I MADRIGALI ALESSANDRINI.

Avec les femmes il faut toujours voir plus bas Quand elles disent: «J'ai mal à la tête.» comprenez: «J'ai mal au cœur» et quand elles disent: «J'ai mal à l'èstomac» traduisez....

Louis Dumur.

Quoi de plus plaisant que de brûler la maison de sa maitresse pour avoir un prètexte à la conduire chez soi: de la ruiner pour avoir le plaisir de lui faire du bien? Cela tient à la fois de la gâite françoise et de la chevalerie espagnole: c'est delicieux!

Mon oncle Thomas.

Ma vi direi, però, che mentre ho conosciuto nel mondo certe virtù mi si riaccende in cuore una tenerezza viva per la canaglia; per coloro che chiamate canaglia; per questa mia canaglia; poi che noi due adoperiamo la parola istessa a significare due diverse cose. Questa mia canaglia adunque, e canaglia feminile, gode alquanto della mia stima; da che la sincerità la fa veder tale in modo che salva buona parte di vizio o che rende il vizio più accettabile perchè non mascherato. E codeste buone ragazze vestite di cencio o di seta non mancano d'onore alla loro maniera; che, se l'una è menzognera come un vostro servo, non è falsa e si dà all'incirca per quella che è, e la si paga per quel che vale; se l'altra non crede nè a Dio nè al Diavolo non scambierà l'uno per l'altro; se l'altra ancora è ghiotta come un luccio o pruriginosa e lasciva come una gatta, vogliate osservare com'essa ami i maschii l'uno dopo l'altro e che il suo cuore non canti due motivi insieme; e se infine quest'ultima stamane ha fatto sparir l'orologio dell'avventore, posto sul comodino durante il mercato e la faccenda, non è mai andata a rubacchiare sulla felicità altrui e non ha mai scroccato sull'amore destinato ad altri.

all'Ultimo Sermone della Lotta per Amare

L'Autore.

I.

Leziosa pastorella incipriata

ch'ama Watteau effigiare alle portiere,

sta la Signora mia nel mio pensiere,

Sorride ella benigna e la dorata

esca dispensa dalle lusinghiere

mani ed invita, col gesto, l'alata

famiglia al cibo: or, candide e leggere,

accorron le colombe alla chiamata.

Tale, alle vostre grazie compiacenti,

colombe dello Ingegno, i Madrigali

volano arditi e ghiotti e, in torneamenti,

flabelli alti sul capo vi fan d'ali;

e Voi così l'udite audaci e intenti

a cantarvi l'omaggi trionfali.


II.

Idolo strano, sotto un padiglione

d'argento d'ametiste e di sciamito,

svolge la Donna mia l'incantagione:

stringe la destra il giglio erto ed ardito,

patera di profumi, ed un leone

s'accovaccia a' suoi piè, mentre un fiorito

ramo di cedro un colombo depone

al suo capo di gloria redimito.

Fumano innanzi a lei sette incensieri,

mentre dicon le sue lodi i Grandarvi.

Ella posa jeratica, i severi

occhi rivolti al cielo. Oh, dal felice

regno del Sogno valga a richiamarvi

la mia voce, divina incantatrice!


III.

I miei Desiri, cupidi sparvieri,

vagavano pel cielo aperte l'ale

e latrando i Peccati, agili e neri

veltri, pel prato fiorito e fatale

tendevano alla magione dei Piaceri.

Ora il volo fermâr all'ospitale

albergo vostro, audaci e guerrieri,

l'uccelli, e i cani van per l'ampie sale.

E poi ch'al vespro usciti a' bei giardini,

salutano li alati all'apparire

della Signora e umilemente fieri,

ecco i cani v'onoran colli inchini.

Voi porgete la man bianca a lambire,

mentre il riso ringrazia alli sparvieri.


IV.

Tenea sotto un broccato a padiglione,

la Donna mia, ritta sul basalto,

la fatal Coppa della incantagione.

Fioriva roseo il loto in sul cobalto

dei rabeschi e caudato erto un dragone

d'oro con stretti nodi ambiva all'alto,

mentre in vago lavor, dentro a un castone

d'argento, ridean l'uve dallo smalto.

Ma poi che un di Madonna capricciosa

espose fuor dalla secreta stanza,

a diletto, la patera preziosa,

e ognun le labra attinse a' suoi liquori,

ogni mago prestigio, ogni possanza

lasciâr la Coppa muta di splendori.


V.

Mitico serpe candido e rosato

cui splendon l'occhi arditi e ingannatori,

muove le spire lascive sul prato,

poi che dall'arbor l'augei cantori,

al muover dell'incanto, in quel fatato

cerchio ch'esprimon l'iridi, sui fiori

scendon ribelli e vinti ad un più grato

gioco tra l'erbe e a più soavi amori.

Ma poi che sono intenti al folleggiare,

sotto la guida della sua malia,

(così svolgon le vostre triste e care

pupille l'esiziale ipocrisia),

non accorgon le fauci aperte e avare,

nè cessano, morendo, l'armonia.


VI.

Stava nel Tempio, dove io solo adoro,

(ahimè, credeva e credo ancor, meschino!)

lo stipo sacro, mirabil lavoro

d'un orafo poeta bisantino,

d'ebano tutto ed a gran fregi d'oro,

e fiori di topazzo e di rubino.

Io vi credea racchiuso il mio tesoro

oltre ai serrami astrusi e adamantini.

Ma poi che un dì mi fu nuova vaghezza

di scoprir la recondita ed arcana

sostanza in lui celata, (la bellezza

vostra così m'inganna a perscrutarla),

«In verità,» io dissi, «questa è vana

fattura e stolto più l'amarla.»


VII.

Penelope moderna, dalle spole

vivaci d'oro e di porpore e miti

di dolci tinte, gelsomini e viole

intessete al bel drappo tra i sciamiti

bizantini: vi stanno, alle mandole

intente, intorno l'ancelle coi diti

presti alle corde e suonan barcarole

per rallegrarvi. Ahimè! Lungi dai liti

patrii vaga il marito, le feroci

Sirti sfidando, o Circe, con secrete

arti, il rattien dal vedovato letto?

Per le sale vi giungono dei Proci

le contese e pur voi sempre intessete:

nè disfate: e la tela è un fazzoletto.


VIII.

Il tappeto su cui, Bella, danzate

(la guzla accorda un languido e moresco

ritmo) figura un cuor, e il calpestate.

Due serpi intorno un lucido arabesco

gli fanno e nelle fibre dilaniate

riscintilla un pugnale. Il zingaresco

ordine della danza continuate,

poi che il portico sta secreto e fresco

là dove voi giuocate; il tamburelllo

maliziosa battete, i piè sereni

sangue attingono e bagnano il guarnello

di rossi fior' così sul bianco lino

crescono a mille e pur v'ornano i seni,

l'occhio ridendo ancor, calmo e divino.


IX.

Coi lucidi guinzagli il buon Valletto

frenava colla destra i levrieri:

ma come per la piana uscir snelletto

videro il biondo cervo a' suoi sentieri,

rompono i cani il dorato colletto

latrando a caccia, e, in corsa, agili e fieri

perseguon l'animal: nè al Giovanetto

valgono voci a richiamar li alteri.

Così frena Ragione e raccomanda

ai sensi, poi che forte li tenzona,

ma se li affoca per sorte il Desio,

grida Ella invano per la verde landa

di vermiglio fiorita e già si dona,

ebra, la mente al suo Piacere Iddio.


X.

Ma poi ch'io diverrò canuto e affranto,

nè il maligno sorriso ad aleggiare

mi verrà sulle labra, nè d'accanto

ritroverò sorrisi e voci care

alla memoria e al cuore, l'occhio stanco,

sul libro miniato, a queste amare

cortesie tornerà, forse col pianto

d'aver distrutto un Fiore ed un Altare.

O Giovinezza, o Scienza, o voli audaci

di Fantasie ed impeti pel forte

battagliar nelle Imprese, o dolci baci

cui l'indagine ammuta! E allor, (s'avanza

vigore e tempo alla vicina Morte),

tenterò flebilmente la Romanza.


A
ROMOLO QUAGLINO.