Capitolo II. GOVERNO DELLE ARTI MINORI, CHE INDI PASSA NELLE MAGGIORI. RACQUISTO D’AREZZO. [AN. 1378-1387.]

Ma era impossibile ad uno Stato di troppi ed improvvidi e ciascuno bisognoso, mantenere la fiducia di sè medesimo ch’è principio come di forza, di libertà cui fanno guerra fiera e continua le paure: quanti più sieno i partecipi, tanti più sorgono gli avversari. Accade sovente nelle intestine divisioni, che mentre a una parte di quei che furono vincitori non sembra d’avere mai fatto abbastanza per la oppressione dei contrarii, ad altri il fatto riesca troppo e sieno pronti a rinunziare, per desiderio della pace, alla vittoria conseguita; perchè alla fine tutti abbiamo bisogno di tutti, e questo che spesso diventa lievito di discordia nelle umane società, è pure vincolo che non si disfacciano. Qui era un popolo di artefici, ed i mestieri più penuriosi facevano guerra alle officine che gli adoprano, e al capitale, strumento primo alla produzione del lavoro, ed ai commerci che lo alimentano; così i braccianti, per ottenere a forza mercedi più eque, veniano a perdere il lavoro. Oltre ai mercanti fatti ribelli e a quelli che aveano per arte o paura cessato le industrie e a quelli che dentro contrariavano lo Stato, aveva il popolo degli artefici respinto da sè anche una parte di sè medesimo; e i più forti per audacia, ribelli anch’essi, ora si accostavano a quelli che innanzi avean chiamato tiranni loro e facean causa con gli spossessati. Nei primi tempi della Repubblica le Arti maggiori facilmente dominavano con la potenza e col senno il nuovo popolo che sorgeva, ma tuttavia disciplinato dall’antica suggezione; ora ambe le parti, fatte procaci ed intemperanti ciascuna per sè, non avean modo a ricomporsi. Nel breve governo delle Arti minori vedremo continue da una parte le congiure, dall’altra i sospetti, le esorbitanze, ed il sangue versato a spegnere i sospetti; nei quali conati vedremo la vita di questo popolo consumarsi, imperocchè il popolo quando una volta abbia assaggiato il governarsi tutto da sè, riesce più agevole a lasciarsi governare, quasi egli sia fatto a somiglianza di certe piante le quali come hanno portato il fiore periscono: ma benchè il popolo qui perdesse la vita politica, Firenze fu sempre città popolana sotto ogni forma di reggimento.

Nei primi anni, quando ebbe avuto più fermo assetto questa Repubblica, ci occorse notare come al promuovere la potenza, al fare le imprese e a tutto insomma il governo dello Stato, sembrasse tutta partecipare la comunanza dei cittadini, essendo tra molti divisa l’autorità, nè per il corso di molti anni alcun nome ricordandosi che sopra agli altri si elevasse. Ma col procedere dei tempi troviamo il contrario, e già cominciano pochi nomi a farsi innanzi e a tirare quasi dietro sè tutta la narrazione, ch’è primo indizio al disfacimento, quando anche lento, delle repubbliche. Avea bisogno la moltitudine di capi esperti che la guidassero, e gli ambiziosi di lei facevano strumento abile ai disegni loro. Conducevano lo Stato coloro medesimi ch’aveano condotta e preparata la mutazione; Giorgio Scali che fra tutti ebbe più audaci pensieri, Tommaso Strozzi della famiglia stessa ond’era Carlo che fu tra’ sommi sul magistrato di Parte guelfa, Benedetto degli Alberti che fra tutti era il più veramente popolare; e accanto ad essi alcuni altri sorti di plebe, e posti in alto dai moti recenti, per indi sparire senza ricordo nelle istorie. Salvestro de’ Medici, quale se ne fosse la cagione, figurò poco nel nuovo Stato; Michele di Lando, o fosse in lui necessità o senno, rimase in disparte: ma quegli antichi Otto che aveano fatto la guerra col Papa e avuta gran mano nel sovvertimento dello Stato, rimasero quindi a parte di esso e n’ebbero beneficii: uno di loro, Andrea Salviati, fu il secondo Gonfaloniere dopo Michele di Lando; allora la volta del supremo magistrato dovendo tornare alle Arti maggiori, secondo gli ordini nuovamente posti.

Furono quegli anni senza guerra fuori, ma le congiure dentro lo Stato mai non cessavano, gli sbanditi essendo uomini dei più facoltosi e di maggiore autorità, che non tenevano il confine; ma forti ancora delle aderenze le quali avevano per l’Italia, di continuo praticavano tornare in patria nell’antico grado, ed ogni giorno se lo credevano: v’erano i Ciompi, rimasti fuori, che aizzavano quei di dentro. Già nei primi mesi, avuto sentore di certe pratiche o congiure, altri settantasei cittadini ebbero bando, e a due fu tagliato il capo. Molti più erano gli indiziati; ma per non fare troppo gran fascio, il processo fu abbuiato; e i nuovi Signori attesero invece a riunire la città per via di nuove imborsazioni, rendendo più eguale fra tutte le Arti la distribuzione degli ufficii, e per le inferiori o Arti più minute scemando il numero degli imborsati; massimamente togliendo via quei molti fattori o discepoli o compagni, che prima tenevano il luogo dei maestri, e dove stava il maggior male. Cercarono anche di rinnovare le antiche leggi contro a’ forestieri, facendo che niuno il quale non fosse della città o del contado avesse ufficii; ma era legge odiosa troppo, che parve come un ammonire, e andò a terra con poco effetto. Nè la concordia fu durevole, e poco dipoi venne scoperta un’altra congiura, per la quale furono decapitati sette cittadini, altri essendosi posti in salvo; tra’ quali uno Strozzi ch’era Priore di San Lorenzo, e quel Guerriante Marignolli che noi vedemmo, quando era della Signoria, male tenere il grado suo. Venne la volta poi di Giannozzo Sacchetti, fratello al Novelliere, ed egli medesimo autore di laudi e d’altre pie composizioni; onde fu chi tenne con plausibili argomenti falsa l’accusa per cui Giannozzo perdè la vita.[38]

Era disceso in Italia dall’Ungheria Carlo di Durazzo di Casa d’Angiò a cacciare la regina Giovanna di Napoli: appena era egli giunto in Padova, si misero attorno a lui con Lapo da Castiglionchio i fuorusciti; ed al Re pareva meglio potersi assicurare dei Fiorentini, se la Repubblica tornasse in mano dei vecchi amici di parte guelfa, usi al governo e di più credito nelle Corti. Troviamo essere in quegli anni dalla popolare diffidenza aggiunti nelle ambascerie ai chiari uomini bassi artefici; mistura da essere gradita poco a quei Principi ai quali andavano: per queste cose avevano favore appresso a Carlo i fuorusciti. Intanto i Ciompi fuggiti a Siena ed a Bologna s’intendevano con quei di dentro: era in Firenze grande bisbiglio e avvisi di trame che s’ordissero dentro e fuori; scriveano pei canti i nomi sospetti; chi accusava i magistrati di connivenza, chi voler far morire gente per nimicizie private, chi l’una cosa e chi l’altra. E già una mano di sbanditi da Siena pel Chianti aveano tentato di sorprendere Figline. Furono creati nuovi Otto di guardia, tra’ quali troviamo Michele di Lando stovigliaio (il mestiere della madre); e guardia si faceva molto diligente nella città e nei dintorni; dove sulla fine del 1379, senza averne prima sospetto, trovarono Piero degli Albizzi; intantochè altri ribelli di minor nota ma che erano stati dei maggiori della città, in altri luoghi furono presi, e tosto dati al Capitano che gli condannasse. Negava questi; essendo allora coscienza dei giudici non proferire condanne senza la confessione dell’accusato, ma poi tenere per buona quella che fosse cavata di bocca per forza di prolungati tormenti. Intorno al Palagio tumultuava la moltitudine, e la città era sotto l’arme; Benedetto degli Alberti salì al Capitano, e disse che il popolo voleva la morte dei prigionieri. Allora Piero, con forte animo volto ai compagni, mostrò il pericolo che ne anderebbe alle famiglie loro, e che essi in niun modo non camperebbero ma sarieno tagliati a pezzi come cani: mandarono al Giudice dicesse loro quel che dovessero confessare, e ch’erano presti. Quegli rispose che ne lasciava il pensiero a loro: deliberati morire, lo pregarono onestasse la condannagione il più che potesse, e confessarono chi una cosa e chi l’altra; tantochè il Capitano diede loro (come dicevano) il comandamento dell’anima; e cinque ch’erano stati dei primarii cittadini di Firenze, tra’ quali Bartolo Siminetti e uno Strozzi, e con essi altri di oscuro nome, perirono insieme a Piero degli Albizzi. Di lui si narra che facendo egli pochi anni prima un grande convito, gli fu presentata una scatola di confetti sotto ai quali era nascosto un chiodo; fu interpretato che dovesse conficcare la ruota della fortuna, della quale era egli sul colmo. Ed un altro cittadino di molta stima e non ignoto ai nostri lettori, perdeva la vita nei giorni medesimi: questi fu Donato Barbadori che, solito andare nelle maggiori ambascerie, stava in Padova appresso a Carlo, dov’ebbe accusa d’avere cenato con gli sbanditi; il che bastò perchè gli fosse tagliato il capo. Continuarono però sempre le trame, o vere o sospettate, e ne seguirono altre morti.[39]

A questi tempi un fatto nuovo s’era in Italia manifestato. Le Compagnie d’oltramontani, che a noi recarono tanti mali, già si andavano consumando, senza che altre sopravvenissero; e noi vedemmo Compagnie minori di gente nostrale vaganti ai soldi delle città; quando un gentiluomo lombardo, Alberico da Barbiano dipoi Conte di Belgioioso, ne formava una che sotto nome di Compagnia di San Giorgio divenne celebre, e fu educatrice prima delle armi Italiane, tali quali erano a quel tempo. Del resto, quei nuovi condottieri di milizie anch’essi non ebbero nè fede nè patria che le armi loro giustificassero, non erano meno rapaci e crudeli di quel che fossero gli stranieri, e qual pro ne avesse l’Italia non so; quel che a lei fecero noi vedremo. Nella primavera del 1380 la Compagnia di San Giorgio era venuta su quel di Siena, dove si erano riparati in grande numero fuorusciti delle principali case di Firenze, e molti dei Ciompi che ivi erano iti a lavorare, Siena reggendosi in quelli anni a governo popolare. Costoro persuasero agevolmente la Compagnia, che non aveva che fare, a muovere contro allo Stato di Firenze: discese pertanto nella Val di Pesa; ma poichè in Firenze non avvenne alcun movimento come gli usciti speravano, passò in Val d’Elsa, e indi sulle terre dei Pisani e dei Lucchesi, pure aspettando buona occasione: ma poi che udirono che in Firenze aveano chiamato Giovanni Aguto, ed i Capitani della Parte si profferivano di condurre genti d’arme a loro spese; la Compagnia per Maremma si condusse a Roma. Ivi papa Urbano aveva sollecitato Carlo di Durazzo perchè scendesse contro alla regina Giovanna, che molto favoriva l’Antipapa; e Carlo essendo venuto a Rimini e di là in Toscana, ebbe Arezzo in signoria per fatto d’alcune possenti famiglie; dove mentre egli dimorava, i Fiorentini gli mandarono ambasciatori; uno dei quali, Giovanni di Mone, quel popolano che noi vedemmo salito essere molto in alto, fu ivi ucciso dai fuorusciti. Al che essendosi la città commossa, crearono nuovi Otto di guerra, e con modo insolito ma già usato dai Veneziani, altri Otto per la pace; i quali avendo mandati nuovi ambasciatori, fu stretto accordo pel quale il Re si obbligava non offendere in modo alcuno i Fiorentini; e questi dal canto loro promettevano non dare aiuto alla Regina, e imprestare a Carlo quaranta mila fiorini, da scontare sugli ultimi pagamenti dovuti ad Urbano per la conclusione della pace. Dopo di che Carlo di Durazzo entrò nel Reame e n’ebbe la possessione, avendo rinchiusa in carcere la Regina e il tedesco marito suo.

Ora tornando alle interne cose, mi piacerebbe che tutto il vivere di questa città in quelli anni di predominio delle Arti potesse scorgersi a minuto, perchè da un popolo come questo si avrebbe tale insegnamento che raro incontrasi nelle storie. A riconquistare i diritti loro, si ponean sopra al diritto altrui; e nel correggere le ingiustizie e porre un freno alle violenze, violenti erano ed ingiusti. Al che si aggiungano i viluppi delle private passioni, e più aguzzate le cupidigie mentre col sovvertimento delle industrie era cresciuta la povertà; e a trovare ordine che soddisfacesse, conati ognora più impotenti e più eccessivi ed irragionevoli. Era un continuo ingerirsi delle Arti minori nelle cose del Palagio a esercitarvi un sindacato, quanto più incerto di sè medesimo, tanto più ingiusto e diffidente. Nè bastava loro l’andare in Palagio a imporre le leggi, che ci volevan anche desinare: contro di che fu ordinato che niuno potesse desinare co’ Priori, se non ne avesse licenza per partito vinto di sei fave nere. Sebbene fossero più di mille allo squittinio per la Signoria (che prima erano soli trecento), e che attorno ai magistrati fossero sempre dei popolani, qualunque volta uscisse un nome che agli artefici non soddisfacesse, o pretendevano si stracciasse, o facean prove di nuovi ordini pe’ quali credessero chiudere ogni adito ai nemici loro, e a sè pigliare tutto lo Stato. Al che ottenere per vie pacifiche frequenti erano le consultazioni; parve qualcosa avere fatto quando venti popolani di chiare famiglie furono messi tra’ grandi, e trentanove privati d’ufficio, intantochè venti ch’erano tra’ grandi vennero ammessi dentro al popolo. Contro ai ribelli atroci leggi, gli odii essendo inveleniti più che mai sempre dai sospetti; voleano tôrre loro i beni e farli andare in altre mani per creare loro addosso nuovi nemici: con questo fine avevano formata una balía d’Otto ufficiali a fare le vendite, designando essi i compratori e a ciò forzandoli quando non volessero: agli stessi Otto era imposta multa se dall’ufficio si ritraessero. Da quelle vendite decretarono che dieci mila fiorini fossero tolti ed assegnati a promuovere la uccisione dei ribelli in ogni forma e via e modo che agli Otto paresse, intantochè erano posti nuovi rigori contro a chi osasse di richiamarli. Gli ammoniti erano dei più accesi, e molto potevano tuttavia sempre in quello Stato, risuscitando essi le passioni che prima s’erano eccitate quando fu guerra contro alla Chiesa; alla quale perchè era promesso di restituire i beni venduti, trovarono modo a compensare i compratori togliendo ai Cherici le prestazioni ad essi dovute per vari titoli dallo Stato,[40] e privarono del beneficio di riavere le possessioni quelli ecclesiastici che negassero ai compratori i sacramenti. Anche cercavano leggi nuove a ordinare le gravezze, cosicchè i poveri se ne vantaggiassero; ma in quanto ai modi non s’intendevano, ciascuno volendo tirare l’acqua al suo mulino, come si legge in Marchionne Stefani, ch’ebbe le mani in quello Stato, e anch’egli aveva il mulino suo. Posero ancora gravezze nuove, che tosto furono abolite; il nuovo estimo era fatto, e mai non ebbe esecuzione: ridussero il Monte a quel solo capitale che fu sborsato dai creditori, togliendo a questi il beneficio d’essere iscritti per due o tre volte quel ch’era pagato, e mantenendo l’istesso frutto del cinque per cento in luogo del quindici che i creditori soleano averne:[41] veniva ad essere spogliazione; e, come è a credere, durò poco. Oltreciò vollero gli artefici che fosse disfatta e riformata la moneta spicciola, dal che venisse a scemare il prezzo del fiorino d’oro; ed era ciò a vantaggio loro, perchè i mercanti vendeano a fiorini e pagavano le manifatture a soldi:[42] i lanaioli e tutti quelli che vivevano di rendite perdeano assai nella differenza. Intanto nelle arti e nel maneggio di esse era ogni cosa scompaginato: i tintori e quelli altri mestieri tolti alla suggezione dei lanaioli aveano briga con essi continua; ed i lavori cessavano. Le famiglie facoltose così vedendosi soverchiate o per sè temendo, si ritraevano per le ville, tanto che ad esse fu imposta multa se non tornavano in città. A questo modo le condizioni dei braccianti peggioravano, ed i guadagni al minuto popolo venendo a perdersi ogni giorno più, moltiplicavano i provvedimenti pe’ quali il male più si aggravava, e la miseria cresceva, e il vizio con essa e il gioco e le usure, e frequenti le uccisioni per odii di parte o per vendette private,[43] contro alle quali facevano leggi ma tutte inutili e impotenti.

Erano molti, come si è detto, da prima i capi che avevano insieme guidato il popolo ad occupare lo Stato; ma perchè ciascuno a fine dei conti faceva per sè, ben tosto vennero a dividersi, ognuno di essi pigliando il luogo che a lui davano l’audacia o le forze o la capacità sua. Tommaso Strozzi e Giorgio Scali si erano spinti più innanzi, sempre così da essere quasi che principi nello Stato. Tenevano seco per loro arnesi o ministri o (come gli appellavano) scorridori, molti artefici minuti, massime delle due Arti nuove, ai quali aveano fatto dare licenza di portare arme: costoro ad altro non attendevano che a seminare scandali e a minacciare questo o quello e a fare accusa. Talchè i buoni uomini e mercanti si cominciarono a destare; e già Benedetto degli Alberti si era spiccato da quelli altri, biasimando i modi che a loro vedeva tenere piuttosto tiranneschi che civili. Occorse ne’ primi dell’anno 1382 che uno degli Scorridori soprannominato lo Scatizza, uomo di pessima condizione, accusò Giovanni Cambi ed altri gonfalonieri di Compagnie che più francamente s’erano scoperti, cercando così farli cacciare dal reggimento. Ma colui fu preso dal Capitano, ch’era un messer Obizzo degli Alidosi signori d’Imola, e confessò il falso dell’accusazione. Per quante pratiche si facessero, il Capitano anzichè liberare lo Scatizza, mostrava intenzione di farlo morire. Tommaso e Giorgio, bene accorgendosi che per loro ne andava ogni cosa, di notte con molti assalirono armata mano il palagio del Capitano; il quale veggendosi così sforzato, andò ai Signori e depose la bacchetta in segno di volere lasciare l’ufficio: quelli riebbero lo Scatizza. Il che sentendosi per la terra il seguente giorno, i consoli delle Arti con molto seguito andarono ai Signori a dolersene e a confortarli, loro profferendosi ad ogni bisogno; esortarono il Capitano a ripigliare l’ufficio, esercitandolo francamente, e lo riposero in palagio: Giovanni Aguto era sulla piazza con trecento armati a cavallo. Subito allora il Capitano, mandata fuori la sua famiglia, fece pigliare Giorgio Scali, il quale non s’era voluto fuggire sebbene da molti fosse avvertito. Era di coloro che stanno col popolo, perchè non vogliono o non sanno adattarsi con gli eguali, e quello si credono avere strumento sicuro e valido nelle mani loro. Fidando in sè e nel caldo del favore che prima godeva, quando fu richiesto per andare dal Capitano, rispose che anderebbe volentieri: giunto alla piazza, udì molte voci contro lui gridare giustizia. Era in sul vespro: al far del giorno gli fu tagliata la testa sopra il muro del cortile; e quivi egli, che era stato il primo in Firenze, rimase più ore, senza alcuno adornamento e senza nemmeno avere uno sciugatoio che lo cuoprisse.[44] Tommaso Strozzi, scampato a Mantova, trapiantava in quella città un ramo della sua famiglia. Indi un corazzaio, Simone di Biagio, il quale era stato dei più furiosi in quei tumulti, e seco un figlio ed alcuni altri, furono morti e strascinati crudelmente per le vie.

Non così tosto le maggiori Arti e tutto il popolo facoltoso viddero il ceto dei braccianti abbandonare o gastigare egli medesimo i suoi capi, bene s’accorsero ch’era tempo alla mutazione dello Stato. La stessa mattina, e fatte appena le esecuzioni, si levò in piazza grande rumore, ciascuno gridando Vivano i Guelfi: allora sopraggiunse l’Arte della lana in arme tutta, e di coloro che erano appellati buoni cittadini e delle maggiori famiglie e quasi d’ogni casa guelfa tanto gran numero che non vi capivano. Fra loro d’accordo ordinarono una petizione e la recarono ai Signori, contenente la riforma della città e il ribandimento degli sbanditi ed altre cose: al che i Signori fecero suonare a Parlamento per ispazio di due ore, e in questo mezzo innanzi alla porta del Palagio procederono all’usata ed inevitabile cerimonia di creare cavalieri circa una ventina dei più grossi popolani. Quando fu restato di suonare, fatto il Parlamento, si deliberò che i Signori e Collegi e i due Capitani di Parte, e due della Mercanzia, e due de’ Dieci di libertà, e due cittadini guelfi per ciascuno dei sedici gonfaloni, insieme avessero tutta la Balía in nome del popolo e del Comune di Firenze. Fatto il Parlamento, si levò l’insegna della Parte che fu data in mano a Giovanni Cambi, colui che per l’accusa avuta dallo Scatizza diede occasione a tutto quel moto; ed egli con seco il Capitano e i cavalieri novelli e con la gente dell’arme e molto popolo cavalcò per la città, gridando tutti: «Vivano i Guelfi e l’Arti.» L’altro dì quelli della Balía radunati in Palagio deliberarono la nuova forma di reggimento, i lanaioli e seguaci loro tuttora essendo in piazza armati: nel priorato sieno quattro delle maggiori Arti e quattro delle minori, ma il Gonfaloniere, ch’era il nono, sempre sia tratto delle maggiori; dei sedici Gonfalonieri e dei Dodici buoni uomini, degli Otto di Guardia e de’ Dieci di Libertà, sempre per le Arti maggiori uno più della metà; lo stesso pei capitani e priori della Parte e pel Consiglio del popolo; ma in quello del Comune tra i due ordini doveva essere parità, i magnati rimanendo quivi nel numero conosciuto. Inoltre contiene quella provvisione, che gli sbanditi e carcerati per causa di Stato dopo il 18 giugno 1378 sieno assoluti, e che riabbiano i beni loro, ma non possano tornare per tutto il mese prossimo di febbraio: che i fatti grandi dopo quel giorno ed i privati dell’ufficio o messi a sedere, vengano restituiti e tolto ad essi ogni divieto; che sieno gli ordini contro ai grandi rimessi come avanti il 78; che le due Arti di nuovo aggiunte sieno annullate, disfatte le case o residenze loro, con che però dei dieci consoli dell’Arte della lana due sieno sempre delle Arti soggette, e gli altri otto lanaioli.[45] Il terzo dì furono arse in Palagio le borse del priorato degli uffici.

Tuttociò andava contro alle quattordici Arti minori, le quali scorgendo avere annullato le due nuove Arti scemava loro le forze, e dubitando che il simile non fosse poi fatto a loro, subillate anche dagli smuniti i quali ad ogni intemperanza tenevano mano, si ragunarono tutti alle loro residenze con intenzione di venire armati in Piazza co’ gonfaloni, per farsi forti contro agli avversari loro. Ma non poterono, perchè avendo ciò presentito l’Arte della lana e l’altre maggiori, con rinforzo di villani che aveano chiamati, furono in Piazza prima di loro; cosicchè essendo venuti alcuni delle minori Arti, cioè beccai e vinattieri, furono cacciati con mal commiato ed alcuni morti. Venivano su per quei nuovi ordini le famiglie de’ mercanti grossi, odiate dai grandi per antiche nimicizie: avrebbero questi volentieri dato mano alla gelosia degli artefici; se non che gli Otto di guardia, i quali n’ebbero qualche sentore, provviddero che di bel nuovo s’armasse l’Arte della lana con le altre maggiori e buon numero di cittadini; e radunatisi in Mercato Nuovo, con bandi e altre dimostrazioni fecero capire ai grandi e agli artefici che attendessero ai fatti loro. Dopo di che per alcuni giorni la città fu quieta, essendo venuta novella, che una compagnia d’Arezzo era entrata nel contado, cacciata ben tosto e inseguita dall’Aguto.

Una lunga confusione regna nei fatti che indi seguirono. A noi proviene in qualche parte dalla narrazione dei cronisti che si fa oscura con l’addentrarsi nei più minuti avvolgimenti: ma era continua necessità in uno stato di quella sorta. Fondato sulle Arti, voleva comporsi nella fratellanza, la quale è anima delle industrie: tale era il pensiero incessante dei migliori, dei buoni uomini, di coloro che mantenendosi non interamente servi alle private cupidità, pur sempre amavano come loro proprio il comun bene, e nei quali stava quel grande fascio della comunanza che era la forza e la salute di questo popolo di Firenze. Il quale popolo comprendeva, a dir così, tutta la città e si distendeva nel contado, avendo in parte annichilato ma in maggior parte tirato a sè ogni elemento che discordasse; i grandi erano impotenti, la plebe scarsa: quello che in antico e, pur diciamolo, tra molte altre nazioni moderne plebe si chiama, e tale è, qui era popolo educato dalle antichissime tradizioni e da cento anni di libertà e dagli esercizi dell’ingegno e da quel senso del bello in cui si comprendono il vero ed il buono, e onde hanno gli animi gentilezza. Così mentre era studio continuo ma sempre vano, trovare forme ordinatrici d’una egualità che voleva essere troppo vasta, era impedito il soverchiare di sola una parte sulle rimanenti; e in mezzo pure alla ferocia quasi legale che da per tutto era un avanzo del paganesimo, qui dagli eccessi delle passioni, frequente il ritorno a una certa temperanza che il male attenua o corregge, e che pure lo impediva dallo sconvolgere questo popolo comunque mobile e disordinato. Chi guardi infatti alle discordanze che dividevano la città, chi alla mancanza di buone leggi che forma dessero allo Stato, e alle incessanti perturbazioni che lo agitavano, male saprà intendere certa serena giocondità ch’era nel vivere di Firenze, e che apparisce dalle scritture. Lo stesso insorgere contro ai vizi fiero e continuo, pure manifesta non rara essere già nel popolo quella bontà che non era guasta dalle ambizioni immoderate, e salute era del comun vivere. Così cresceva e prosperava una città della quale forse niun’altra fu ordinata peggio. Lo stesso acume degli ingegni scalzava giù dai fondamenti ed infiacchiva ogni autorità, negando credito ai magistrati; le botteghe dividevano col male intendersi la Repubblica, e la Repubblica le botteghe; parea vittoria l’ottenere una debole maggiorità ne’ magistrati e ne’ consigli, ciascun magistrato in sè avendo la mistura degli elementi i più discordi, senza che niuno de’ vari ordini avesse intera la vita sua e una sua propria rappresentanza: nel congegno dello Stato mancava affatto ogni contrappeso, nelle ingerenze de’ magistrati tutto era arbitrio e confusione; questo avea fatto la gelosia nutrita in tutti e contro a tutti dal sentimento della egualità; la forza istessa di questo popolo era fiacchezza della Repubblica. Nel tempo al quale siamo ora giunti, le Arti minori contro alle maggiori quasi dividere si potessero, stavano in guerra: queste voleano tale una forma di reggimento dove il sapere e la ricchezza e il grande seguito prevalessero, ma non soffrivano si mettessero troppo innanzi quelle schiatte che fra tutte erano prepotenti e che appellavano le famiglie; i Ciompi si erano accostati ai grandi, entrambi essendo dai mezzani del pari oppressi, o fuorusciti; i grandi cercavano per ogni modo e come la occasione dava, nelle aderenze coi sommi o dal malcontento della plebe, a sè medesimi una via da porre un piede dentro allo Stato con l’abolire gli antichi ordini, i quali stavano contro a loro; e gli ammoniti oggi rimessi, col farsi parte a sè medesimi e da sè soli una setta nuova e un nuovo scandolo nello Stato, mostravano essere non tutte ingiuste quelle accuse, per le quali erano stati esclusi nei tempi andati dal reggimento. Quindi nei fatti la confusione.

Continuava la Balìa creata negli ultimi giorni del gennaio 1382, e mentre attendeva a formare gli squittinii secondo gli ordini nuovamente posti, il Capitano di guardia, troppo arrendevole alle suggestioni dei più eccessivi tra’ vincitori, procedeva ad inquisire contro a’ seguaci di Giorgio Scali e contro gli autori della mossa dei beccai; o tali fossero o sospetti. Laonde nei primi giorni del febbraio più di ottanta cittadini ebbero bando o confine in vari luoghi d’Italia: abbiamo i nomi, e tra questi ultimi era Salvestro dei Medici confinato per cinque anni a Modena,[46] e altri di coloro i quali volevano più essere popolari, e inoltre non pochi dei bassi mestieri. Ma ciò non bastava nè ai grandi percossi dal rigore delle leggi, nè a quelle famiglie che mal sopportavano stare nei termini della egualità, nè agli sbanditi del 78, che troppe avevano da esercitare vendette; costoro volevano risuscitare le ammonizioni o fare anche peggio, avendo seco di quella plebe la quale era stata più volte battuta, e che trae dietro facilmente ad ogni bandiera perchè ella è sempre tra i malcontenti. Costoro insieme vennero in piazza ai 15 di febbraio, recandosi innanzi un gonfalone di Parte guelfa; ed era tra’ primi quel Carlo Strozzi, che fu ingiuriato dal calzolaio nel 78:[47] sulla piazza era il Capitano di guerra Giovanni Aguto con molti soldati a piedi e a cavallo, ma non fece mossa; e quelli cresciuti in maggior numero, imponevano continuasse la Balìa per tutto febbraio, ed ai centotre che la tenevano si aggiungessero altri quarantatre cittadini, i nomi dei quali portavano scritti; e inoltre voleano fossero tosto deliberate certe loro petizioni, delle quali era questo il tenore: Che tutti i condannati confinati o inquisiti per questo ultimo rivolgimento, sieno dichiarati ribelli; e che all’incontro gli sbanditi ribanditi e i danneggiati nel 78 sieno ristorati dei danni sofferti, e ai grandi tolto ogni divieto, e levati di Palagio gli smuniti i quali fossero negli uffici o nei consigli; che nella Signoria fossero sei delle maggiori Arti e tre delle minori, con la stessa proporzione riducendo la parte di queste negli altri uffici e nei collegi; che fossero ai Ciompi restituite le balestre ad essi tolte nel 78; che i debiti per le prestanze da un fiorino in giù siano ridotti a venti soldi, e dato termine a pagare; che avessero piena assoluzione i maleficii commessi in questi ultimi giorni, e (cosa incredibile) quelli pure che si commettessero tutto quel dì infino all’ora di mezzanotte. Qui erano, come ciascun vede, le famiglie le quali voleano più ristringere lo Stato, gratificando alla plebe; e nel numero dei quarantatre erano i primi e più insigni nomi, insieme a pochi bassi artefici. Fu suonato a Parlamento, dal quale voleano fossero decretate le petizioni; ma Coluccio Salutati cancelliere della Repubblica, opponendo la illegalità del fatto, tirava in lungo; e quell’impeto si raffreddava; e già l’Arte della lana con molti buoni uomini e mercanti veniva in Palagio, dicendo in palese che bastavano alla Balìa i primi eletti, e nulla ci avevano che fare gli altri quarantatre. I quali furono tolti via, ma per la meglio convenne delle cose dimandate alcuna concedere, quella cioè che risguardava al numero dei Priori; ed a ristorare gli sbanditi si fece un qualche provvedimento; e pei danari del Monte, dove erano tre centinaia ne scrissero due, cosicchè il frutto scendesse al dieci per cento; inoltre fecero che chi fosse stato dei maggiori uffici dopo il 1312, o egli o il padre o l’avolo suo, non si potesse per alcun modo nè ammonire nè dichiarare sospetto alla Parte: così per allora le cose parvero acquietarsi.[48]

Il primo di marzo pigliava l’ufficio con grande apparato una nuova Signoria, nella quale erano usciti molti delle famiglie primarie, un Ricci, un Pepi, un Peruzzi, un Acciaiuoli, e messer Rinaldo dei Gianfigliazzi Gonfaloniere; con essi erano tra’ Priori, un calzolaio ed un beccaio. Avvenne che alcuni degli smuniti fossero tratti a certi piccoli uffici, del che i contrari si adombrarono tosto, e sapevasi che le Famiglie faceano venire gente di contado: si levò rumore a’ 10 di marzo e n’erano autori gli sbanditi ritornati, i quali aveano sollevato i Ciompi: innanzi portavano un gonfalone di Parte guelfa, ed altri delle Arti si avevano tolti e dati in mano a uomini dei loro; fu detto gridassero «viva le ventiquattro Arti» che era un volere la restituzione delle tre minute di fresco abolite. Andavano per la terra, avendo da prima arsa la casa d’un Ciardo vinattiere[49] ch’era stato decollato come seguace di Giorgio Scali: infine si trassero sopra il monte della Costa di San Giorgio, quivi facendo segno di afforzarsi; e il Capitano del popolo pare che fosse d’accordo con loro: e la brigata s’ingrossava anche di cittadini ch’erano andati a fine di contenerli, e intanto ad udire da loro quello che domandassero. Veniano dall’altra parte alla Piazza in molto numero i buoni uomini e mercanti; il Gonfaloniere già s’armava, volendosi muovere con essi incontro ai sediziosi, ma fu ritenuto; infine taluni dei cittadini andati in sulla Costa, essendo entrati mezzani e suonato a Parlamento, per meno male furono concordati alcuni punti; cioè: privare in perpetuo gli smuniti d’ogni ufficio, e che gli sbanditi riavessero i beni e le condannagioni pagate e la valuta delle case arse; fossero date ricompense al Capitano e ad uno dei Beccanugi fattosi capo a quei tumulti; che a discrezione del Capitano venissero confinati venticinque cittadini, tra’ quali troviamo confinato a Chioggia Michele di Lando: gli storici posteriori a coro vituperano la popolare ingratitudine. In Firenze erano grandi mormorii, e dopo tre giorni le Arti si fecero forti, e avendo di nuovo co’ Gonfaloni della giustizia e della parte corse le strade sgombrate allora dalla brigata dei Ciompi, tanto operarono che altra Balìa fu eletta per la quale vennero annullate la maggior parte delle concessioni fatte, ed a sei tolto il confino (tra’ quali non era Michele di Lando) e a tutti gli altri agevolato: il prode Michele tornato più tardi moriva in Firenze a’ 31 luglio 1401, e fu sepolto in Santa Croce.[50] Due mesi dopo altro tumulto nasceva, fu detto a istigazione di un Adimari; ma venne in breve ora con le armi represso, e alcuni Ciompi decapitati. Intanto erano gli smuniti di continuo sospettati; e se uno di loro fosse tra’ Priori, gli altri da lui si guardavano per quella nota di ghibellino, e non tenevano con lui colloquio di cose segrete; se alcun rumore nascesse dove entrasse uno smunito, si diceva per città che gli ammoniti ghibellini uccideano i guelfi. I grandi erano careggiati dai popolani maggiori, che non gli voleano però lasciare troppo pigliare del campo; ed i grandi se lo conosceano, ma per lo migliore si stringevano con essi: poi v’erano artefici più temuti nella Piazza che rispettati in Palagio, i quali faceano sollevare ad arme chi a loro piacesse; ma la temperanza dei buoni uomini impediva la baldanza di coloro che per avere gli uffici si metteano innanzi a tutti gli altri, il che dicevano farsi segno: e niuno in Firenze si fece mai segno, che non fosse saettato.[51]

Vedemmo Arezzo essere tenuto in possessione da Carlo, novello re di Napoli: un Vicario di lui avendo a fine di pace fatto rientrare nella città i Tarlati e gli Ubertini e gli altri oramai da quarant’anni fuorusciti di fazione ghibellina, questi con la potenza di fuori e le aderenze che aveano dentro ne divennero come padroni così da costringere gli amici stessi del Re a fuggirsi nella rôcca. I quali sapendo il conte Alberigo da Barbiano ed altre masnade stare ne’ confini di Perugia, lo chiamarono che gli aiutasse a racquistare la terra. Parve a lui meglio farne suo prò, ed occupata la diede in preda a’ suoi soldati, che la misero a sacco e vi dimorarono più mesi, infinchè essendosi contra loro fatta lega delle città di Toscana, si condussero nel Regno. Scendeva in Italia, a questi tempi, di Francia con grande forza di cavalli il Duca d’Angiò, chiamato dalla regina Giovanna di Napoli suo figlio adottivo e successore nel regno, d’onde egli veniva a cacciare Carlo di Durazzo: mandava per tutte le città d’Italia con larghe profferte, pure che seco si collegassero. E dall’altra parte Carlo alla Repubblica ricordava l’antica amicizia, ed essere il Duca d’Angiò venuto per la oppressione di papa Urbano e della Chiesa, egli aderendo all’Antipapa che avea dimora in Avignone. Non potean altro i Fiorentini che starsi neutrali; ma Carlo aveva grande favore nelle famiglie che più salivano in potenza, talchè a soccorrerlo senza fare altra più aperta dimostrazione fu trovato questo modo, che licenziato Giovanni Aguto ne andasse a Roma con danari che i Fiorentini gli aveano dati in nome del Papa. Così l’Aguto passò a Napoli, e fu grande aggiunta alle forze di quel Re; ma di ciò si tenne molto offeso il Duca d’Angiò, e scrisse in Francia perchè fosse fatta rappresaglia sopra alle robe ed alle persone dei mercanti fiorentini. L’anno dipoi 1384 un’altra grossa Compagnia di Francesi venne a rinforzo del Duca d’Angiò: la conduceva Enguerramo Signore di Coucy, il quale disceso di Lombardia in Toscana, prima si fermava presso a San Miniato, poi su quel di Siena, dove i fuorusciti d’Arezzo veniano a lui con la promessa di fargli occupare quella città per le intelligenze che avevano dentro. Accettò l’offerta, ed occupò Arezzo non senza battaglia contro a’ cittadini che validamente la difesero; ma non prima ne fu egli al possesso, che giunse novella essere in Puglia venuto a morte il Duca d’Angiò: dal che ebbe fine quella impresa che si faceva per lui, ed i Francesi d’Arezzo, che a tornare in Francia abbisognavano di moneta, pensarono vendere ai Fiorentini quella città. Più volte avevano questi avuto discorsi di vendita dai vari che l’avevano occupata, e fin dai Tarlati; nè certo si stavano dal fare disegni sulle fortune d’Arezzo, ora che lo Stato di Firenze era venuto in mano di pochi ai quali importava rialzare se stessi con le imprese di fuori, e che avevano a condurle assai maggiore abilità. Dunque il Coucy vendeva Arezzo per quaranta mila fiorini d’oro: quanti degli Aretini fossero allegri di quel mercato noi non sappiamo; questo bensì, che se ne fecero in Firenze grandi allegrezze e giostre e luminarie; ma si trova che avessero speso intorno solamente alla città d’Arezzo duecento mila fiorini. Il bello si fu che nell’atto di cessione diceva il Coucy donare Arezzo ai Fiorentini pel grande amore e devozione che avevano essi portato sempre alla Reale Casa di Francia, e perchè avevano posseduta più anni prima quella città: per un altro atto del giorno stesso i fiorini, ch’erano la somma di tutto il negozio, veniano al Coucy per essersi egli astenuto da ogni danno sopra le terre della Repubblica: Iacopo Caracciolo, il quale teneva pel re Carlo tuttavia la rôcca d’Arezzo, la cedè subito. Così la Repubblica di Firenze venne in possessione della città d’Arezzo e del suo contado e sue dipendenze. Donato Acciaiuoli, Commissario per i Fiorentini, condusse con molta sua lode le pratiche per l’acquisto; e ricevuto l’atto di dedizione, ordinava poi tutto il governo del nuovo Stato: abbiamo a stampa gli atti e i documenti a ciò relativi nella più volte lodata collezione dei Capitoli del Comune di Firenze.[52] Molte grosse terre di Valdichiana vennero tosto in balìa dei Fiorentini, sebbene Lucignano e Monte Sansavino fossero più a lungo disputate dai Sanesi: Marco Tarlati cedeva Anghiari con più castella di Val di Tevere: poi tutte le altre fino a Pietramala, antico nido di una famiglia tanto nemica dei Fiorentini, vennero in mano della Repubblica; alla quale si diedero pure in accomandigia gli Ubertini e quei di Montedoglio ed i Faggiolani ed altri, d’onde ebbero i Fiorentini breve guerra col Conte d’Urbino. E quindi anche venne a pigliare contro essi grande ira papa Urbano, sebbene lui solo riconoscessero vero papa, nè mai piegassero alle sollecitazioni di quel d’Avignone ch’era protetto dai Re francesi. In questo tempo ebbe termine la guerra tra Veneziani e Genovesi tanto grandiosa e memorabile, la quale ha nome di guerra di Chioggia. Amedeo Conte di Savoia era stato arbitro per la pace, quei principi essendosi allora ingeriti per la prima volta nei fatti d’Italia. Ai Veneziani era imposta la demolizione dei castelli costrutti da essi nell’isola di Tenedo, con l’obbligo intanto e finchè non attenessero la promessa di depositare in mano al Comune di Firenze centocinquanta mila fiorini d’oro in tante gioie; il che fu occasione a qualche vertenza prima che il fatto restasse compiuto.[53]

Nell’estate del 1383 era di nuovo la peste entrata in Firenze, dove morivano fino a due e tre e quattrocento persone al giorno, ma più di giovani e fanciulli, che d’uomini e femmine di compiuta età. Fuggiva chi poteva, e si temette, partendosi i ricchi, la gente minuta non si accozzasse co’ malcontenti e facesse novità. Quindi per legge imposero una multa a chi se ne andasse, e col ritratto di questa soldarono gente. Imperocchè gli uomini delle famiglie primarie che già tiravano a ristringere in pochi lo Stato, aveano continue intelligenze co’ nuovi capitani delle Compagnie che in oggi erano italiani, e come nobili fuorusciti o privati nelle città loro del grado che ambivano, poneansi di grande animo ai servigi degli ottimati, che già in questi anni prevalevano per tutta Italia generalmente. Il popolo intanto aveva perduta nei passati sconvolgimenti la superbia di sè stesso, e il commercio della seta venuto in grande auge negli ultimi anni di questo secolo, insieme alle nuove ricchezze creava nuove dipendenze, e un adagiarsi nei godimenti nei quali gli animi si rendevano parati e docili a ogni signoria. I Ciompi riapparvero dopo il 1382, ma come stracchi per mosse brevi che gli mostravano di già vinti; e quella parte ch’era venuta su, fortificavasi ogni giorno con le aderenze di fuori e con le pratiche al di dentro, così da rompere ogni ostacolo. In Siena il Governo che da più anni era nelle mani del popolo basso, tornò all’ordine dei Nove che si componeva de’ più alti cittadini: la parte che in Firenze si mantellava col nome guelfo, in Siena promosse questa mutazione nello Stato, mandandovi anche ambasciatori sotto pretesto di cercare la concordia; e celebrò il fatto col suonare le campane e coi falò e le armeggerie, sebbene a molti quelle cose dispiacessero, come fatte alla oppressione loro.

Uno degli ambasciatori mandati a Siena era Benedetto degli Alberti che dapprincipio non voleva, ma gli fu risposto andasse a Siena o a confine; onde nell’ambasceria tirando in senso contrario a quello dei suoi colleghi, venne a rendersi più maleviso alla parte che reggeva, cui pareva essere Benedetto un grande ostacolo da rimuovere. La famiglia degli Alberti (diversa dai Conti dello stesso nome, signori antichi delle castella in Val di Bisenzio che poi furono de’ Bardi) era in Firenze potentissima per le ricchezze, vivendo splendida sopra le altre e guadagnandosi con le limosine e la larga benignità dei costumi il favore popolare. Niccolò Alberti moriva l’anno 1377 ricco, si diceva, di sopra a trecento migliaia di fiorini che il padre suo aveva acquistati con la mercatura per varie parti della cristianità, massimamente dei panni francesi e delle lane dell’Inghilterra. Ebbe egli esequie magnificentissime, nelle quali più di cinquecento poveri lo piansero alla bara, senza contare quei molti altri nascostamente beneficati che lui piangevano per le case.[54] Quando nel 1384 si festeggiava l’avvenimento di Carlo di Napoli alla corona d’Ungheria, gli Alberti fecero apparato di torneamenti e di giostre che bene potevasi convenire ad ogni gran principe. Benedetto godeva il favore che a lui davano le ricchezze, l’autorità delle cose fatte, e certa sua prudenza facile nei consigli; talchè lo troviamo lodato, sebbene fosse egli nel 78 primo a chiamare il popolo in Piazza, avesse poi cercata la morte di Piero degli Albizi, poi fosse ministro a quella di Giorgio Scali. Un parente suo di nome Cipriano, quando fu tratto Gonfaloniere se ne adombrarono gli avversari; e s’egli avesse voluto usare il grande seguito che aveva presso agli artefici, si temette potesse volgere la Repubblica. Avvenne dipoi l’anno 1387 che essendo uscito gonfaloniere un Filippo Magalotti, il quale aveva per moglie una figliuola di Benedetto, ma non arrivava ai 45 anni, età voluta pe’ gonfalonieri, fu al Magalotti vietato pigliare l’ufficio e invece sua tratto Bardo Mancini. Di che fu tumulto e creata una Balìa, nella quale entrava lo stesso Benedetto per essere uno dei gonfalonieri di compagnia. Pur nonostante quella Balìa privava d’ogni ufficio tutta la famiglia degli Alberti, eccetto pochi ch’ebbero grazia, e confinava Benedetto fuori delle cento miglia.[55] Questi esulò in Genova; poi andato a visitare il Santo Sepolcro, nella tornata moriva in Rodi, d’onde il corpo suo portato in Firenze ebbe solenni esequie in Santa Croce. Così fino all’ultimo il nome suo rimase in pregio, per quale merito non sappiamo. Così avendosi d’in su gli occhi levato quell’uomo e abbassata quella schiatta di cui potessero più temere, confinarono oltre quell’Adimari che assai co’ Ciompi se la intendeva, taluni del popolo più minuto; e per sempre posero a sedere intere famiglie, tra le quali erano gli Scali, i Covoni, i Mannelli, i Rinuccini. Il dì medesimo vennero alla Piazza molti di case possenti con fanti armati, e domandavano che altri fossero levati di Firenze come fautori degli ammoniti, dei fuorusciti e dei ghibellini; al che i Signori, armati anch’essi in quel frattempo di gente a piedi ed a cavallo, non consentirono; ma questo si ottenne, che tutti coloro i quali avessero nell’85 vinto il partito, entrassero senza altra solennità nelle borse; talchè v’entrarono più di trecento uomini e molti garzoni e fanciulli: cotesto era vizio da più anni usato, che i reggitori vi mettessero dei figli loro e discendenti che non giungevano all’adolescenza, ed allo squittinio venivano nomi di tali che erano nelle fasce.[56] Deliberarono che le minori Arti, le quali avevano prima il terzo nel priorato ed in altri uffici, avessero il quarto, e salvo alcuna particella, la quale era data ai grandi, tutto il resto alle sette maggiori; e a queste le grosse potesterie ed i vicariati: imposero pene gravissime ai forestieri se accettassero alcuno ufficio della città. Da ultimo fecero anche una borsa separata dei più confidenti a quello Stato così ristretto, dei quali almeno in ogni priorato ne fossero due; gli chiamavano i Priori del Borsellino, dappoichè il popolo di Firenze pareva oramai ridotto a quel solo usato sfogo del motteggiare. Il Gonfaloniere che tante cose aveva fatte, ebbe in dono un cavallo coverto con le armi della Parte guelfa ed altre nobili onoranze.[57]