Capitolo III. NIMISTÀ E GUERRE CON GIOVAN GALEAZZO VISCONTI. COSTITUZIONE D’UN GOVERNO D’OTTIMATI. [AN. 1387-1402.]

Quando avvenivano queste cose, la Repubblica vedeva già incontro a sè una guerra di grande pericolo, essendosi posta innanzi sola per la difesa delle città libere contro alla più vasta e ambiziosa Signoria che insino allora fosse in Italia. La potenza dei Visconti, benchè si reggesse nel nome di Bernabò, era divisa tra due fratelli; dei quali Galeazzo essendo morto, ebbe a successore il figlio Giovanni Galeazzo che avea titolo di Conte di Virtù, giovane di smisurata ma coperta sete d’impero, e che s’ingegnava con la dolcezza dei costumi, col biasimare le guerre e in ogni cosa mostrarsi di quieta natura, tirando a sè l’amore dei popoli, addormentare i sospetti del feroce Bernabò, cui pareva essere il nipote timido e inerte ed inclinato alle arti di pace ed alle opere di devozione. La fama andava dietro al giovane, ed era opinione che Bernabò lo volesse giugnere; ma Galeazzo anticipò, ed avendo con sottile inganno preso lo zio che gli andava incontro sopra una via maestra, lo chiuse in carcere, e indi a pochi giorni lo fece morire: le città, le armi e le ricchezze della grassa Lombardia, subito ubbidirono a Giovanni Galeazzo. Egli pauroso della persona sua, quanto era audace nelle imprese per altri condotte, vivendosi chiuso e cinto d’armati nel castello di Pavia, sapeva dirigere con singolare accorgimento le pratiche insieme alle militari spedizioni; non faceva pace che in sè non covasse più semi di guerra, nè guerra senza essere pronto a giovarsi degli accordi. Grande contesa era tra ’l Signore di Verona e quello di Padova; Giovanni Galeazzo, dopo lunghi avvolgimenti, dichiaratosi pel Carrarese, ebbe Verona ponendo fine alla signoria degli Scaligeri; dipoi Vicenza, e per sopraggiunta voltosi contro a Francesco da Carrara che aveva tradito, assalì Padova l’anno 1388. I Veneziani, badando solo a quel grande odio ch’essi portavano ai Carraresi, e per allora avendo massima di non impacciarsi troppo dei casi di terraferma, avevano lasciato estendersi le armi e la potenza del Visconti fin sulle sponde dell’Adriatico. Quel da Carrara, per lunghi casi e miserevoli sottraendosi all’iniquo vincitore, scampò in Firenze a lui benevola.[58]

Ma era Giovanni Galeazzo di coloro ai quali non basta sola un’impresa, e dove non abbiano alle mani cento fila, temono incontro agl’ignoti eventi d’essere côlti alla sprovveduta, nè alla loro indole soddisfanno. Aveva disegni anche sulle cose di Toscana; e ad un ambasciatore fiorentino disse volere mutare titolo, e fu inteso che divisasse egli farsi re.[59] Nè a ciò mancavano le occasioni: in pezzi l’Italia, ed all’intorno imperi deboli; armi vendereccie, ed egli copioso di tanta moneta che nessun principe l’agguagliava:[60] Napoli consunta da interminabili guerre e di nuovo minacciata, la Chiesa divisa. Contro a Firenze erano accesi dopo l’acquisto d’Arezzo i sospetti dei vicini, che un governo ora stretto in pochi vedeano fatto più aggressivo; Perugia aveva nelle sue mura chiamato il fiero Papa Urbano, e cacciato quella parte che più aderiva ai Fiorentini. Questi, padroni di tutte le altre terre e fortezze di Val di Chiana, aveano costretto a porsi sotto al vassallaggio loro il Signore di Cortona, il quale da prima era censuario dei Senesi; teneano pratiche in Montepulciano, dove eccitata una ribellione contro alla Repubblica di Siena, occuparono la terra co’ loro soldati siccome arbitri nel dissidio; poi fatti venire in Firenze ambasciatori dei Montepulcianesi, questi come di soppiatto la descrissero nel libro della Camera della Repubblica,[61] chè in palese non si ardiva fare ai Senesi cotale onta. Quindi, a meglio assicurarsi, fatte venire in Toscana certe compagnie straniere le quali giravano per l’Italia cercando pane, le mandò sotto bandiera libera a minacciare i Perugini e a fare danni su quel di Siena. I Senesi allora chiesero d’aiuto il Signore di Milano, il quale bramoso di porre le mani nelle cose di Toscana, mandava loro alla sfilata ed a più riprese tre migliaia di soldati sotto le insegne di Giovanni d’Azzo degli Ubaldini rinomato capitano, e di Giantedesco dei Tarlati,[62] entrambi nemici capitalissimi sopra tutti della Repubblica di Firenze. Così era guerra tra ’l più possente signore d’Italia e la Repubblica (tranne Venezia) più possente, senza che alcuna delle due parti spiegasse in campo le sue bandiere. Lucignano fu ripresa ed altre castella tolte ai Fiorentini: sotto la bicocca di San Giusto alle Monache nel Chianti vennero per la prima volta in questa parte d’Italia adoperate le bombarde.[63] Poco dipoi Giovanni d’Azzo infermò e in Siena venne a morte. Grande era frattanto la sospensione degli animi all’appressarsi d’una guerra, la quale sembrava volere invadere tutta Italia; ed il vecchio Piero Gambacorti, usando l’antica amistà co’ Fiorentini, con grande animo attendeva a procurare un accordo: godeva di molta autorità presso gli altri principi e signori per la prudenza e bontà sua; talchè alla fine gli riuscì farsi mediatore d’una lega, per la quale a Pisa intervennero ambasciatori del Duca di Milano, dei Fiorentini e dei Senesi e delle altre città di Toscana, e dei Signori di Lombardia e di Romagna in molto numero.[64] Non fu stipulata mai nell’Italia confederazione tanto vasta, nè tanto solenne, nè tanto inutile per gli effetti che tosto svanirono. Montepulciano, cagione prima della guerra, non fu ai Senesi restituita che fintamente, ed in Siena stessa una ribellione fu tramata co’ nobili fuorusciti per introdurre ivi le masnade che i Fiorentini teneano sempre nei luoghi all’intorno, mentre che i Senesi viepiù si stringevano al Signore di Milano: il quale cacciava indi a pochi dì dalle sue terre i Fiorentini, e facea ritenere Giovanni Ricci che andava in Francia ambasciatore, maltrattandolo e negando poi restituirlo, perchè l’anno innanzi avea caldamente orato in Consiglio contro al Visconti e (diceva questi) messo a partito di avvelenarlo.[65] Fidava poi molto nelle corruttele, trovandosi avere egli comprato in Firenze stessa la rivelazione di alcuni segreti per mille fiorini d’oro da un Bonaccorso di Lapo ch’era stato due volte Gonfaloniere: confessava costui la colpa, onde ebbe bando e fu dipinto per traditore. Inoltre il Visconti con le pratiche di dentro e co’ soldati di fuori studiavasi tôrre a Piero Gambacorti la signoria di Pisa, ed ai Fiorentini ribellare Samminiato e più castella su quel di Arezzo, dando mano ai signori antichi ed ai gentilotti, i quali n’erano spossessati. Infine la guerra dalle due parti era protestata nella primavera dell’anno 1390.

In questo mezzo Francesco da Carrara, condotto com’era da infaticabile passione, aveva potuto ritorre Padova al Visconti con grande letizia di quei cittadini; e Verona per subito movimento scuotendo il giogo che la opprimeva, stava tra ’l porsi in libertà o richiamare un fanciullo rimasto in vita degli Scaligeri. Nelle quali divisioni bentosto accorrendo le armi di Giovanni Galeazzo, spensero nel sangue della infelice città la ribellione; e avendo impedito che Vicenza si muovesse, si spinsero innanzi infin sotto Padova a soccorso del Castello, il quale tuttora si teneva pel Visconti. Cotesti fatti vennero in punto a rinnalzare alcun poco gli animi de’ Fiorentini, i quali avendo in Toscana molta guerra intorno a Siena e ad Arezzo, vedevano anche pericolare Bologna, antica difesa delle città guelfe contro a’ Signori di Lombardia. Richiamarono con grande fretta Giovanni Aguto, ch’era sempre in Puglia ai servigi della vedova di Carlo di Durazzo, e assoldarono Rinaldo Orsini buon capitano, che avendo appena raccolte sue genti moriva all’Aquila; ma l’Aguto per vie nascoste sottraendosi alle armi nemiche, era giunto con due mila lance al soccorso di Bologna; intorno alla quale Iacopo del Verme, principale capitano del Visconti, con forte esercito campeggiava, assistito dal favore di presso che tutti i signorotti di Romagna, che stavano col più forte. L’Aguto, riuscendo con grande maestria a prevalere in molti assalti di qua dal Po, conduceva infine le armi sue a Padova, costringendo il marchese di Ferrara, il quale inclinava verso il Signore di Milano, a porsi in lega co’ Fiorentini. Già intorno a Padova era giunto un altro soccorso, ma insufficiente: il Carrarese aveva mosso contro al Visconti il duca Stefano di Baviera, marito a una figlia dell’ucciso Bernabò, e i Fiorentini gli aveano dato ottantamila fiorini perchè scendesse in Italia con dodicimila cavalli: scendeva con la metà del promesso numero, e bastato solamente alla riscossa di Padova, ritornava quindi in Germania senz’altro effetto, o non volesse o non sapesse o anch’egli fosse corrotto dall’oro di Giovanni Galeazzo. L’Aguto, avendo inutilmente tentata Vicenza e Verona che trovò essere ben guardate, potè spingersi però infino all’Adda, sulle cui sponde celebrarono i Fiorentini correndo i palii, com’era usanza, il dì solenne di san Giovanni.[66]

Quivi aspettava in forte sito il Capitano della Repubblica infinchè a lui si congiungesse un altro esercito che scendeva contro al Visconti giù dalle Alpi. Dappoichè le Sicilie furono date in Regno ad una famiglia di Francesi, più non cessarono questi d’immischiarsi nelle faccende d’Italia, ed ora un altro Duca d’Angiò rivendicava con le armi le ragioni della spossessata regina Giovanna, della quale era fatto erede. Bene i Fiorentini si tennero fuori da tale contesa, invano adopratisi a conciliarla con che il figliuolo del Duca d’Angiò sposasse la figlia rimasta di Carlo di Durazzo: e quando cercarono dal re di Francia Carlo VI aiuto nella guerra di Lombardia, proponeva questi due condizioni; riconoscessero come legittimo e vero papa quel suo d’Avignone, e al Re pagassero un tributo ancorchè minimo, onde avesse egli alcun titolo a pigliare i Fiorentini in protezione. Rifiutarono, perocchè l’una delle due cose importava incostanza nella fede, e l’altra diminuzione di libertà. Ma si apriva loro in Francia altra via, e senza obblighi verso il Re; appresso a lui poteva molto il fratello Duca d’Orléans, recente marito a una figlia di Giovan Galeazzo, a quella poi tanto ricordata Valentina, dalla quale cento anni dopo un altro ramo di Re francesi pretendeva tenere un diritto al ducato di Milano. L’oro del suocero accresceva la potenza di quel Duca d’Orléans, contro del quale stavano gli altri principi del sangue, e acerbo nemico il Duca di Borgogna: questi volendo abbassarne la grandezza, metteva innanzi il conte Giovanni d’Armagnac, la cui sorella sposa a Carlo primogenito di Bernabò Visconti non si dava pace di vederlo privato ed esule e insidiato sempre. Incitava essa quindi il fratello a pigliarne la vendetta, e quel di Borgogna faceva che sotto le insegne di lui si raccogliessero in gran numero i soldati allora dispersi di certe bande che aveano prima desolato le provincie intorno al Rodano e alla Loira.[67] I Fiorentini somministrarono all’Armagnac in due paghe centocinque migliaia di fiorini, e molti più ne promettevano quando avesse condotto a fine l’impresa. Scendeva costui ne’ piani di Lombardia con la forza di quindicimila cavalli, ed era dato ordine si congiugnesse con Giovanni Aguto, che stando sull’Adda divisava farglisi incontro verso Pavia. Non sia chi si vanti più animoso dei Francesi, ma era in Italia più arte di guerra; scorrevano quelli pei grassi piani di Lombardia fidatisi andare a facile preda:[68] ma era consiglio d’Iacopo del Verme guardare le terre, tra le quali avendo munita quella di Alessandria con forte presidio ed all’insaputa dei nemici, questi crederono espugnarla tostochè se l’ebbero incontrata sulla via, mentre muovevano giù da Asti. Discesi a terra per dare l’assalto, lasciarono addietro i loro cavalli; addosso ai quali venuto ad un tratto il Capitano del Visconti, gli prese o disperse, e quindi volgendosi con la sua buona e grossa mano di uomini d’arme, percosse incauta e sprovveduta l’oste dei pedoni, la quale già era impegnata fortemente contro ai soldati della Fortezza. Fu grande la rotta che toccarono i Francesi, e la fuga sparpagliata senza cavalli e senza capo; imperocchè l’Armagnac, vinto dal caldo ch’era eccessivo il giorno 25 luglio 1391 e dall’angoscia dell’animo, avendo bevuto molta acqua, fu colto da un subito accidente, del quale moriva il giorno dipoi. È da vedere come la morte di questo Signore venga narrata prolissamente dal cronista francese Froissart, il quale alle volte ti sembra storico e alle volte romanziere. Dei fuggitivi presi in caccia dai soldati d’Iacopo del Verme quanto distendesi il Piemonte infino alle Alpi, molti rimasero prigionieri; uccisi molti altri per le strade di Savoia, e quindi giù pel Delfinato insino al Rodano e alla Senna, dove gli avanzi di quelle terribili bande già tanto crudeli non trovavano pietà, pochi e miseri e mendichi tornati essendo alle loro case.[69]

I Capitani del Visconti nella letizia di tanta vittoria condussero senza porre tempo in mezzo le armi loro sopra l’Adda, sperando avere facilità quivi di rompere Giovanni Aguto; che sarebbe stato fiaccare del tutto le forze nemiche e porre termine alla guerra. Ma questi già vecchio e prudentissimo capitano, appena sentita la rotta dell’Armagnac, ritraendosi alcun poco e con buon ordine lentamente fin verso Cremona, quivi sostenne con suo vantaggio un primo assalto, e poi varcato co’ nemici sempre addosso l’Oglio ed il Mincio, indi pe’ confini di Verona e di Vicenza pervenne con frettoloso cammino sulle terre padovane, facendosi spalla di Francesco da Carrara che teneva la città. Ma era suo fine portare l’esercito alla difesa di Toscana; al che gli restava ultimo e più difficile impedimento il fiume dell’Adige, intorno al quale era il terreno allagato dai nemici che sempre a tergo lo inseguivano: passò tra le acque felicemente,[70] e avendo amiche le terre estensi e le bolognesi, ebbe poi facile e sicura la via fin dentro ai confini di Toscana. Quivi era di lui ansietà eguale al desiderio, imperocchè Iacopo del Verme già vi era disceso a grandi giornate per l’Alpe di Lunigiana, ed era già intorno a Lucca ed a Pisa, mentre l’Aguto da Pistoia, passato l’Arno, gli venne a chiudere le vie di Siena e di Firenze ponendo il campo a Samminiato. Era consiglio d’Iacopo del Verme andare a Siena battuta forte dai Fiorentini che ivi tenevano, sotto Luigi da Capua figlio del conte d’Altavilla, un esercito di quattromila cavalieri e duemila fanti tra italiani e tedeschi consueti a’ soldi d’Italia: e quindi lasciando l’Aguto a’ suoi fianchi, per la via di Volterra girò a Siena, dove ingrossatosi delle genti che potè ivi raccorre e forte di sopra a diecimila cavalli, si condusse voltando indietro a Poggibonsi. Quivi l’Aguto già era accorso a guardare il passo, ma non parendogli di bastare contro al troppo grande numero dei nemici, si chiudeva nelle castella; ed intanto quelli a file serrate procedendo per la valle d’Elsa, in due o tre giornate vennero nel piano di Pistoia. L’Aguto, seguendogli, poneva il campo vicino a loro presso Tizzana, dove grande aiuto gli sopravvenne di genti del contado di Firenze e di collegati; chè sola Bologna aveva mandato duemila cavalli e quattrocento balestrieri. Quindi al Capitano del Visconti parve ritrarsi inverso Lucca; lo inseguiva l’altro, e avendo colta in sulla Nievole la retroguardia sprovveduta, l’assalì e percosse con suo grande vantaggio, avendo anche preso Taddeo del Verme che la comandava, congiunto del Capitano.[71] Ma qui per allora finiva la guerra: il Doge di Genova Antoniotto Adorno aveva più volte mandato a Firenze proposizioni di pace, della quale era molto desideroso Piero Gambacorti, ed a promuoverla s’adoprava il nuovo papa Bonifazio IX; Giovan Galeazzo era pronto sempre a vantaggiarsi per via d’accordi. Infine elessero le due parti a comuni arbitri l’Adorno in suo proprio nome, e il Gran Maestro di Rodi Ricciardo Caracciolo legato del Papa, e terzo arbitro il Comune e popolo di Genova. Pronunziarono insieme il lodo; per cui rimase a Francesco da Carrara Padova, ch’era il principal momento di quella contesa, con che al Visconti pagasse per cinquant’anni diecimila fiorini l’anno: i fuorusciti di Siena, tra’ quali nobilissime famiglie i Malavolti ed i Tolomei, riavessero i beni, ma senza però tornare in patria, il che volevano con grande istanza i Fiorentini; le castella si rendessero dalle due parti; ed al Visconti non fosse lecito mandare sue genti in Toscana, se non quando patissero offesa i Perugini o i Senesi che a lui erano collegati. Nei pochi mesi di quella guerra i Fiorentini aveano speso un milione e duecentosessantaseimila fiorini d’oro, secondo che scrive Lionardo Aretino avere trovato nei Libri della Camera del Comune. I cittadini aveano pagato tanti danari, che quasi niuno poteva più pagare, e molti erano rimasti deserti. Aveva il Comune sì grande il debito, che presso che tutte le rendite sue ne andavano a pagare l’interesse del Monte; e quindi stretti dalla necessità, fecero molti provvedimenti ad accrescere le entrate e diminuire l’interesse, i quali erano contro alla fede data, e molti cittadini ne ricevettero grandi danni; ma pur sel patirono. Tra le altre cose fu ordinato si ritenesse ogni anno la quarta parte dell’interesse, e coi danari ritenuti gli ufficiali del Monte comperassero dai creditori al minor pregio che potessero i titoli iscritti, a fine di scemare via via la somma del debito posato sul Monte, secondo che era, siccome vedemmo, antica usanza nella Repubblica.[72]

Ma non cessavano le offese, perchè cessasse la guerra; gli odii restavano e i sospetti, e i disegni concetti prima si maturavano più in segreto; nè mai le paci in quella età davano quiete, poichè le bande di soldati licenziati seguitavano per conto loro correndo le strade a fare guasti ed imporre taglie pel riscatto delle terre, al che d’ordinario tenevano mano coloro medesimi che prima gli ebbero assoldati. Parve quindi necessario ai Fiorentini, conchiuso appena l’accordo del quale assai si dolevano, di nuovo ristringere coi Bolognesi e coll’Estense e col Signor di Padova l’antica lega; cui s’aggiunsero alcuni Signori delle terre della Chiesa, e quello di Mantova in sugli occhi del Visconti, che in modo crudele ne faceva rappresaglia dentro alla stessa Toscana. Piero Gambacorti usava ogni industria durante la guerra a schermirsi dal Visconti, pur sempre restando fedele amico alla Repubblica, per le cui forze si manteneva nello Stato, costretto però fin anche a impedire le mercanzie tra Pisa e Firenze, quando Iacopo del Verme girava in arme attorno a Pisa. Finita la guerra, a lui parve essere sollevato, ma ignorava l’infelice quello che in casa gli si tramasse. Era il popolo di Pisa come sempre ghibellino, così da gran tempo in molta paura della Repubblica di Firenze: ciò dava gran presa ai disegni del Visconti, il quale si aveva guadagnato ultimamente Iacopo di Appiano, scellerato uomo, che lo stesso Gambacorti si aveva allevato in grembo e fattolo suo cancelliere e confidente d’ogni più occulto pensiero suo. Alle denunzie ripetute che lui mostravano traditore non volle credere il buon vecchio: infine l’Appiano armatosi un giorno sotto colore di difesa contro ai Lanfranchi nemici suoi; quindi alla scoperta sotto agli stessi suoi occhi, facea trucidare colui dal quale teneva egli tanti benefizi e tutto l’essere suo. Pigliava poi subito la signoria di Pisa, tenendola ai cenni di Giovanni Galeazzo, che mandovvi anche soldati suoi.

In Firenze era, come vedemmo, da oltre dieci anni il reggimento nelle Arti maggiori, e i savi uomini e discreti si rallegravano al vedere tornata l’antica e buona forma della Repubblica, esclusa la plebe, e a ogni Arte dato il luogo suo, in quelle essendo la preminenza che più valevano pel sapere e per la ricchezza, e che alle altre davano il lavoro: scrive un cronista, che pareva essere tornati in via di verità. Ma già era il tempo dei governi popolari trascorso, e un secolo s’appressava di costumi signorili, d’imprese più vaste che voleano governi stretti, di forze raccolte in mano di pochi: nelle Arti maggiori sorgeano famiglie insieme capaci d’in sè comprendere tutta la Repubblica, battuti gli uomini che tiravano alla parte popolare o fosse a studio d’ambizione o per amore di egualità. La riforma dell’87 manteneva nei pochi lo Stato con la formazione delle Borse e col rigore degli squittinii pressochè tali da impedire l’incertezza delle tratte; ma perchè fosse governo stabile, mancava tuttora una forza che bastasse contro ai ritorni frequenti sempre delle popolari sedizioni, e che agli uomini del Palagio in ogni evento si assicurasse il dominio della Piazza. Quello che Giano della Bella aveva fatto nel 1293 armando il popolo contro a’ grandi, volevano ora cento anni dopo contro al popolo i nuovi ottimati, usciti da esso e da lui tuttora non bene divisi; patrizi in abito cittadino costretti cercare giù nel popolo le armi, non che i titoli e il diritto, e pur sempre essere popolani.

Era tratto pei mesi di settembre e ottobre 1393 Gonfaloniere di giustizia Maso degli Albizi, nato da un fratello di Piero che aveva sì alto levata la grandezza di quella famiglia: la memoria dello zio e quella stessa crudele morte che egli incontrava con dignità, davano a Maso aderenze grandi; e bene era egli uomo da usarle, avendo appreso nel lungo corso dei cittadini rivolgimenti come per mezzo del popolo si possa il popolo governare; uomo tutto fiorentino e sopra ad ogni altro capace a reggere quello Stato secondo che davano le condizioni di esso, le quali giammai non ebbe in animo di alterare. A’ 9 di ottobre, s’udì che avevano due sbanditi rivelato certe intelligenze di dentro con quelli che erano in Bologna, a fine di rendere lo Stato al popolo delle ventiquattro Arti. Di tali pratiche ve n’è sempre là dove sieno fuorusciti, e una denunzia viene in punto quando più giovi a chi governa farsi arme e scusa di un pericolo a meglio opprimere gli avversari. Allora essendo per quell’accusa tre artigiani presi e tormentati, dissero cose vere e non vere, e nominarono come fautori di quel trattato Cipriano ed altri degli Alberti che rimanevano in città: i quali essendo subito dati al Capitano che gli esaminasse, nulla confessarono. La domenica veniente, 19 ottobre, suonò a parlamento, al quale andarono molti giovani di grandi famiglie: fu data balìa prima a trentaquattro cittadini e poi ad altri in maggior numero eletti in Palagio dai Signori e dai Collegi, e i più da coloro che erano in sulla piazza, forse mille uomini che se ne stavano serrati presso alla ringhiera, dove i Signori erano scesi; costoro gridavano: «questo vogliamo, e questo no.» Elessero Capitano di guardia Francesco Gabbrielli d’Agubbio (famiglia che sempre si vede chiamata a fare le opere più violente); ordinarono che si potesse dai Signori e dai Collegi soldare più genti d’arme che prima non fosse lecito, ed imporre per via di prestanza danari senza che il partito andasse ai Consigli. Le borse antiche si rivedessero, e se alcuno fosse tratto per Gonfaloniere che non piacesse, altri fosse posto in luogo suo, ma rimanendo egli dei Priori; tra i quali fossero tre almeno di quelli scritti nel borsellino: il Gonfaloniere di giustizia, perchè avesse più autorità, vollero fosse in età almeno di 45 anni, il quale termine fu d’allora in poi tenuto fermo: il magistrato di Parte guelfa tornasse com’era prima del 1378, salvochè non avesse un Gonfaloniere suo, ma fosse retto da Capitani come era in addietro; e mantenuta la provvisione di quell’anno, per cui si toglieva a quel magistrato l’odioso diritto dell’ammonire o condannare chicchessia per ghibellino, che fu cagione di tanti scandali;[73] ma che non era più necessaria, lo Stato essendo oggimai tolto di mano al popolo degli artefici. Al quale effetto usarono anche un’altra industria; giovani nobili o gentiletti si facevano matricolare nelle arti minute, e in quelle così veniano ad essere principali.[74]

Ma qui ebbe principio una molto violenta persecuzione durata più anni contro a quella famiglia degli Alberti che prima era stata toccata con tanta riserva o quasi timidità, talchè uno solo d’essi, ma il più famoso, moriva in esiglio. Ora, qualunque si fossero gli odii di parte o più veramente quei personali di Maso degli Albizi, quanti rimanevano degli Alberti, eccetto un solo co’ suoi discendenti, ebbero bando a distanze grandi, chi in qua chi in là, in Rodi, in Fiandra, a Barcellona; costretti dare malleverie o sodamenti per l’osservanza del confino e pagare multe; con proibizione di vendere i beni loro o di obbligarli in modo alcuno, perchè mentre gli uomini avevano bando, gli averi di nulla gravati restassero a discrezione della Repubblica.[75] In seguito vennero fatti di popolo molti di famiglie grandi, ma che attenevano personalmente ai nuovi ottimati; tra’ quali Bettino da Ricasoli, che nel 78 si era mostrato nell’ammonire così ostinato e poi era stato uno dei ribelli: molti del popolo vennero fatti grandi, ed altri banditi o dannati a carcere perpetua, e uccisi taluni. Ma quello che fu poi tutto il nerbo di quello Stato il quale pigliava allora solido fondamento, fecero il Comune soldasse trecento fanti e dugento balestrieri genovesi, i quali abitassero vicini alla piazza e di quella stessero alla guardia: scrissero poi due mila cittadini atti nell’arme e dei loro più confidenti, ai quali diedero una sopravesta con l’insegna della Parte guelfa; questi divisi per gonfaloni aveano loggie dove al bisogno si radunasse ciascun gonfalone, ed ai non iscritti in quella milizia era vietato portare armi, pena la testa.[76] A benefizio ed a richiesta dell’Arte della lana, ch’ebbe gran mano in questi fatti,[77] e nella quale erano gli Albizzi potentissimi, si decretò che per cinque anni fosse proibita l’entrata dei panni forestieri, eccetto d’alcuni pochi luoghi designati.

Mentre si facevano tali cose e in mezzo al rumore durato più giorni, una parte degli artefici ch’erano armati in sulla piazza piena di gente andarono a casa del Capitano del popolo, e tolto il pennone tornarono in piazza gridando «Viva il Popolo e le Arti:» ma gli altri, corsi loro addosso, fecero ad essi gridare «Viva il Popolo e Parte guelfa;» al che negandosi due di quelli, furono morti; e nella piazza più non s’udì altro che una voce. I Priori per la meglio avevano dato l’insegna dei Guelfi e quella del Popolo a due molto cari ed autorevoli cittadini, Donato Acciaioli e Rinaldo Gianfigliazzi, i quali non erano interamente di parte loro, ma si tenevano di mezzo e non volevano ricadere nelle Arti minute. Allora di queste andarono molti a Vieri de’ Medici, che rimaneva con un Michele de’ parenti di Salvestro; volevano togliesse l’insegna del Popolo, che tutti sarebbero andati con lui, dicendo che meglio d’ogni altro cittadino la doveano aver loro due: ma benchè molti si adoprassero a questo effetto, ed in più modi, ricusò Vieri e stette a casa, o fosse in lui poca ambizione o bontà o prudenza. Ma fu tenuto che se i Medici avessero allora voluto essere cogli artefici, molti scoprendosi che non si ardivano, era gran pericolo che la città non rimanesse sotto le branche di quella famiglia: parole quasi divinatrici in bocca di tale il quale non vidde dipoi quelle branche davvero stringere la Repubblica.[78] Così finivano i due mesi memorabili del gonfalonierato di Maso degli Albizi; e pe’ due che furon ultimi dell’anno 1393 veniva tratto gonfaloniere, o piuttosto scelto, Niccolò da Uzzano, grande cittadino, il quale vedremo per molti anni insieme con Maso governare quello Stato che a senno di pochi reggeva dipoi, non senza gloria, la Repubblica.

Rimanevano da umiliare o da percotere due soli, Donato Acciaioli e Rinaldo Gianfigliazzi, che da principio diedero mano a quello Stato, ma pure voleano governo più largo, e a quella setta non aderivano la quale infine era venuta ad occuparlo. Il Gianfigliazzi, perchè era uomo che si contentava tenersi di mezzo, avea promesso ad un Alberti una sua figlia; del che adombrandosi quei dello Stato, gli Otto di guardia gli comandarono con gravi minaccie disfacesse il parentado, ed egli ubbidiva: ma la fanciulla amava il giovane ed altri non volle: talchè abbassato messer Rinaldo ch’ebbe gran biasimo della rotta fede, ed egli essendo poi negli uffici anche adoperato da chi reggeva, diedero questi consentimento che il matrimonio si facesse. Ma di altra tempra e di ben altra autorità era Donato Acciaioli, il più eminente cittadino che avesse Firenze sì per la famiglia che il gran Siniscalco aveva levata sopra alle private condizioni, e sì per il grado che tenea Donato nella Repubblica, dove le maggiori ambascerie o commissariati ed i negozi di più rilievo a lui venivano confidati; l’acquisto d’Arezzo teneano che fosse opera sua. Franco ne’ consigli, severo ed anche aspro talvolta riprenditore, non temeva egli l’egualità perchè sicuro in sè medesimo, che tra gli eguali sarebbe primo: i suoi contrari invidiosamente lui chiamavano duca e principe. Nei primi tempi si teneva egli non alieno dallo Stato, e fu anche nel 1395 Gonfaloniere, e andò a Milano ambasciatore. Ma sul principio del 96 veduta la setta vie più ristringersi con la esclusione dei meno amici o confidenti, e accadendo quella volta essere tratta una Signoria dov’erano tali cui l’Acciaioli credeva potersi fidare, a lui parve essere momento da riformare lo Stato ampliando le borse con la restituzione di coloro che n’erano stati di recente tolti via, sebbene fossero meritevoli. Si apriva di questo con taluni de’ Priori e con un figlio del Gonfaloniere di casa Ricoveri; ma quelli risposero, come spauriti, non essere cose le quali fossero da toccare; e il giovine al padre riferì il tutto. Al Gonfaloniere e agli altri parve che il caso volesse rimedio, ed ai capi della setta parve da cogliere l’occasione. Fu eletta una pratica di Dodici cittadini, ed uno era (consueta astuzia in questi casi) Donato stesso; il quale chiamato con gli altri in Palagio, vi andò; ma tutti presente lui si riguardavano come da uomo di già sospetto, e uno disse apertamente che il male era dentro e che doveasi prima tôrre. Fu quindi rinchiuso nella camera del Frate, e gli altri andavano e venivano, e chi in un modo e chi nell’altro lo consigliavano; amici falsi lui stringevano a confessare la colpa. Qui varie e dubbie relazioni lasciano incertezze intorno a quel fatto, e non mancò chi la disse guerra incontro mossagli per invidia.[79] Donato istesso, in una lettera che dipoi scrisse alla Signoria, non bene si vede se non potesse dei fatti suoi dire ogni cosa, o non volesse troppo allargarsi nell’accusare i potenti che l’oppressero, o quei più bassi che lo tradirono: forse irritato e messo al punto, aveva egli minacciato venire alle armi; forse i paurosi a lui devoti e i più avventati gli consigliavano di munirsi, e intanto andavano per città spargendo voci di sedizione. Tra’ suoi contrari, i più feroci voleano fosse dannato a morte; e vi ha chi dice avere egli scampato la vita col rendersi in colpa e domandare perdonanza in ginocchioni senza cappuccio davanti a’ Signori. Ebbe egli invece confine a Barletta per venti anni; e la Signoria scriveva pubbliche lettere al fratello di lui Agnolo Acciaioli, ch’era Cardinale, escusandosi della necessità in che era stata di dare bando al principale suo cittadino, per avere egli cercato, e (quando in altro modo non si potesse) per via della forza, mutare lo Stato e gli ordini della Repubblica. Con l’Acciaioli furono condannati Alamanno di Salvestro ed altri dei Medici, ed artefici di minor conto.[80]

Tra gli sbanditi erano molti rotti alle zuffe cittadinesche, dall’esiglio inferociti, e pronti ad ogni temerità. La Lombardia n’era piena, e molti spiavano in Bologna le occasioni; otto dei quali (v’era un Adimari dei Cavicciuli, un Ricci, un Medici, un Girolami) chiamati da uno dei Cavicciuli di dentro, dopo essere due dì stati occulti in Firenze, uscirono insieme per uccidere Maso degli Albizzi, la cui morte si credevano bastasse a mettere la città in arme. Avevano spie, dalle quali udito che Maso era entrato da San Piero nella bottega d’uno speziale, corsero quivi; ma non trovatolo, e per la via stessa tornando indietro in Mercato Vecchio, uccisero due giovani figli di cittadini a loro nemici; e ritrattisi di quivi pure, per la grande calca si fermarono nella Loggia degli Adimari che aveva nome la Neghittosa, gridando al popolo che gli attorniava: «Serrate le botteghe, e seguitateci; chè non pagherete più prestanze e non avrete più guerra.» Non bastò; ed essi ch’erano andati giù per la via de’ Servi, quando ebbero avviso di gente armata che là muoveva, si rifuggirono in Santa Maria del Fiore, quivi entrati per le tetta delle nuove costruzioni; e là rinchiusi ed assediati, furono presi la sera, e tosto decapitati a piè dei loro palagi stessi.

Qui ai tempi precorrendo per non dividere la materia, narreremo come in appresso avendo un altro dei Cavicciuli rivelato avere saputo da un altro dei Ricci d’una più vasta congiura che s’ordiva con gli usciti, furono presi gli accusati, dai quali si seppe come dovessero molti rientrare in Toscana segretamente e pel greto d’Arno invadere la città; dove uccidendo i fanti che stavano a provvigione della Repubblica, avriano comodo d’ammazzare i reggitori, ed a foggia loro mutare lo Stato. Su di che essendo gli accusati presi, ebbero mozza la testa, salvo uno cui fu perdonato alle lacrime del padre, onorato cittadino che da Venezia corse a pregarne in ginocchioni la Signoria. Dipoi uno degli Alberti che si tenea quieto, ma fu denunziato da un monaco il quale diceva avergli tenuto mano, ebbe condanna ma non della testa perch’egli negava, sebbene il monaco molto lo aggravasse. Allora volendo a tali pratiche porre un termine, fecero balía di novanta cittadini, quindi altra balía, per le quali ebbero bando sei degli Alberti e sei dei Ricci e due dei Medici, tre degli Scali, due degli Strozzi, Bindo Altoviti, un Adimari e molti di plebe: con essi anche furono chiamati ribelli i Conti di Bagno e quei di Modigliana e gli Ubertini, i quali s’erano un’altra volta levati contro alla Repubblica. Dipoi furono messi a sedere tutti i Medici, tranne pochi, e tutti i Ricci, e più Alberti confinati.[81] Ma contro a questa famiglia si trovano pel corso di più anni estese o aggravate le condanne, poi fatte comuni a quanti portassero quel nome, del quale nessuno infine poteva, senza essere ucciso per taglia di mille o più fiorini, farsi trovare dentro alle dugento miglia dalla città di Firenze; aggiungendo che nessuno di questa famiglia il quale fosse in età di sedici anni o che in avvenire a quella giugnesse, potesse in Firenze rimanere. Tutte le case degli Alberti si vendessero, togliendo da quelle le armi della famiglia, e la loro loggia fosse rasata a terra: chi togliesse donna degli Alberti o in quella casa ponesse una figlia, pagasse di pena mille fiorini d’oro: niun cittadino o suddito della Repubblica potesse nel raggio di dugento miglia farsi loro socio di commercio o fattore; e quando fosse, dovesse ritirarsi dentro a sei mesi. Continuava quella persecuzione per tutta intera un’età d’uomo: quando poi furono morti quei vecchi nei quali vivevano più fieri gli odii della parte loro, e quando gli Alberti non più si temevano, vennero questi gradatamente riabilitati.[82] Ora è da tornare ai fatti esterni della Repubblica.

Era morto sul principio del 1394 presso Firenze in Polverosa Giovanni Aguto, molto onorato dalla Repubblica:[83] la quale vedeva i migliori capitani tutti stare col Visconti, e fra tutti erano i più insigni Alberico e Giovanni da Barbiano. Guerreggiava questi su quel di Ferrara con Azzo da Este contro al marchese Niccolò, al quale avevano i Fiorentini mandato soccorso d’oltre quattrocento lance; le quali unite alle forze del signor di Faenza Astorre Manfredi, ponevano assedio al castello di Barbiano, lungamente prolungandosi in quelle parti la guerra. Da un’altra banda, alcune compagnie di fuorusciti Perugini entrate in Toscana si erano messe intorno a Gargonza, e con l’appoggio dei Senesi, molto infestavano Val di Chiana: in Pisa l’Appiano fortificatosi con aiuti più o meno palesi di Giovan Galeazzo minacciava Lucca, la quale si venne più a ristringere co’ Fiorentini. Per le quali cose bene era guerra tra le due parti, ma perchè a Firenze giovava stare sulle difese, ed al Visconti l’occulta guerra soleva fruttare assai meglio della campeggiata, gli ambasciatori andavano e venivano scambiando le accuse, ma senza cessare le professioni della amicizia; tantochè infine si foggiò anche un simulacro di lega, con la solita bugia d’opporsi alle bande dei venturieri, quasichè fossero essi soli la cagione per cui la pace veniva turbata. Frattanto Giovan Galeazzo s’era fatto duca di Milano, avendo comprato cotesto titolo per moneta dall’abietto imperatore Vinceslao, che da principio aveva offerto ai nemici del Visconti il poco valido suo aiuto.

La Repubblica, mentre onorava per ambasciatori il nuovo Duca nelle magnificenze di Milano, più era sollecita a cercargli nimicizie; frequenti andavano gli oratori nei vari Stati anche d’oltremonti, e Coluccio Salutati scriveva lettere infiammate, sì che il Visconti soleva dire che la penna di Coluccio era a lui peggio che una spada: i mercanti fiorentini sparsi pel mondo attizzavano odii contro al tiranno di Lombardia. Ma nell’Italia non erano forze bastanti ad essergli contrappeso, e quindi Firenze dovette sè fare centro di ogni cosa, usando le industrie e l’acutezze degli ingegni, e confortata dall’antiveggenza di quei mancamenti che la gran possa del suo nemico in sè medesima troverebbe.[84] In Puglia il giovane Ladislao, figlio rimasto del re Carlo di Durazzo sotto la tutela di Margherita sua madre, avea da combattere la sparsa guerra dei Baroni di parte contraria; e i Fiorentini, ai quali premeva fortificare quel Regno, a lui cercavano l’amicizia del Papa, levando via certi scandali e salvatichezze ch’erano nate tra loro, e procurando il maritaggio di Giovanna sorella di lui con Sigismondo novello re d’Ungheria, perchè ricongiunte insieme le forze di quei due Regni, assicurassero lo Stato di Napoli contro alla parte che favoriva gli Angiovini di Provenza. Andarono a questo fine ambasciate a Roma, e a Gaeta dove era Ladislao, o a Buda dell’Ungheria: dal Papa nemmeno ebbero il soccorso che Bonifazio poteva dare, essendo gran parte delle terre della Chiesa ribelli, da poi che gli stessi Fiorentini le avean chiamate venti anni prima a libertà; e ora prestavano questi mano contro al Papa ai Perugini, mentre che Roma tumultuando si governava pei suoi Banderesi.[85] Cercato avrebbe Bonifazio a sè difesa contro al Visconti da una lega che a lui sarebbe parsa potente abbastanza, qualora Venezia in quella fosse intervenuta; e i Fiorentini in questo mezzo a lui dispiacevano chiamando aiuti dai Re francesi che mantenevano l’osservanza dello scismatico d’Avignone e lui studiavansi di promuovere. La Repubblica inviava quell’anno 1396 ambasciatore a Parigi Maso degli Albizzi, cui si aggiunse poco di poi Buonaccorso Pitti; dopo lunghi negoziati a’ 29 settembre strinsero lega, che fu di nome, col re Carlo VI alienato della mente: ma di Francia non veniva pure un soldato,[86] ed i Fiorentini doveano scusarsi appresso al Papa ed a Ladislao col dire che, aveano in tutto salvato le ragioni loro nelle condizioni dell’accordo; e mandarono a Venezia Niccolò da Uzzano perchè dichiarasse che nella lega con Francia non voleano fare nè per l’Antipapa nè per il Duca d’Angiò, nè contro alla libertà d’Italia.[87] Bene il Visconti opponeva ai Fiorentini meglio essere che gli Italiani si tengano Italia, che lasciarci pigliare piede ai Francesi;[88] ma egli frattanto cercava condurre il Re dei Romani ed altri principi Alemanni contro a’ Francesi,[89] che nell’Italia di già avevano messo piede per altra via; imperocchè Genova, cui tanto mare ubbidiva ma che di sè stessa non bene tenne la padronanza, temendo cadere un’altra volta sotto al Visconti, s’era data al Re di Francia.

Il Duca frattanto, il quale teneva in Toscana piede fermo a Siena ed a Pisa, fatte oramai sue dipendenti, aveva mandato in quest’ultima città i due Conti da Barbiano con cinquemila soldati ad infestare i Lucchesi, i quali vivevano sotto Lazzaro Guinigi in amistà con la Repubblica di Firenze; e questa avendo a soccorso loro inviato sue genti e sprovveduto San Miniato, uno dei Mangiadori fuorusciti, di furto entratovi, uccideva il Commissario fiorentino, ma era dal popolo ricacciato;[90] e il conte Alberico scorreva da Siena fin sotto le mura di Firenze a Pozzolatico ed a Signa, guastando il contado. Era la guerra già denunziata, sebbene anche prima e fin dall’ottobre 1395 per un consiglio di Richiesti fosse fatta deliberazione di opporsi al Visconti, e creati i Dieci di balía e condotto gente d’arme e chiesto l’aiuto de’ Bolognesi e degli altri collegati di Romagna. Imperocchè il nodo di tutta la guerra già era in Mantova assalita con grande sforzo dal Duca, il quale da prima con gravi barconi ed artiglierie fatte scendere giù per il Mincio, avea rotto i ponti ed i serragli della fortezza; la quale tuttavia resistendo per la difesa delle lagune, e i Fiorentini avendovi in più tempi mandato fino a millesettecento lancie sotto Carlo Malatesta, mentre all’incontro molto ingrossavano le genti del Duca, fu a Governolo grande battaglia e gran rotta dei Ducheschi, ma scarso il frutto pei collegati, il Malatesti avendo ricusato spingere innanzi la guerra. Venezia allora la prima volta entrava in lega, ma con l’intendimento di farsi arbitra della pace, siccome colei che fino a quel tempo, o nulla ambiva in terraferma, o solamente la ruina dei Carraresi, intanto piacendole si logorassero le due parti.[91] Aveva cercato che in lei facessero compromesso; al che negandosi il Visconti, fu stretta la lega, con questo però, che da sè soli i Veneziani potessero fare pace o tregua anche pei collegati, i quali dovessero il fatto loro ratificare: imposero quindi nel maggio del 1398, e innanzi d’averla con gli altri convenuta, una tregua per dieci anni; tanta era in Italia già da quel tempo l’autorità della Repubblica di Venezia.[92] In Pisa era morto Iacopo d’Appiano, avendo sepolto pochi mesi prima il figlio Giovanni capace a reggere quello Stato, il quale cadeva nell’altro suo figlio di nome Gherardo, uomo da poco; e già il Visconti con la frode e con le armi aveva tentato occupare le fortezze; laonde Gherardo, perchè alla casa degli Appiani nessuna infamia mancasse, vendeva al Duca Pisa per duecento mila fiorini d’oro, col riservarsi la signoria di Piombino, che indi rimase nei discendenti di lui: indarno i miseri Pisani avevano offerto pagare essi la moneta e riscattarsi a libertà. Peggio fece Siena, che di proprio moto si diede al Duca in servitù; il che era già stato deliberato fino dall’anno 1391, ma non ebbe esecuzione, sinchè ora fu vinto nel Consiglio generale; le guerre avevano e le contenzioni ridotta in miseria quella nobile città, diserto lo Stato e quasi vuoto d’abitatori.[93] A quel tempo stesso Perugia e Assisi erano venute sotto il dominio del Duca, invano il Papa ed i Fiorentini a ciò essendosi contrapposti; Lazzaro Guinigi signore di Lucca era ucciso a tradimento da un suo proprio fratello ad istigazione del Vicario in Pisa del Duca, il quale dava indi mano a Paolo della famiglia stessa che pigliò la signoria, e lunghi anni poi la tenne: il Conte di Poppi, quello di Bagno, gli Ubertini si diedero al Duca; il Signor di Cortona s’accordò con lui: guerra minuta di correrie da questi facevasi in Casentino e nel Chianti; e gli sbanditi del 93, cui piaceva scaldarsi a quel fuoco, lo attizzavano più che mai.[94] Allora una pace in Pavia fu conchiusa dai Veneziani, a questa obbligando anche gli altri collegati secondo il patto che aveano posto; del che i Fiorentini si dolsero assai:[95] ma pace non fu, siccome tregua non era stata, e sempre i danni continuavano. Anche la peste era venuta fieramente a percuotere la città, da quella fuggendosi grande numero di cittadini; infuriò in Roma nei mesi del giubbileo di quell’anno 1400, e dipoi corse tutta Italia.

Qui è luogo a dire di quella devozione dei Bianchi penitenti, la quale venuta d’oltr’Alpe, era entrata per Genova e Lucca in Toscana l’anno precedente: Compagnie d’uomini e di donne, fanciulle e fanciulli, coperti di panni lini bianchi, andavano a molte migliaia nove dì processionando con l’insegna del Crocifisso innanzi; cantavano laudi, chiamavano pace e misericordia, facevano rappacificare le genti tra loro: sicure le andate anche nelle terre le quali soleano tenersi nemiche: pareva proprio cosa di Dio. Venute in Firenze di tali Compagnie da’ luoghi vicini, ebbero il vitto dalla Repubblica e molte limosine: e quando forse quaranta mila dei Fiorentini vollero fare lo stesso, provvidde la Signoria che oltre al Vescovo, il quale andava con loro, avessero guide che gli ordinassero per contrade e regolassero ogni cosa affinchè scandalo non nascesse; e a loro non permisero dilungarsi molto fuori di città, dentro alla quale doveano ogni sera tornare ad albergo. Usciva bensì con altri il Vescovo di Fiesole; ai quali aggiugnendosi per la via molti del contado, si radunavano in Figline venti mila persone o più; i quali andati fino ad Arezzo, di là tornarono, dentro i nove dì: era due mesi continuata in Toscana quella devozione.[96]

Nell’anno 1401 la Repubblica, via più sentendo intorno a sè crescere i pericoli da ogni parte, dappoichè i Signori di Mantova[97] e di Ferrara segretamente si erano accordati col Visconti, ed in Pistoia i Cancellieri aveano cercato fare mutazione dello Stato, si volse al nuovo Imperatore: questi era Roberto conte Palatino di Baviera, creato nel luogo del deposto Vinceslao. E lui sapendo essere voglioso di avere dal Papa confermazione del grado, mandatogli Buonaccorso Pitti ambasciatore, praticarono affinchè scendesse contro al Visconti in Italia, con la promessa di cento mila fiorini subito ed altri novanta mila durante la guerra: prometteano anche un’altra egual somma in prestanza; e Roberto confermava i privilegi alla Repubblica prima concessi da Carlo IV, ma con maggiore ampiezza, e quella volta senza trattare di censo. Scendeva egli dunque a Trento, e presso Brescia avendo avuto piccolo scontro ed infelice con le milizie del Visconti, perchè il Duca d’Austria e l’Arcivescovo di Colonia subitamente lo abbandonarono, venne a Padova con poche genti, indi a Venezia. Qui pretendeva il pagamento dei novanta mila fiorini che rimanevano; alla fine, contentatosi d’averne sessantacinque mila (a lui recati da Giovanni de’ Medici, ch’era mercante ricchissimo), tornò a Padova e ivi si fermò, finchè veduto che altre genti non gli venivano nè danari, si ricondusse in Alemagna: questo fine ebbe la discesa dell’imperatore Roberto in Italia.[98] Ma già era prossima a cadere in mano del Duca l’ultima e la maggiore amica dei Fiorentini, Bologna. L’anno innanzi era divenuto di questa signore Giovanni Bentivoglio, avendo cacciata la parte dei Gozzadini; il quale a malgrado le lusinghe del Visconti s’era collegato ai Fiorentini, persuadendosi che appresso al popolo ne acquisterebbe favore. E da principio gli tornò bene; ma non sì tosto l’Imperatore ebbe sgombrato l’Italia, Giovan Galeazzo facea radunare sotto Bologna il maggior nerbo delle forze sue con otto mila cavalli, dov’erano molti dei più riputati italiani condottieri, e a capo di tutti Alberico da Barbiano: guidava le genti fiorentine e bolognesi un Bernardo delle Serre guascone, che i nostri familiarmente appellavano Bernardone. Fu grande battaglia e memorabile per quei tempi presso Bologna a Casalecchio, dove i collegati essendo rotti ed il Capitano preso, i soldati vincitori e i fuorusciti con essi insieme si sparsero nella città: quivi molta e sanguinosa fu la zuffa cittadina, infin che ucciso il Bentivoglio, il Duca pigliava la signoria libera di Bologna, contro al volere dei fuorusciti ai quali aveva altro promesso. Dei commissari fiorentini che erano al campo, uno per ferite moriva; l’altro, Niccolò da Uzzano, prigione del Duca fu quindi a spese della Repubblica riscattato per cinque mila fiorini.

Prima d’allora non mai Firenze si vidde condotta in pericolo così vicino: lo Stato è vero non era tocco, ma da ogni parte chiuse le vie alle amicizie ed ai commerci, le città suddite minacciavano fare sommossa; il contado stracco per le gravezze, e nel Mugello i contadini davano mano a quei dell’Alpe, dove gli Ubaldini nemmeno allora affatto spenti, anch’essi levavano la cresta insieme a quanti fossero male contenti della Repubblica; le ricolte tutte fuori senza difesa pei campi, e nella città non era roba per due mesi: temevasi anche di quei di dentro, e due mila Ciompi dai Dieci furono assoldati, più per trarli fuori che per fiducia che in loro avessero, e mandati a guernire le castella.[99] In su quei primi non fu la guerra con vigore proseguita da quei del Duca, e rimediossi pure in qualche modo; ma credeva egli di affamare la città e così averla a discrezione: si diceva ch’egli volesse in Firenze farsi coronare re d’Italia. Quand’ecco di subito mutare le sorti per un evento cui la sagacità di lui non fu capace a provvedere. Giovan Galeazzo fuggendo la peste, ne fu colto in Marignano dove morì a’ 3 di settembre 1402, quando era signore del più grande Stato che fino ai dì nostri fosse in Italia. Fu egli però oltre al dovere magnificato, siccome colui che tutti vinceva nelle arti comuni, ma da quelle non si discostava, più atto ad usare le forze altrui che a farsi padrone degli animi, senza virtù di soldato nè armi proprie e paesane, uomo da pigliarsi a brani l’Italia ma non da tenerla nè insieme comporla: regolato nell’amministrazione quanto magnifico nelle opere, lasciava di sè due molto splendidi monumenti, il Duomo di Milano e la Certosa presso Pavia.[100]