURGO. Volevi tu spezzar quella porta?
PELAMATTI. Ancora non ci era accostato.
PANURGO. Ti toglio la fatica di battere, e par che te ne spiaccia.
PELAMATTI. E se fusse tua madre, aresti tanta paura che fusse battuta?
PANURGO. Se può dir mia madre, ché questa mattina, uscendone, mi ha partorito.
PELAMATTI. Dio ti facci esser nato in buon ponto. Figlio di questa porta, mi sapresti dir se dentro ci fusse Facio?
PANURGO. Facio ti sta innanzi e parla teco.
PELAMATTI. Dunque, voi sète…
PANURGO. Si, si, Facio padre di Alessio.
PELAMATTI. Me l'avete tolto di bocca, che proprio volea dimandarvi se voi eravate Facio.
PANURGO. Io son Arcifacio, son Faciissimo.
PELAMATTI. Me ne vo dunque: voi non sète quel che cerco. Vo' Facio, non Arcifacio né Faciissimo.
PANURGO. Io son quello che cerchi, or vengo dalla bottega di maestro Rampino, ché mi desse le vesti; e disse avermele inviate per un suo servo; e or aspettandole stava passeggiando dinanzi la mia casa.
PELAMATTI. Queste son dunque le vesti che aspettavate?
PANURGO. Sí, sí, queste son desse.
PELAMATTI. Ancor non l'hai viste, e dici: sí, sí. Se le volete, venite in bottega.
PANURGO. Perché non me le dai tu qui?
PELAMATTI. Non mi avete ciera di Facio.
PANURGO. Hai tu visto mai Facio?
PELAMATTI. Non io.
PANURGO. Come dunque non ti ho ciera di Facio? Ma mirami bene, questa mia ciera non è tanto buona che ne potresti far candele?
MORFEO. (Si da vero, céra proprio da esser bruggiata!)
PELAMATTI. La céra mi par cattiva e il mele deve essere assai peggiore, perché mi hai ciera di un gran ribaldo. Poiché sete venuto adesso da mastro Rampino, ditemi, dove sta sua bottega?
MORFEO. (Oimè, siamo incappati, ché non la sappiamo).
PANURGO. Te lo dirò. Búttati giú per questa strada, e come sei a quel cantone che ti dá in faccia, torci il collo a man dritta; e quando sbocchi in quei cessi e lordure, cala giú finché darai di petto in un uscio: poi rovescia gli occhi su, ché vedrai l'insegna della fistola: il vicolo si dice del Maltivegna, incontro la casa di Perotto Malanno.
PELAMATTI. A te oh come starebbe bene questa casa!
PANURGO. Anzi a te starebbono buoni questi duo luoghi, accioché quando l'uno ti fosse venuto a noia, mutassi nell'altro fresco e senza pagar pigione.
MORFEO. (Con questa burla ha saltato il fosso, il poltrone).
PELAMATTI. Poiché aspettavate me, come mi chiamo?
PANURGO. Malaventura.
PELAMATTI. Mala ventura arei da vero, se te le dessi. Io mi chiamo
Pelamatti.
PANURGO. Tu ti chiami cosí, per scherzo, Pelamatti, perché poco pelo metti in barba.
PELAMATTI. Di che etá è questo maestro Rampino?
PANURGO. Non l'ho mirato in bocca. Ma m'accorgo che tu hai poca voglia di darmele.
PELAMATTI. Perché n'hai soverchia di riceverle.
PANURGO. Come se dicessi ch'io ti volessi rubar queste vesti.
PELAMATTI. Come tu lo dicessi e io me lo vedessi.
PANURGO. Altri che tu m'arebbe credito di mille scudi.
PELAMATTI. Tu potresti esser tesoriero del re, che non ti arei credito di un quadrino.
PANURGO. Ancora non mi è stata fatta tanta ingiuria!
PELAMATTI. Il maestro m'ave ordinato che consegni queste vesti al padrone, non che le butti via. In questa terra si fan delle burle: veggio ch'hai la febre quartana d'averle nelle mani. Ma io perdo qui le parole.
MORFEO. (Giá è tempo uscir dagli aguati).
PANURGO. Ecco il servo che ho mandato per esse.
MORFEO. Padrone, maestro Rampino m'ha detto che un pezzo fa ve l'ha mandate per Purgamatti o Pelamatti suo servo.
PANURGO. Haigli tu dato i danari della fattura e de' finimenti?
MORFEO. Si bene, ecco la poliza della ricevuta.
PANURGO. È restato sodisfatto del tutto?
MORFEO. Sodisfattissimo.
PANURGO. Haigli tu rotta la testa, come t'ho detto, in farmi aspettar tutta questa mattina?
MORFEO. Signor no, perché mi disse avervele inviate, e datomi tante buone ragioni che mi parve degno di scusa.
PANURGO. Io la vo' adesso rompere a te che non fai quello che ti comando.
MORFEO. Eh, padron, per amor di Dio, quel che non è fatto, pur siamo a tempo di farlo: ci andrò adesso. Ma quel delle vesti va via.
PANURGO. Dágli tanti calci su lo stomaco fin che vomiti il sangue.
PELAMATTI. Non son tuo schiavo.
MORFEO. Perdonagli, padrone, ché maestro Rampino m'ha detto che è un grossolano: non vedete che visaccio da bufalo? quella ciera parla e grida che è la magior bestia del mondo.
PANURGO. Giá mi era venuta la stizza al naso.
MORFEO. Daglile in nome… che non voglio dire, che non so come abbi avuto tanta pazienza. Egli prima gioca de mani che de lingua. Padrone, è forastiero, non è uso a trattar con gentiluomini, tratta al modo del suo paese.
PANURGO. Andiamo a maestro Rampino; e s'egli in mia presenza non gli rompe la testa la spezzerò a tutti due.
MORFEO. Non andate, di grazia, padrone, ché costui le vuol dare a me.
Dagliele.
PELAMATTI. E ti par che gli le dia?
MORFEO. Ancor dici: mi pare?
PELAMATTI. Salvi e contenti…
MORFEO….da' mille cancheri che ti divorino o t'avessero divorato duo anni sono!
PELAMATTI. Ecco te le dono. Ma fate che non venghi in bottega.
MORFEO. Camina, sgombra, fuggi, ché la tua presenza gli accresce rabbia.
PELAMATTI. Se ho fatto errore, non mi manca la testa rotta. Orsú, ti lascio,…
MORFEO. Che cosa?
PELAMATTI…. perché mi vo' partire.
MORFEO. Mi pensavo che mi volessi lasciar qualche cosa: lascio io te.
PELAMATTI. Non ho che lasciarvi se non miserie e povertá.
PANURGO. Non le voglio, portale teco.
PELAMATTI. Voleva dir: ti lascio con bona ventura che ti aiuti.
MORFEO. N'hai tu piú bisogno di noi: che il maestro non ti rompa la testa, come s'accorgerá che sei stato burlato. Che ti par, so ben fingere?
PANURGO. Tanto bene che l'aresti dato ad intendere ad altra persona che non è lui. Oh, come ci ha giovato costui! Giá si può tener disfatto il matrimonio.
MORFEO. Andiamo a magnare, che le vivande si guastano, e di qua ne sento la puzza.
PANURGO. Andiamo a travestirci, ch'Essandro ne deve aspettare.