NOTA INTORNO AI MALESPINI.
Abbiamo per gli anni primi dell’Istoria nostra citato il nome del Malespini come si faceva primachè intorno all’autorità di questo nome nascessero dubbi. Furono questi messi in luce da due ingegnosi e dotti tedeschi il signor Arnold Busson e il signor Paolo Scheffer. Daremo intorno a queste due pubblicazioni sommariamente quel giudizio che noi possiamo; imperocchè in quanto alla seconda è a noi vietato di aspettare il libro che il signor Scheffer promette in ampliazione de’ suoi argomenti. Che in quanto ai tempi e al punto di divisione tra i due Malespini corressero errori, già era dimostrato; che in più luoghi la narrazione facesse nascere forti dubbi, che insomma il Libro non presentasse quella evidenza e lucidità di redazione che, per esempio, è nel Villani e che si trova nei libri dei quali sia certo ed uno l’autore; questo i due critici sullodati hanno oramai reso evidente. Già nel cinquecento Vincenzio Borghini e Leonardo Salviati lo avevano presentito: ma oso io dire che si poteva congetturare quasi a priori da chi abbia pratica del come fossero messe insieme coteste cronache di famiglie: queste ingrossavano successivamente da una in altra generazione, sovente i continuatori rifacevano le cose scritte dal primo autore; e a tutto ciò quindi si aggiungevano le alterazioni dei copisti. Questo accadeva più specialmente nelle storie che pretendevano a universalità: quelle messe insieme comunque fosse dai Malespini, è certo che ebbero varie fonti, ciascuna di molto insufficiente autorità. Così che sia obbligo al savio critico di pigliare a discrezione quel che si trova scritto col nome dei Malespini, è più che certo; che i due critici tedeschi molte cose allegassero nelle quali sono evidenti cotesti vizi, cotesto è titolo che hanno essi acquistato alla benemerenza nostra, ed a noi piace renderne ad essi le debite grazie.
L’ingegno acuto del signor Scheffer è andato più in là: pare a lui essere cosa certa che tutto il libro dei pretesi Malespini da cima a fondo non sia che un plagio e una falsificazione dei libri del Villani. Già il signor Busson dietro alle critiche da lui fatte credè che potesse un tale dubbio cadere in mente; ma egli lo esclude quanto a sè e allega i suoi motivi per la esclusione. Questi non fermarono il signor Scheffer, che nel modo più assoluto afferma il plagio; e nello scritto da lui pubblicato, presenta sottili confronti di autori ed altre che sono a lui riprove di un tale assunto. Noi francamente dobbiamo pur dire che tanto in là non è giunta la persuasione nostra, almeno fin qui; e che le prove intese a ispirarla, non ci sembrarono sufficienti. La critica, fatta regina del mondo, cerca sempre di estendere i suoi confini, che è brama da re; se non che a volte sdegnando battere la via regia, dà nel sottile e nell’angusto, ponendo fede nella dialettica d’un ragionamento quanta ne ha il fisico nella sicurezza d’una esperienza. Ma in questo caso pure ne sembra che prima di giungere a una intera dimostrazione avranno che fare assai gli eruditi, e il sì e il no combattersi lungamente. Noi domandiamo quale poteva essere il motivo di fabbricare tutta un’istoria pigliando quel tanto che al fabbricatore più garbasse da una storia più vasta e già nota. Domandiamo perchè fermarsi a un certo termine, perchè trascrivere certe cose e non certe altre, perchè dirne tante inutili al fine di una fabbricazione interessata? Che intorno a un fatto che avesse chiamato a molta attenzione si fabbrichi un poco di romanzetto, come lo fabbricava un Pace da Certaldo, o altri per lui su quell’assedio di Semifonte che già destò molto rumore in Firenze, questo s’intende: era tema circoscritto e in fondo al romanzo poteva anch’essere qualche fatto vero. Ma di nuovo affermo (in quanto almeno al mio giudizio) che al fabbricare tutto di pianta quella storia non trovo il motivo; era più agevole dentro a una Istoria già messa insieme aggiungere un brano di cui potesse rallegrarsi la superbia, per esempio, dei Buonaguisi. Oltre ciò credo che non che inutile fosse anche impossibile, quando una volta le Istorie del Villani già erano note. Credo che il plagiario di un libro composto solennemente ed ordinato come è quello del Villani, avrebbe fatta cosa egli stesso più ragionevole e più ordinata; non sarebbe stato tanto rozzo nè tanto barbaro e ignorante in tempi nei quali già in Firenze perdeva credito la leggenda. Insomma, io tengo che dai Malespini al Villani sia la salita bene appariscente agli occhi d’ognuno; dal Villani ai Malespini non veggo una scesa che sia praticabile.
Abbiamo scritto in un luogo, che l’Istoria del Malespini pare a noi essere d’importanza, in quanto che in essa troviamo il linguaggio d’un uomo che avea di presenza vissuto in tempi nei quali tuttora i Nobili erano dominanti, ch’avea parlato il loro linguaggio e che l’esprimeva. Cotesto linguaggio non era più vivo, ed anzi il contrario mi pare che fosse proprio nel sangue di Giovanni, il quale teneva il suo spennacchio dalla mercatura e adolescente si era goduto le allegre feste di Campaldino. Aggiungo per ultimo, la lingua pure vale qualcosa, ed il signor Scheffer lo afferma con pari saviezza e modestia. Parve a tutti gl’Italiani e parrà sempre come cosa a tutti evidente, che il dettato del Malespini sia di un altro tempo antico al confronto di quello del Villani; è in questo maggiore la cultura e l’arte nei luoghi che trasse dal primo. Tutte le cose fin qui dette, ripeto che vane riescirebbero nel cospetto di una dimostrazione, la quale avesse fondamento sufficiente di fatti sicuri; saremmo allora noi primi ad accogliere la nuova certezza.
Che il preteso Malespini scrivendo avesse dinanzi il Villani, si cercò provare mettendo a confronto alcuni luoghi dell’uno e dell’altro, e intorno a questi molto sottilmente argomentando. In via d’esempio, avendo per fermo che di quei luoghi, molti dovessero testualmente derivare dalla Cronaca di Martino Polono, si mostrò essere nella redazione a lui più vicino il testo del Villani di quello del Malespini, e questi dovere nella giacitura del discorso avere seguíto il Villani prima di giungere al Polono: qui sarebbe lungo tutti ripetere gli argomenti pei quali sembra al dotto critico il contrario essere impossibile. A noi dal riandare come abbiamo fatto col pensiero alcuni almeno di quei raffronti, non uscì fuori tanto assoluta persuasione: potè il Villani a nostro giudizio avere corretto quei luoghi o aggiunto ad essi o tolto qualcosa, potè inserirvi in mezzo qualcosa di sua fattura e di altra origine; certi segreti della composizione pare a noi che sia difficile afferrare così da cavarne sicura una prova tutta da sè sola: inoltre, del testo del Villani non abbiamo fin qui una edizione di sufficiente autorità. Ma fuori ancora di tutto questo, è da pensare che il Polono scrisse in Italia ed anzi in Roma, compilando le notizie tratte da fonti diverse: perchè non potevano i due Toscani molte cose almeno avere attinte a quelle scritture medesime e da esse trascriverle ognuno a suo modo? Ci dà egli il novero degli Autori da lui seguíti, ma più altre cose dovette avere udite in Italia. Trovo, per esempio, l’industria medesima essere adoprata dal signor Scheffer sulle parole colle quali i tre scrittori narrano il fatto già troppo celebre di Canossa, che molti dovevano avere saputo in Roma e in Firenze prima che uscisse la Cronaca Martiniana.
Ciò in quanto all’essere il Malespini figliuolo del Villani, non questo di quello. Ma si badi bene che io mi tengo lontano da tanto cieca fede al testo Malespini, da credere all’ordine cronologico di quei racconti, da supporre antica nel modo che a prima vista apparirebbe l’autorità personale di quello scrittore, da fare un gran conto delle belle cose che avrebbe imparate in Casa i Capocci, da credere al nome incerto assai di Ricordano, da non vedere che l’essere questo nome registrato in prima persona, che diventa nella continuazione del discorso poi subito terza, toglie ogni fede a quel pasticcio messo insieme male, talvolta per ignoranza o negligenza, ed anche talvolta per frode, in qualunque tempo ciò fosse avvenuto. Mostrò il signor Scheffer con evidenza le interpolazioni le quali in più luoghi rivengono a fine di ornare di splendida aureola il nome dei Buonaguisi che furono parenti ai Malespini. Cotesto e forse qualche altra minuta bricconeria di quella risma, bene è possibile che avvenisse quando il Villani aveva scritto, e forse in quella copia medesima che fu testo alla prima edizione del Malespini fatta dai Giunti in Firenze l’anno 1568. In queste cose io volentieri sieguo i due benemeriti Scrittori che aprirono un campo nuovo alla critica intorno al testo di quelle Istorie.
Ma sia qui lecito a noi dire qualcosa di quello che ci apparve tenendo a confronto i due Scrittori. Non i soli Buonaguisi troviamo a quel modo bugiardamente favoriti; ma le principali famiglie nobili fiorentine sono in più modi magnificate, e sopra tutto la famiglia degli Uberti fatta segno a una adulazione appetto alla quale il fare discendere i Giulii da Venere pare che fosse meno assurda cosa. Venendo dunque al testo che va col nome dei Malespini, e per brevità lasciando stare Nino e Atalante e il re Fiorino e la regina Belisea di dubbio contegno ai tempi di Catilina; troviamo che avesse questi un figlio per nome Uberto Cesare, il quale dopo espugnata Fiesole, andato a Roma fosse per gelosia di Giulio Cesare mandato a Firenze, dove egli ornava la città de’ suoi più belli edifizi. Ma poi destava qui pure invidia al nuovo imperatore Ottaviano Augusto che lo mandò a riconquistare l’Allemagna, dov’egli fu stipite alla famiglia degli Ottoni di Sassonia; seco ebbe nel viaggio figli e mariti delle figlie, dai quali uscirono le famiglie più nobili di Firenze: in quanto ai Lamberti discendono essi da Sarpedonte re in Dardania. Nè qui voglio io continuare tutte le favole che si protraggono in quel testo per molti capitoli e che non furono certo inventate a benefizio dei soli Galigai o dei Bonaguisi, i quali hanno qui luogo anch’essi ma non dei primi. In cima a tutti stanno gli Uberti, che stavano in cima quando facevano guerra contro alla Signoria dei Consoli; nè oso credere che tanto fossero adulati quando vivevano esuli e avevano dimenticata la via del ritorno. Anzi oserei congetturare quelle ciancie essere di più antico tempo come tra ’l 1177 e il 1215, imperocchè nella divisione delle famiglie che avvenne in quest’anno tra Ghibelline e Guelfe, trovo «che parte de’ Malespini si feciono Guelfi, ovvero tutti, per gli oltraggi degli Uberti loro vicini:» ma Guelfi non rimasero fino all’ultimo come si vedrà orora.
Con gli Uberti andavano le famiglie che Dante annovera e che il Malespini avrebbe adornato rozzamente di altre grandezze. Costui, chiunque si fosse, ripete e accresce secondo ogni verosimiglianza di nuove menzogne o di nuove fantasie quelle che già erano in corso in certe scritture nella città di Firenze, o quelle che aveva trovate in Roma in casa i Capocci. Ai suoi Malespini si sarebbe contentato di un luogo onesto, ma non tra’ primi, più ambizioso nel magnificare i Buonaguisi. Il nome dunque di Malespini dato agli autori di questo racconto sarebbe dubbio; su di che non voglio formare giudizio, perchè sebbene avvezzo a quei nomi e non corrivo a cancellarli se gli trovo scritti, non sento per essi nè amore nè odio: solamente aggiungo, che se altri fosse che un Malespini, manca la cagione di porre in alto la casa dei Buonaguisi. Quello che a me pare mostrarsi aperto agli occhi di tutti è che lo scrittore dovette amare quei tempi e quelli uomini e quelle grandezze come le amava Dante: registra i castelli da quelle famiglie posseduti e scrive con amarezza concentrata: oggi tutti per terra, e poco sotto ogni cosa guasta.
Giovanni Villani ha le sue favole, ma dentro ad esse frammista più storia e un senso di critica a nostro credere più avanzata. Invece di Attila, qui è Totila, che è sempre un passo verso il vero. Qui pure si trovano i nomi delle famiglie, e in quanto a queste molte somiglianze, varietà assai, composizione affatto diversa; gli Uberti e i Lamberti senz’altro fatti scendere d’Allemagna, com’era in Firenze comune discorso. La decadenza delle famiglie sta espressa qui pure, ma non con lamento nè con dispetto, e invece notando come fossero oggi di popolo. Che i Malespini si ascrivessero in alcun tempo mai tra’ popolani a me non consta: invece trovo essere stati tra coloro i quali vennero con Arrigo VII contro Firenze negli anni 1310 e nel seguente, homines occidendo et capiendo et redimi faciendo, et honestas mulieres violando, et domos comburendo. (Delizie degli Eruditi, tomo XI, pag. 75 e 82.) Cotesta gente a me non pare che si sarebbero dilettati di farsi copisti delle Istorie del Villani. Chiunque si fossero, bene essi piangono in quella Storia i loro castelli abbattuti e le grandezze tutte per terra; il Villani si rallegra scorgendo Firenze allora essere nel suo montare. Qui a mio credere sta la differenza sostanziale tra quei due Scrittori.
Conclusione. Che del Malespini non sia da usare senza discrezione, che vi sia dell’intercalato, che di queste intercalazioni ve ne fossero probabilmente delle molto antiche ed anche poi delle più recenti e forse alcune delle posteriori alle Storie dei tre Villani; che quale si sia la più antica e più originaria e più genuina redazione, derivasse da fonti diverse e male congiunte: tutto ciò io tengo essenzialmente vero. Che tutta l’istoria da cima a fondo sia un plagio del Villani, per alcun modo non posso credere: che il nome di Malespini sia da togliere via, non trovo motivo bastante. L’intero carattere il quale annunzia un tempo più antico, lo spirito feudale che nei Malespini domina sempre come nei Villani lo spirito popolare, la lingua più irta e il fare più incolto: tutti questi motivi mi rendono impossibile a pensare che un plagiario tornasse indietro a questo modo; e sempre aggiungo insino all’ultimo, a qual fine?
NOTA INTORNO AL METODO DELLA CRITICA A PROPOSITO DELLA STORIA DI DINO COMPAGNI.[345]
Erano in torchio gli ultimi fogli del nostro Libro quando a noi giunse un nuovo scritto dove il chiarissimo signor Scheffer, dopo avere combattuto l’autorità dei due Malespini, si è volto a mostrare col metodo stesso falsa anche la Storia di Dino Compagni. Noi non conosciamo questo lavoro altrimenti che per l’estratto che ne ha dato con molta chiarezza il signor Cesare Paoli nell’Archivio Storico (serie 3ª, tomo XX): quindi non possiamo entrare in materia, nè per alcun modo pigliare in esame gli argomenti del dotto Tedesco. Vogliamo noi dunque solamente discorrere un poco intorno al metodo da lui tenuto, e di cui suole fare la critica uso frequente al tempo nostro. Consiste questo metodo nel seguitare l’autore a cui mirano gli studi del critico, da cima a fondo continuatamente se fosse possibile, e coglierlo in fallo d’errori o bugie e d’ignoranze o di contradizioni, sempre a minuto. Dalla somma di questi peccati ha fondamento la condanna: e in via d’esempio, a Dino istorico si dice sul viso, voi non siete esistito mai. Siffatto abito ha preso la critica, e in questo a noi pare che sia un qualche vizio. Cotesti falli dello scrittore, dovette il critico adoprare non poco studio a trarli fuori: le migliaia dei lettori gli avranno passati senza avvertirli: ed anche scoperti, nessuno gli avrebbe fatti argomento di condanna contro a tutto il libro, massimamente se scritto in secolo tuttora un po’ rozzo, da uomini i quali non si avevano pensato salire al grado e alla dignità d’autori, nè farsi a tanti materia di studio. La grande massa fa ponderosi cotesti argomenti, ma di ciascuno la gravità specifica è sempre la stessa. Intanto però sfido a trovare un racconto storico nel quale non siano di queste dubbiezze; vorrei mi fossero indicati due testimoni e narratori del fatto medesimo, i quali sieno di tutto punto tra loro d’accordo. Accade ogni giorno che un fatto avvenuto sugli occhi di mille ci pervenga oscurato dal contradirsi di quelli stessi che lo hanno veduto, perchè le rapide impressioni che il fatto ha destate entrando confuse, il prima e il dopo non bene si avverte o mal si ricorda: chi si è trovato in mezzo alle pubbliche perturbazioni, sa che egli medesimo non potrebbe essere sempre narratore sicuro, nemmeno di quelle cose nelle quali ebbe una qualche parte. La storia discende da queste fonti, e non saprebbe essere altro che un inganno, chi la guardasse in ciascun fatto separatamente, volta per volta e ora per ora. Nè tutta intera può mai sapersi; e a bene intenderla è mestieri formarsene in mente un giusto concetto, il quale rischiari le cose incerte e spesso mal note a quelli medesimi che primi furono a narrarle. Così nella storia i piccoli fatti non hanno valore prima che un pensiero comprensivo sia intervenuto ad accertarli e abbia poi dato a ciascuno d’essi il proprio suo luogo. Seguire altro metodo sarebbe traviarla, perchè ogni disciplina ha il proprio suo metodo, e in chi la professa induce un certo abito che ad altri studi mal si converrebbe. In via d’esempio, tostochè il chimico ha veduto il suo microscopio mostrargli un corpo, sa di certo quello essere un corpo, ne determina i contorni, lo vede muoversi; non potrà dire altro per allora, ma il fatto rimane e aspetta altri fatti a cui collegarsi; il chimico ha fatto già una scoperta. Ma imporre a tutte le scienze quel metodo stesso che alle fisiche s’appartiene, sarebbe un volere (come in simil caso già disse Bacone) regnare al modo degli Ottomanni strozzando i fratelli. Vorrei pertanto non si adoprasse in ogni cosa il microscopio, ma si tenesse a mente quella sentenza del Goethe, che il troppo guardare nel microscopio o nel telescopio sciupa la vista degli occhi.
Chiunque abbia letto con attenzione la Storia del Compagni ha sempre dovuto accorgersi come in certi luoghi la narrazione proceda intralciata, l’ordine dei tempi non sia mantenuto, e in quello dei fatti si trovino inciampi, quasichè lo specchio lucidissimo in cui si riflettono sia rotto o guasto o male commesso. Da ciò ad un tratto si venne a dire, l’Istoria è falsa: ma io discorro in tutt’altro modo. Se istoria non è, dunque è un romanzo, cioè buona o cattiva un’opera d’arte. Ma il romanziere o il novellatore non mai commettono di quei peccati, perchè raccontano una storia della quale sono essi inventori, dipingono uomini che dicono e fanno puntualmente ogni cosa a modo loro. Con questi vantaggi, a non procedere ordinati e a discordare con sè stessi bisognerebbe proprio averne gran voglia; e se la figura che essi medesimi hanno messo insieme uscisse storpiata, avrebbero i fischi. Guardiamo invece se agli errori di sopra accennati sieno possibili altre spiegazioni. Vi sono in primo luogo gli errori dei copisti; scusa consueta e buona sovente: vi sono poi quelle speciali o personali incompetenze cui furono esposti i primi scrittori per questo appunto perchè le cose narrate viddero con passione, e più che mai quando ne furono attori. Lo dirò a un tratto: Dino Compagni, buon uomo e un po’ corto nei suoi politici pensamenti, ma caldo fautore del buono e del retto, era impossibile che scrivesse con la pazienza d’un erudito o con l’accuratezza di uno stenografo, che a volte non basta. Compagno allegro dei primi fondatori d’un governo popolare, devoto a chi aveva saziato le ire contro ai nobili, poi male contento dei nuovi uomini e delle plebi salite in iscanno; guelfo, ma per l’amore dell’ordine pronto ad accogliere un Imperatore, da ultimo impaurito di questo stesso Imperatore, a cui gli pareva che si facesse una pazza e inutile guerra; onesto in ciascuno di questi concetti, ma in tutti accorgendosi avere sbagliato; immaginoso e appassionato, e sempre rigido moralista: è un chiedergli troppo, pretendere che egli desse alla storia l’esattezza d’un registro minuto e impassibile. Si noti poi che le difficoltà risguardano o piccoli fatti da non badarvi o circostanze materiali che l’Autore in quella sua concitazione dimenticava: la sua Storia è tutta composta sopra una serie d’impressioni di cui l’evidenza, la vivacità, la forza sono argomenti della sincerità: lo scrittore nel raffigurare sè medesimo dipinge il suo tempo; e in questo appunto consiste il pregio di Dino Compagni, che ha pochi eguali per questo rispetto.
Cotesto uomo scrisse una Storia (se pure egli stesso diede quel titolo al suo lavoro) cioè un racconto delle cose da lui vedute e in parte fatte da un certo tempo a un certo altro tempo; poi finisce in tronco. O nulla di quanto si è fin qui discorso ha ombra di ragione, o quanti siano mancamenti di quel libro (nè sono poi tanti) potranno senza molta difficoltà gravare le spalle di Dino; ed anzi mi pare che sieno cose da non poter essere altro che sue, perchè in lui si spiegano, ma in altri sarebbero falli impossibili a commettere. I primi tempi erano sereni, la libertà giovane e Dino giovane; quando egli inveisce contro i vizi dei concittadini suoi è fiero e mordace, e senza paura. I punti oscuri tutti appartengono a quel periodo agitatissimo di conflitti tra’ Bianchi e i Neri, e soprattutto alla dimora in Firenze di Carlo di Valois. Ora in quei giorni, affermo essere impossibile ad uno scrittore cacciarsi fin dentro alle circostanze più minute, e bene tenere a mente ogni cosa; poi v’entra il velo delle passioni; le quali turbavano la vista dei fatti quando accadevano; poi da ultimo il buon Dino, in quel suo Priorato, può anch’egli avere avuto qualcosa che a lui piacesse più di nascondere che di confessare. Passati quei tempi, l’Istoria corre più tranquilla ma con minor vita, perchè l’Autore più non aveva le mani in pasta, ed era invece tra’ malcontenti e i messi da parte, o aveva paura. Tuttociò riguarda lui medesimo, e così com’egli cessò ad un tratto di scrivere prima che gli finisse la vita, potrebbe, chi vuole, fare congetture non tanto spallate circa le sorti del manoscritto. Il non aversene copia più antica dell’anno 1514, il silenzio intorno a Dino degli antichi scrittori; questi che furono i soli motivi capaci a far nascere qualche dubbio, destarono infine la sottilità dei critici a dare a quei dubbi la forza intera di una negazione. Chi non valuti le prove intrinseche e mi chieda quel che avvenisse del manoscritto in quei dugent’anni, mi stringerò a dire che non ne so nulla. Dino stesso può avere voluto lasciarlo giacere; poi della famiglia, almeno una parte andò raminga: di tutte queste cose ciascuno pensi quello che a lui torna meglio; per me dirò (e, dove osassi, l’affermerei), che quanto ovvii e naturali sono tutti quelli errori in bocca di Dino, tanto è impossibile che l’Istoria intera sia stata inventata in qual si sia tempo dopo a quello cui si riferisce.
Il che è tanto vero, ch’io non trovo in quale altro secolo un libro a quel modo potesse nemmeno venire in capo di fabbricarlo. Innanzi al 1514 la Repubblica era sempre viva, sotto altri nomi continuavano gli stessi contrasti, ma non v’era tempo da pensare ai Bianchi ed ai Neri; chi avesse scritto dei fatti loro, avrebbe mostrato senz’altro il viso o d’un Piagnone o d’un Arrabbiato. Più tardi e, in via d’esempio, sotto ai primi Granduchi, il rivangare quelle cose poteva essere un passatempo di qualche pericolo; nè a chi piangeva la libertà, sarebbe stato conforto l’usare di quelle rampogne. I libri che sotto al Principato si sono fatti, non sono che opera d’antiquari; mettere fuori insino all’ultima tutte le glorie di Firenze, fu negli scrittori pensiero unico. Gli studi intorno alla vita interiore dei Fiorentini ed allo stato della Repubblica non cominciarono se non dopo a che l’istoria vera dell’Italia, inaugurata dal Muratori, ebbe preso vita dalle idee politiche che, nate allora, crebbero sempre, e che solamente al tempo nostro può dirsi che siano alquanto mature; perchè il fare insegna pensare, e i nostri tempi sono un grande specchio capace a mostrare e a fare intendere gli antichi. Prima d’ora la Storia di Dino che non si curava se non per amore di stile o di lingua, era difficile inventarla; ed i Romanzi sopra quei tempi gli abbiamo veduti noi medesimi cominciare.
E un altro riflesso mostra ciò impossibile. Chi scrive a freddo, o chi si mette a dipingere sopra una tela le cose antiche o le non vedute, fa un’opera d’arte. Ma l’arte non deve mai voler essere troppo vera, in primo luogo perchè non potrebbe, e quindi perchè uscendo fuori della natura sua e abbassandosi, diverrebbe una materiale imitazione o piuttosto una copia cui manca la vita, e cui non si prestano se non le cose che stanno ferme. Il vero dell’arte sta nell’idea la quale deve compenetrare di sè la rappresentazione che l’arte produce. Non può quindi l’arte, nè deve, esprimere alcuna figura la quale si scambi con la realtà: questi (se non vado errato) sono i canoni della critica, dei quali il Lessing fu maestro solenne. Se dunque il libro del Compagni fosse un’opera d’arte, potrebbe esser vero, ma vero idealmente: nulla invece d’ideale è in quei racconti che sono una ripetizione del vero, o ne sono anzi una espressione viva e attuale come uscita da un affetto vario, ineguale, intermittente, quali sono gli affetti dell’uomo; ha qualche cosa in sè di crudo, esce fuori a caso. A questo modo le cose umane si raccontano ma non s’inventano; e indovinare tutti interi e tali quali furono gli affetti e i pensieri, la lingua e il linguaggio di più secoli prima, non fu mai concesso a ingegno nessuno. Fare un romanzo e scrivere io Dino, sono due cose che fanno ai cozzi; non è più arte ma una bugia, dentro a cui viene a morire l’arte. Questa ha per campo il verosimile, e si arresta dove le sue ragioni toccano a quelle del vero. Dove il Compagni non sia vero, e come questo gli avvenisse, abbiamo già detto; metteva passione in quel che scriveva, e la passione è negligente sempre d’ogni cosa che non sia lei stessa.
Ma si è poi detto essere falso quel libro suo per l’ignoranza di certe cose che un uomo presente doveva sapere, come sarebbe delle leggi e delle usanze che erano proprie della Repubblica Fiorentina. Quanto a me, di falli di tal sorta confesso e dichiaro non essermi accorto, nonostantechè quel libro mi sia stato assai tra le mani, e che un po’ di pratica di quelle faccende io pure dovessi avere acquistata. Non ch’io però creda saperne ogni cosa, il che fa che nei giudizi mi senta obbligo di andare adagio. Si allegano altri errori di fatto, quello, per esempio, tanto predicato, della Cappella di San Bernardo in Palazzo Vecchio, la quale non era al tempo di Dino. Ma bene potevano i Priori nell’antica residenza averne un’altra sotto quel nome; potè, come avviene in cento cronache, chi raffazzonò i luoghi oscuri o mal posti o mal definiti, avere ai Priori di tempo più antico dato la Cappella la quale avevano al suo tempo, o quella essere una postilla entrata nel testo. Cotesti falli non si avvertono, perchè nulla importano l’economia d’un libro; ma che un libro come quello sia d’un uomo del cinque o seicento, io dico e affermo essere impossibile. Nè uomo vi era che sapesse farlo, nè che a ciò avesse motivo bastante, nè l’istoria s’indovina, nè tanto in fondo si conosceva, nè si cercava quando l’Alfieri del Machiavelli fece un Tacito, nè quando il Giordani (che non badava altro che allo stile) cominciò a dire che il Compagni era il nostro Sallustio; e quanta ragione avessero entrambi non voglio io qui sentenziare. Noterò invece un argomento che per me serve a ribadire tutti gli altri. La storia finisce con una profezia solenne, che è una minaccia ai Fiorentini d’essere presi e rubati dall’Imperatore per mare e per terra. Quella profezia riuscì falsa; nè so a qual fine un romanziere ce l’avrebbe messa: e che egli si divertisse gratuitamente a regalare al suo autore un falso giudizio e subito smentito a vista di tutti, il solo pensarlo conduce all’assurdo. Nella Storia ho detto che Dino cessava perchè egli vide le sue profezie fallite e i tempi messi per una strada che a lui non piaceva: in questa opinione rimango tuttora.