SCENA VII.

GERASTO, SANTINA, NEPITA.

GERASTO. (Questa mattina al far dell'alba ho fatto un sogno giocondissimo. Parevami che fussi divenuto un gatto rosso che avemo in casa, e stava innamorato d'una gatticella detta Bellina; e questa era guardata da una cagna rabbiosa. Parevami la cagna si partisse; la gattolina veniva a me, e mentre la facea miagolar come fussi mezzo gennaio, pareva che divenisse maschio come io. Ecco la cagna, la gatta fugge: cosí mi sveglio. Son stato strologando gran pezza che può significare, e l'interpreto cosí. Il gatto rosso son io, ch'ardo per Bellina, cioè Fioretta, guardata da una cagna rabbiosa—questa è mia moglie, piú rabbiosa d'ogni cagna;—quando si partirá di casa, la goderò. Quel divenir maschio non posso pensar altro se non che la impregnarò d'un figlio maschio. Or me ne vo in casa, ché questa mattina mia moglie disse volersi partire; e il mio sogno ará effetto).

SANTINA. Fate che quel gatto rosso si castri, e se non potete, strangolatelo e buttatelo in un cesso, come merita; che non vo' che vada su per i coppi de' vicini.

GERASTO. (Oimè, che tristo augurio è questo? non lo potea sentir da peggior bocca!).

SANTINA. Nepita, Nepita!

NEPITA. Signora.

SANTINA. Vien qui. (Io non mi parto di casa mai ch'io non lasci Fioretta serrata in camera con mia figlia col chiavistello, accioché, venendo mio marito in casa e non vi essendo io, non mi facesse qualche burla).

NEPITA. (La gelosia ha posto cento diavoli adosso a questa vecchia: mi chiama la notte e il giorno mille volte per saper Fioretta dove sia).

SANTINA. Come hai tardato tanto?

NEPITA. Avea il pistone in mano, l'ho forbito e riposto.

SANTINA. Dove è Fioretta?

NEPITA. In camera con Cleria.

SANTINA. (O sia benedetto Iddio! come sta volentier con mia figlia, non se le distacca da lato mai; però l'amo piú del dovere). E che fa?

NEPITA. Lavorano insieme.

SANTINA. Lavora volentieri?

NEPITA. È tanto gonfia di voglia e sta tanto col pensiero dritto a quel lavoro, che par non vorrebbe mai far altro; né si riposa se non va tutta in sudore.

SANTINA. Da vero?

NEPITA. Adesso l'ha posto l'aco in mano, e fanno quel lavore del punto brisato: piglia un filo e duo ne lassa de fuori.

SANTINA. Digli ch'io trovi finito lo staglio quando ritorno.

NEPITA. Non bisogna dircelo, ché giocano a chi piú fa. Ma Fioretta lavora tanto gagliardo che Cleria gli cede e si dá per vinta.

SANTINA. Dille che si serrino dentro e ponghino il chiavistello.

NEPITA. Ce l'han posto.

SANTINA. Non ci l'ho inteso entrare.

NEPITA. Ci è dentro, vi dico.

SANTINA. Or esco con animo quieto. Tu sali su. Ben si dice che amor fa diventar gli uomini pazzi; poiché Gerasto mio marito, da che è intrato in questo farnetico d'amore, è uscito di gangheri, che non so come i fanciulli non gli tirino i sassi dietro.

GERASTO. (O che amorevol moglie, come ben cuopre i difetti del suo marito! Che deve dir di me, quando ha chi le ne domanda, che or non sapendo a chi dirlo, lo va dicendo per le strade?).

SANTINA….Va attillato su la vita, profumato. Giunto a casa toglie lo leuto, canta, suona, sospira. La notte non dorme mai; e io per gelosia che non vada a Fioretta, sto sempre desta: mi dá la veglia. Non attende piú alla cura degli ammalati; ha due figlie in casa che gli paiono sorelle, e non prende cura di casarle; e se per altrui diligenza ne abbiamo maritata una, e aspetta lo sposo che d'ora in ora viene a casa, ne prende quella cura come se non venisse nella sua….

GERASTO. (Beato me, se nella mia morte avesse un oratore come costei, che onorasse i miei funerali!).

SANTINA…. Ben fu infelice quel giorno che lo tolsi!…

GERASTO. (Ben la tolsi io in mal punto per me!)

SANTINA…. Che mi avessi rotto una gamba piú tosto,…

GERASTO. (Mi avessi rotto il collo io!).

SANTINA…. Sventurata me!…

GERASTO. (Anzi me!).

SANTINA…. che non si trova piú sciagurato uomo!

GERASTO. (Che non si trova la piú fastidiosa e bizarra diavola di te! E il peggio è che bisogna farle carezze contro mia voglia, per non farla suspetta del fatto. Orsú, bisogna far buon animo, come si avesse a tòrre una medicina). Ben trovata la mia moglie carissima, non posso tenermi che non ti baci un par di volte per amorevolezza!

SANTINA. «Chi ti fa quello che far non suole, o t'ha ingannato o ingannar ti vuole».

GERASTO. Non si può star sempre ad un modo, moglie mia cara.

SANTINA. Oh come odori di muschio, mi pari una profumeria.

GERASTO. Passando per la bottega di maestro Cesare profumiero, mi spruzzò un poco d'acqua nanfa sul volto.

SANTINA. Non so chi mi tiene la lingua.

GERASTO. Lasciamo il ragionar di questo adesso. Maritata che sará nostra figlia con questo romano, ci vogliam menare una vita la piú felice del mondo.

SANTINA. Come será questa vita felice?

GERASTO. Maritaremo subito Fioretta e la caveremo di casa, che non è buona per servire: è troppo delicata, pare una gentildonna; ne troveremo una piú rustica, che possa spezzar legna, carriarle, far la bucata, star in cocina e sovra tutto, bisognando, toccar delle bastonate.

SANTINA. Fioretta l'ho maritata giá.

GERASTO. L'ho maritata io con un mio amico con men di dugento ducati di dote.

SANTINA. Io con men di cento.

GERASTO. Io con men di cinquanta.

SANTINA. Io con men….

GERASTO. Lasciami finir di parlar, se vuoi. Colui se la torrá nuda.

SANTINA. Questo mio gli fará la sovradote.

GERASTO. Il mio gli dará cento ducati di piú.

SANTINA. Il mio, dugento.

GERASTO. Il mio….

SANTINA. Anzi il mio….

GERASTO. Tu non sai che voglio dire, e passi innanzi.

SANTINA. E tu dici prima che altri risponda.

GERASTO. Hai detto?

SANTINA. Sí bene.

GERASTO. Invano hai detto, perché l'ho maritata io prima che tu.

SANTINA. Io l'ho maritata e dato la mia fede, né posso contravenire al giuramento.

GERASTO. A te non sta maritarla, ma al padron della casa.

SANTINA. Impácciati tu di maschi, che a me tocca la cura delle femine.

GERASTO. Tu non ti intendi di matrimoni, a pena sai filare; attendi a filare.

SANTINA. E tu attendi a medicare. Ma qualche cosa ci è di sotto: non stimi ch'io abbi prima pensato a quello che tu pensi? Se tu mi tenti…

GERASTO. Che cosa?

SANTINA. Vuoi che dica?

GERASTO. Di' tosto.

SANTINA. Quella…

GERASTO. Chi quella?

SANTINA…. che tu sai…

GERASTO. Che so io?

SANTINA. Tu non sai chi dico io, eh?

GERASTO. Ben fu grande la mia sventura aver te per moglie! che seccaggine, che febre, che inferno è questo? Che sia maladetto colui…, non lo voglio dire.

SANTINA. Che si fiacchi il collo chi fu il primo a farne parola!

GERASTO. Che fussi piú tosto morto che incorso in simil sciagura!

SANTINA. Non è stata né sará mai la piú infelice femina di me per esser maritata a tal uomo! Mira a chi ho data cosí bella dote e cosí grande intrata…

GERASTO. Tanto grande che la metá mi soverchieria; me ci affogo dentro.

SANTINA…. e bella e profumata,…

GERASTO. Puzzulente piú d'una carogna.

SANTINA…. senza quello che vi vien dietro, ché me l'hai guasto e consumato.

GERASTO. Menti per la gola! parla piú chiaro, bestia!

SANTINA. Non m'hai guasto e consumato tutto il correrio che hai avuto dietro la dote?

GERASTO. Quattro stracci fradici.

SANTINA. Non sono io nobile? non sei tu un povero medicaccio?

GERASTO. Se non fusse stato per me, i tuoi parenti sarebbono morti mille volte di fame.

SANTINA. Or vo' cominciare a farti conoscere chi son io.

GERASTO. O misero me, quando questi sassi si rompono di stracchezza, ella adesso vuol cominciare! quando finirá, se adesso comincia? in ogni modo, tu hai da star di sopra.

SANTINA. Forse non son io la peggior femina trattata del mondo?

GERASTO. Ti batto, forse?

SANTINA. Guai a te, se avessi tanto ardire!

GERASTO. Di che dunque ti lamenti?

SANTINA. Mi fai star tutta la notte in un canton del letto, sola; e se per disgrazia ti tocco le gambe, subito:—Fatti in lá, che mi rompi il sonno, mi fai caldo.—Io non sono storpiata né mi puzza il fiato.

GERASTO. Tanti figli che abbiam fatto, dimostrano se ti abbi trattato male.

SANTINA. Questo fu cosí nel principio.

GERASTO. Or son vecchio, la complession non mi aiuta: vuoi che mi muoia?

SANTINA. Ci è altro sotto: lasci il tuo terreno incolto per cacciar il vomero nell'altrui terreni; ma s'io me ne accorgo, farò le mie vendette.

GERASTO. Su su, finiamola, ché saresti per durarla tutto oggi. Dove ti eri avviata?

SANTINA. Io non ho da uscire, vo' tornarmene a casa.

GERASTO. Entriam, su presto.