Capitolo IV. ACQUISTO DI PISA. [AN. 1402-1406.]
Per il testamento di Giovan Galeazzo andava lo Stato diviso tra due figli, dei quali il primogenito Giovanni Maria, ch’era in età di tredici anni, ebbe il Ducato di Milano con le città poste tra ’l Mincio e il Ticino, e inoltre Piacenza, Parma, Bologna, Siena, Assisi, Perugia. Pavia rimaneva come sede e come titolo al secondo nato Filippo Maria, con quelle città le quali stanno ai due fianchi della Lombardia verso il Piemonte e la Venezia. Un terzo figlio, ma non legittimo, Gabriele Maria ebbe Pisa in successione, e Crema, la quale il Duca potesse riscattare per moneta. Sebbene usanza del Visconti fosse dividere le città considerandole nella successione come tanti patrimoni ciascuna per sè, provvidde Giovan Galeazzo a mantenere quanto per lui si potesse unito lo Stato, avendo anche fatto che i due minori fratelli tenessero in feudo le città loro siccome parte del Ducato di Milano. Ma era lo Stato senza armi proprie, i popoli stanchi dalle gravezze; nelle città, le antiche parti risuscitavano, mosse dai nobili che in ciascuna erano soliti dominare, e che ora oppressi dai Visconti mettevano innanzi il nome guelfo: così aveano levato il capo i Rossi a Parma, i Fogliani a Reggio, ed a Bergamo i Suardi, i Benzoni a Crema, gli Scotti a Piacenza; Ugolino dei Cavalcabò, rioccupando la signoria di Cremona e avuto rinforzo d’armi fiorentine, pigliava Lodi, di là scorrendo fin sotto alle mura di Milano; intanto che i Rusca ed il popolo con essi muovevano Como a feroce ribellione, che le armi vennero ad estinguere. Ciascuna città faceva per sè, ma in sè divisa: sul capo a tutte stava un’altra forza dispersa, vagante, divisa anch’essa ma sola valida, i condottieri delle armi mercenarie, i quali levati da Giovan Galeazzo a grande stato, perdevano ora la sicurezza delle paghe e la fiducia delle imprese; mandati essi a comprimere le ribellioni, di queste facevano il loro pro: ed in tale modo ebbe occupata Facino Cane la signoria d’Alessandria; ed Ottobuon Terzo prima facendo coi Rossi a mezzo, poscia ingannandoli, riduceva Parma tutta a sua propria devozione: Brescia, dopo essersi prima data al Carrarese, venne alle mani di Pandolfo Malatesta. I Fiorentini ch’erano giunti per molte lunghezze a stringere lega col Papa nei giorni quando morì Giovan Galeazzo, continuavano guerra stracca intorno a Perugia e intorno a Siena ed in Romagna. Aveano condotto Alberico da Barbiano, al quale si univa con le genti pontificie il troppo famoso cardinale Baldassarre Cossa; e insieme avendo portata la guerra fin sulle rive del Po, ecco giugnere a Firenze la mala novella che il Cardinale si era accordato coi Visconti, avutone in prezzo l’abbandono di Bologna, che subito venne a lui dal popolo consegnata: Perugia ed Assisi tornarono anch’esse alla devozione del Pontefice. Aveano cercato i Fiorentini che Bonifazio non ratificasse quell’accordo; indugiò il Papa, e quindi offerse di rintegrare la prima lega e l’amicizia con la Repubblica.[101] La quale intanto pigliava vendetta di quei signorotti che a lei si erano ribellati, ampliando il dominio con la distruzione dei Conti di Bagno, e avendo acquistato da quel lato degli Appennini anche Castrocaro, e nelle Maremme Castiglione della Pescaia, importante sito da stare a guardia contro a’ Senesi. Nè questi mantennero al nuovo Duca la soggezione, ma raccostando il governo agli ordini popolari, ed avendo richiamato i fuorusciti, fecero pace (sebbene ciò fosse a mala voglia) co’ Fiorentini.[102] E in questo mezzo Francesco da Carrara, uscito di Padova occupava con le armi Verona, dicendo tenerla per conto d’un ultimo bastardo di casa Scaligera; ma questi però da indi a poco venne a morte, non senza infamia del Carrarese; contro del quale i Veneziani movendo allora una grande guerra, ebbero infine Padova e lui a discrezione, e per iniqua ragione di Stato avendo nel carcere ucciso Francesco e due suoi figli, a sè aprirono così la strada alle conquiste ed alle guerre in terraferma. Pareva frattanto la signoria dei Visconti al tutto disfarsi per interne commozioni mosse dai nobili malcontenti; quindi in Milano lunga sequela di fatti atrocissimi, i quali mi piace non avere obbligo di narrare; e infine la vedova Duchessa, reggente pe’ figli, chiusa in castello e messa a morte: era essa nata di Bernabò, e dopo regnato diciassette anni con l’uccisore del padre suo, venne al fine stesso.[103]
Nel mese di novembre 1403 giungeva in Pisa il nuovo signore Gabriele Maria Visconti, e seco la madre Agnese Mantegazza. Cominciò male, essendo accolto con poca festa nella città, la quale era esausta dalle guerre precedenti, nè poteva egli trarne danaro a volontà sua; cosicchè in capo a pochi giorni fatti pigliare alcuni cittadini più facoltosi sotto colore che a lui volessero tôrre la città, ad un Agliata e a due altri fece tagliare la testa, altri condannando in più migliaia di fiorini, pena la vita se dentro un mese non gli avessero messi fuori;[104] altri, dopo averli bene smunti, mandò a confine: talchè i Pisani cercavano modo come liberarsi d’un tale signore, il quale vedeano essere uomo di poco senno e poche forze nè da potere avere aiuti di Lombardia. I Fiorentini teneano l’occhio a queste cose; e da un uscito di Pisa avendo i Dieci di balìa avuto avviso come agevolmente si potesse entrare in città per una porta murata, ma il muro era debole e sottile, mandarono genti segretamente nel mese di gennaio con isperanza di occupare la terra; se non che la trovarono ben guardata e il popolo in arme, perchè il traditore si venne a pentire e increbbegli della sua patria e disse ogni cosa; talchè per allora falliva il disegno: ma bene pareva a Gabriele Maria stare troppo male tra’ Pisani, che a morte l’odiavano, e i Fiorentini, contro ai quali non bastava egli alla difesa di quel suo stato pericolante. Era in Genova governatore pel Re di Francia il maresciallo Giovanni Le Maingre detto Bouciquaut, e i nostri lo chiamavano Bucicaldo: ignoro se primo a lui si volgesse Gabriele Maria per darsi a Francia in protezione, o se il Francese molto ambizioso di più distendere le radici nel cuore d’Italia avviasse pratiche a tal fine, eccitato anche dai Genovesi, i quali temevano se Pisa cadesse in mano dei Fiorentini, averne perdita pe’ commerci loro. Fatto è che il Visconti si rendè vassallo al Re di Francia, cui doveva in segno d’omaggio presentare ogni anno un destriere e un falcone pellegrino; ma quel che più era, gli diede in possesso i castelli di Livorno, di gran momento dappoichè il mare col discostarsi lasciava in secco il Porto antico dei Pisani. Mandava pertanto Bucicaldo a Firenze intimazione di cessare ogni offesa contro alla città di Pisa, la quale era divenuta cosa del Re. Di ciò si turbarono molto gli animi dei Fiorentini; vedevansi tôrre Pisa di bocca e venire addosso la potenza de’ Francesi. Quindi per allora chiamandosi offesi, e pigliando tempo, mandarono a Genova ambasciatori a Bucicaldo; mandarono in Francia a richiamarsene al Re stesso. Ma quegli frattanto, vie più sdegnato per quel ricorso, facea sequestrare le robe in Genova dei Fiorentini, per oltre a centomila fiorini d’oro, e ad essi vietava usare il porto di Talamone perchè fossero costretti valersi di Genova o d’altri scali in suo dominio. Vennero infine le mercanzie rese e tolto il divieto; ma la Repubblica fu costretta fare tregua coi Pisani per quattro anni, che a Firenze parve durissima condizione.[105]
Durava lo scisma nella Chiesa: in Avignone all’antipapa Clemente VII era succeduto infino dall’anno 1394 uno spagnuolo, Pietro da Luna, che prese nome di Benedetto XIII; e poichè le armi dei Francesi erano entrate in Italia, ed in Genova il governatore gli mostrava una fede da soldato,[106] si confidò Benedetto a vantaggiare la parte sua: quindi spediva suoi Legati infino a Roma; dove accolti male, com’era da credere, vennero chiusi nella fortezza di Castel Sant’Angelo. Intanto moriva papa Bonifazio, e in mezzo alle gravi perturbazioni della città di Roma gli fu eletto successore il cardinale Cosimo Migliorati col nome d’Innocenzio VII, e con la promessa solenne di fare ogni cosa per la cessazione dello scisma, fino a deporre la tiara i due contendenti, se a tal fine s’accordassero. E Benedetto era venuto per Marsiglia e Nizza infino a Genova, che Bucicaldo riceveva in ubbienza, a ciò abbassandosi un Cardinale di casa Fieschi ed il Vescovo della città: quindi usando la debolezza di Gabriele Maria, ottenne che in Pisa questi comandasse il riconoscimento di Benedetto, il quale aveva fatto anche disegno venirvi della persona sua; ma voleva le castella, egli insieme e Bucicaldo avendo disegni, comunque vari e mal fermi, sulle cose di Toscana. Ambiva questi che il Re suo acquistasse anche la signoria di Pisa, incitato come sembra dal duca d’Orléans, il quale era allora quasi che reggente del regno di Parigi, e forse cercava con la Valentina, moglie sua, fare in Italia a sè uno stato. Ma Bucicaldo, non credendosi avere forze a ciò sufficienti, e temendo per l’unione con la ghibellina Pisa non venisse questa parte a farsi in Genova prevalente, volgeva l’animo ad una qualche sorta di componimento con la Repubblica di Firenze; al che spingevalo Benedetto nella speranza di trarre questa a porsi sotto all’ubbidienza sua con l’esca di Pisa. Si aggiugneva che Francesco da Carrara trovandosi allora a dure strette, molto avrebbono i Genovesi e Bucicaldo avuto caro di procacciargli soccorso; e questo voleano fosse un altro prezzo da imporre alla cupidità della Repubblica di Firenze. Ondeggiava Bucicaldo variamente in questi pensieri, temendo l’odiosità dell’opprimere una città ed un signore che a lui erano confidati; dal che odio gli verrebbe nella Corte di Parigi da quella parte la quale stava contro all’Orléans ed a lui. I Fiorentini, tra ’l Re di Francia e il duca d’Orléans e Bucicaldo ed i Pisani e Gabbriello e Benedetto, cercavano fare segretamente i fatti loro, o almanco svilupparsi dell’impedimento della tregua che a forza avevano consentito.[107]
La prima apertura del pensiero che Bucicaldo e Benedetto avrebbono avuto della vendita di Pisa venne in Firenze per una lettera che Buonaccorso degli Alderotti mercante in Genova scriveva privatamente a Gino Capponi correndo il giugno 1405. La quale essendo subito comunicata da questo ai Signori ed a pochissimi cittadini, fu preso partito che Gino andasse a Genova come per altre faccende, e lì vedesse qual fondamento avesse la cosa. Andava Gino, e fu a discorso con l’Alderotti, poi con Bucicaldo, il quale chiedeva dapprima quattrocentomila fiorini d’oro, che la metà fosse spesa nel soccorrere a Francesco da Carrara; chiedeva inoltre che la Repubblica ubbidisse a Benedetto; e interrogato da Gino qual modo terrebbe per avere Pisa e quindi poterne fare cessione, disse l’avrebbe prestamente nelle mani col favore del suo Papa. Rimasero, cercasse quegli di avere Pisa e poi del resto si aggiusterebbero: con queste parole tornò a Firenze Gino Capponi. Nel tempo stesso parendo a Gabriele Maria d’essere appiccato con la cera nella signoria di Pisa, mandò a dire a Maso degli Albizzi che avrebbe con lui voluto parlare segretamente; per il che Maso andato un giorno come a diporto alla sua villa di Montefalcone, si condusse con apparenza di pesca per Arno infino a Vico Pisano; dove abboccatosi col Visconti non vennero a nulla, perchè Maso metteva innanzi discorsi di vendita, e quegli di lega che lo rinforzasse nello Stato.[108]
Ma non così tosto il popolo di Pisa ebbe sentore di queste cose, bene accorgendosi che il fine sarebbe cadere per ogni modo in servitù, si levò in arme ai 21 luglio sotto la condotta di un Ranieri Zacci e venne in piazza, dove ebbe lunga battaglia con le genti del Signore, le quali infine si dovettono ritrarre in cittadella, quivi assediate dal popolo e chiuse con fossi e steccati; intantochè altre uscite fuori ed accogliendosi in Ripafratta, di là correvano il contado ed infestavano la città con isperanza di racquistarla. Gabriele Maria si era condotto in Sarzana, città sua; e la madre andata in Genova a trattare per la cessione col Maresciallo, e di là tornata in cittadella, qui venne a morte d’una caduta. Cotesto levarsi del popolo aveva storpiato i disegni dei Fiorentini e di Bucicaldo, il quale metteva nella cittadella un centinaio di genti d’arme francesi prima che i Pisani chiudessero il fosso, e cercò pure mandare in Pisa altri soldati e vettovaglie e fornimenti sopra una nave che dai Pisani fu combattuta in foce d’Arno e presa, e le genti francesi rotte, e fatto prigione un nipote dello stesso Maresciallo. Del che pigliava egli grande sdegno, e si rendè facile prima agli accordi con Gino in Livorno, indi alla finale conclusione con Gabriele Maria in Sarzana, dov’erano andati da Firenze altri ambasciatori, e due Genovesi pure intervennero commissari. Il domestico scrittore delle memorie di Bouciquaut molto si adira co’ Pisani per la ribellione che aveano fatta contro al legittimo Signore loro, che gli trattava, secondo lui, amorosamente; notando com’era vizio delle genti d’Italia mutare spesso signoria; e dice essere dal tradimento loro, quando rubata la nave a lui presero il nipote, stato condotto il Maresciallo a fare la vendita. Della quale ben si vede come avesse grande bisogno egli di scusarsi per l’odiosità del fatto, e dissimula i discorsi che n’erano prima stati tenuti, e vuole poi dare ad intendere come nel trattato fossero clausule per le quali veniva la stessa Repubblica di Firenze a mettersi sotto la protezione dei Re francesi. Il che non era nè poteva essere com’egli vanta; ma io credo gli scrittori fiorentini nemmeno dicessero ogni cosa di quel fatto. Ebbero questi la cittadella e le altre fortezze, pagando dugentomila fiorini a Gabriele Maria Visconti che riteneva Sarzana, ed a Bucicaldo rimaneva in possessione Livorno: promettevano poi di soccorrere Padova; e fu la ruina ultima del Carrarese questa fiducia che lo rattenne dal fare accordo co’ Veneziani: alcune cose anche promisero intorno a papa Benedetto. A’ 31 agosto 1405 pigliava Gino la tenuta della cittadella per carta segnata da un commissario di Bucicaldo.[109]
Le più sostanziali differenze tra ’l racconto di Bucicaldo e quello di Gino, consistono in ciò: che il Maresciallo dopo avere esposto come avesse egli molto esortato i Pisani perchè tornassero in fede al legittimo Signore loro, aggiugne questi essersi dati al Re di Francia direttamente come avean fatto i Genovesi, ed egli essere alla perfine nè senza molta esitazione condisceso ai desiderii loro, a ciò consentendo Gabriele Maria con promissione di altri compensi dal Re di Francia: il Maresciallo essere andato a ricevere in Livorno la sommissione dei Pisani, e questi avere con insigne tradimento ucciso sue genti, delle quali poche si condussero nella fortezza di Pisa; e quindi assalita in foce d’Arno la nave con tutte le robe che il Maresciallo avea spedite per fare in Pisa l’entrata sua. Continua mostrando la perfidia dei Pisani, i quali trattavano tuttavia sempre darsi al Re; e al tempo stesso ai Fiorentini ed ai Genovesi proponevano di unirsi tutti contro a’ Francesi, ed uccidere quanti ve n’era in Pisa e in Genova e in Livorno. Dopo di che avendo Gabriele Maria fatto l’accordo co’ Fiorentini, al quale voleva che il Maresciallo consentisse, questo lo comunicava tosto ai Pisani, e intimava loro si dessero a lui dentro due giorni, se non volevano andare in mano de’ Fiorentini. Negarono essi, ed il Maresciallo patteggiò allora con gli inviati dalla Repubblica di Firenze: avesse questa la Signoria di Pisa facendone omaggio al Re di Francia, dichiarandosi uomini ligi della Corona; rimanesse Livorno in piena signoria del Re; ubbidissero i Fiorentini a Benedetto, promettendo sotto certe condizioni combattere anche il Papa di Roma, se dentro sei mesi non fosse accordo tra i contendenti. Il quale trattato ebbe ratificazione solenne dal Re, ma eseguito non fu mai, perchè i Pisani con le armi si opposero, e la Repubblica di Firenze dopo la perdita della cittadella si tenne sciolta: il che afferma Gino espressamente, ed il Maresciallo non contradice, nè muove accuse alla Repubblica fiorentina di fede mancata: tace bensì affatto la ripresa della cittadella che aveano fatta i Pisani, come tace i negoziati avuti in principio per la vendita a’ Fiorentini, e per l’aiuto a Francesco da Carrara; delle quali cose ben poteano essere stati discorsi più o meno espressi, ma pur vi furono. I Fiorentini dal canto loro credo tacessero le parole corse circa a una sorta di vassallaggio verso il Re di Francia per la signoria di Pisa; e in quanto risguarda alle cose dello scisma, Gino confessa «certa intenzione di dare la ubbidienza a papa Benedetto; il che e come non bisogna qui altrimenti specificare, perchè poi si perdè la cittadella e vennero a variare i tempi.»
Sei giorni dopo aveva il popolo dei Pisani racquistata la cittadella, che per essere abbastanza forte di mura e di torri e per la guardia che v’era dentro, non fosse stata trascurataggine dei capitani, poteva reggere all’assalto di genti d’arme pratiche e valenti, non che d’un popolo.[110] Ma forzata appena certa postierla in sito debole, i Pisani con le scale su per le mura tumultuariamente v’entrarono dentro, e tutta l’arsero e guastarono, eccetto le torri le quali poteano fare custodia alla città. In Firenze, come giunse la novella, fu grande sgomento; ai cittadini pareva fosse ad un tratto caduto un velo sugli occhi; guardavansi muti, a ognuno pareva tutta sua propria la sciagura, tanta era la passione d’aver Pisa. Un Raffacani, che avea la guardia della cittadella, ebbe gastigo; Andrea Vettori, che fuori di Pisa teneva il campo ma non potè giugnere a tempo, fu assoluto.[111] Una troppo baldanzosa ambasceria de’ Pisani venuta a Firenze raccendeva gli animi, e quindi con frettolosi provvedimenti s’attese alla guerra. In Pisa, da che fu morto Piero de’ Gambacorti, dominava la parte contraria, detta dei Raspanti; di buono animo richiamarono un Giovanni Gambacorti co’ Bergolini; le due parti fecero insieme gran sacramento, baciaronsi in bocca; ma durò poco. Giovanni tolse in pochi giorni la signoria per sè e pe’ suoi, uccisi i capi dei Raspanti; un Piero Gaetani di quella setta, il quale avea Laiatico ed altre castella, cedeva queste per danari alla Repubblica di Firenze, della quale divenne soldato, nè restava dal fare ai Pisani danni in Val d’Era e nelle colline. Al Gambacorti aveva dato presso taluni favore l’essere quella casa in amicizia coi Fiorentini, dai quali speravano più agevole componimento: a tale effetto il Gambacorti scriveva lettere in Firenze chiedendo salvocondotto per gli oratori di Pisa, i quali aveano da trattare di certe cose: fugli risposto specificasse le condizioni; e nulla si fece perchè la Repubblica teneva già Pisa come cosa legittimamente sua, poichè l’avevano comperata, e sempre poneva nelle soprascritte: «Al Capitano e Anziani della nostra città di Pisa.[112]» Era cresciuta la Repubblica di Firenze francando gli uomini attorno a sè da ogni legame di vassallaggio; ora ammetteva che un signore vendesse un popolo, e di tal mercato faceasi titolo alla possessione di città libera e gloriosa: cotesto titolo ai Pisani non parve buono e resisterono.
Quindi attendevano a fare genti; ma pure temendo soli non reggere quella guerra, mandarono chetamente sopra una loro galea quattro ambasciatori al re Ladislao, chiedendo pigliasse la città loro in protezione; e sulla galea erano molte robe di grande valuta, che i cittadini di Pisa metteano in Napoli a salvamento:[113] ma il Re aveva fatto promessa ai Fiorentini di non impacciarsi nelle cose di Toscana, e che essi lui non impedissero de’ fatti di Roma, nei quali aveva grandi disegni, che in altro luogo dovremo esporre. Così andò a vuoto quella speranza: e pure falliva quella che i Pisani avevano posta in Agnolo della Pergola soldato da essi, e dovea menare seicento cavalli; ma i Fiorentini co’ danari fecero tanto, che Lodovico Migliorati nipote del Papa, il quale si trovava nelle terre di Siena, quivi assalisse alla sprovveduta quelli che si erano fatti innanzi; ai quali rubando armi e cavalli gli lasciò andare, egli pago della preda, e i Fiorentini d’avere tolto a’ Pisani quel soccorso. Un altro menavane Gaspare dei Pazzi, il quale veniva da Perugia con cent’ottanta lance, ma i Fiorentini avutone spia mandarono buon polso di genti in Volterra sotto la condotta di Sforza Attendolo da Cotignola, perchè al passare gli sorprendesse; e questi avendoli côlti in Maremma vicino a Massa, gli pose in rotta, cosicchè vennero in sua balía cinquecento dei cavalli dei nemici; scamparono il Pazzi e l’Abate di san Paolo di Pisa ed il Vescovo de’ Gambacorti, ch’erano insieme con quelle genti. Ma i Pisani la difesa loro contavano stesse nell’aver tempo lungo a sostenere l’assedio, perchè gli assalti poco temevano, la città essendo forte di mura, e unito il popolo a non volere la signoria dei Fiorentini. Premeva loro a questo effetto sopra ogni cosa il provvedersi di vettovaglie, ed ebbero danno fra tutti gravissimo allora quando una galera che aveano mandata a recarne di Sicilia, tornando carica, ed avuta caccia dalle galere dei Fiorentini, sotto la torre di Vada fu presa ed arsa, rendendo insigne la virtù di un Piero Maringhi, il quale esule da Firenze e proponendosi col valore suo di racquistare la patria, si gettò a noto così armato com’egli era, nè per ferite si ritraeva finchè non la vidde in fiamme tutta: a lui fu tolto il bando, e n’ebbe premi e lode. In questo mentre Peccioli ed altre terre di Val d’Era vennero in mano dei Fiorentini, e la Verrucola fu espugnata per subito assalto, e Vico Pisano cinto d’assedio che poi sostenne con molte battaglie fin quasi al fine di quella guerra. Nelle Maremme i conti Gherardesca di Montescudaio, ed in Lunigiana alcuni dei Malaspina si erano dati alla Repubblica di Firenze; la quale teneva pure in tutela il giovane figlio del morto Signore di Piombino, avendo mandato Filippo Magalotti a governare quello Stato e l’isola dell’Elba che ne dipendeva.
A mezzo il gennaio, che per noi si conta 1406, furono creati nuovi Dieci di balía, tra’ quali erano dei più eminenti cittadini di Firenze. Maso degli Albizzi e Gino Capponi andarono al campo, dov’erano a soldo mille cinquecento lance (cavalli quattromila cinquecento) e mille trecento fanti e balestrieri genovesi, e marrajoli e palajoli in grande numero, e mulattieri e buoi per trascinare legname, e maestri d’ogni ragione. Fu prima cura dei Commissari assicurare le vettovaglie a sè, togliendole ai Pisani: male s’era provveduto infino allora, e si credettero quasi costretti a levare di là l’esercito per il mancamento della panatica, non ostante che molto danaro fosse andato per le incette; ma nulla poi vi si trovò. Laonde senz’altro e con migliore partito mandarono voce per la riviera e per le terre circostanti, essere il campo del Comune di Firenze sotto alle mura di Pisa, al quale ciascuno che mandasse roba fosse sicuro e libero, e potesse quella vendere come a lui pareva e piaceva senza decima o gabella. A questo modo abbondò il pane, del quale fu in pochi giorni grandissima la dovizia. Si aggiungevano le prede che ogni giorno facevano le galere dai Fiorentini soldate a Genova ed in Provenza: tenevan essi ben guardate le foci dell’Arno con grosse bombarde su per il filo dell’acqua; cosicchè di ventidue navi le quali andavano cariche a Pisa, non poche furono prese e le altre si dispersero qua e là, i padroni essendosi partiti con le loro fuste, cosicchè a Pisa nulla ne venne. I Fiorentini aveano posto il campo sotto a San Piero in Grado, e prima cercarono se qualche modo vi fosse di abbarrare l’Arno così da impedire l’acqua che non iscorresse, il che era allagare la città di Pisa; ma per consiglio degli ingegneri, a’ quali parve la riuscita essere incerta e la spesa troppa, abbandonarono quel pensiero. Aveano sull’Arno due forti bastìe legate da un ponte, il quale prima d’essere ultimato, da una grossa piena venuta nel maggio fu portato via. Al che i Pisani essendo accorsi popolarmente con grande furia, diedero assalto alla bastìa ch’era della parte loro e nemmeno essa bene armata. Nè a soccorrerla era modo, il fiume correndo grosso e precipitoso per la piena, se lo Sforza, egli della persona sua con memorabile ardimento (ed uno simile gli dovea più tardi costare la vita) non si gettava nel fiume con due soli famigliari su piccola barca, e riscaldando la pugna e poi da altri seguito, non avesse dato grande terrore ai Pisani. Nè però cessava la battaglia fino alle mura di Pisa, in cima alle quali saliva parte degli aggressori: ed uno sbandito di Firenze, il quale serviva pure nel campo, scalava tra’ primi le mura; e lì azzuffandosi con uno di quelli di dentro e insieme abbracciatisi, poichè dibattuti si furono assai, amendue caddero a terra dalla parte di dentro: ma più infelice egli del Maringhi, cadeva morto col suo nemico. Allora essendo Maso e Gino tornati in Firenze, nel campo erano Matteo dei Castellani, Vieri Guadagni, Niccolò Davanzati, e Iacopo Gianfigliazzi: Iacopo Salviati guidava le genti le quali attendevano ad impedire che in Pisa non entrasse roba, massimamente di verso Lucca, dove il signore, Paolo Guinigi, poco aggradiva che i Fiorentini tanto ingrossassero a’ suoi fianchi.[114] Avvenne dipoi che tra lo Sforza ed il Tartaglia, primi e più insigni tra’ condottieri, nascesse dissidio, tale che a Firenze non credeano i cittadini potersi comporre, temendo che uno dei due, secondo la fede usata dei soldati di ventura, mutasse a un tratto bandiera e soldo. Fu mandato Gino, amicissimo ad ambedue; il quale partito di Firenze la mattina dei 21 giugno di buon’ora, si condusse in campo la sera stessa; e nel giorno dopo composte le cose, venne all’offerta di San Giovanni ai 23, che è la vigilia del dì solenne. Udito l’accordo e in quale modo s’era fatto, ciascuno andò con gran piacere all’offerta, credendosi aver Pisa nelle mani. Il modo fu questo; che lo Sforza, disgiunto dall’altro, ponesse il campo di qua da Pisa in sulla riva destra dell’Arno, dando mano a quelle genti le quali erano sotto a Vico, e meglio stringendo così la città, contro alla quale stava un’altra brigata di genti in sulla riva sinistra; e i due campi erano congiunti da un ponte di legname in sulle barche, venendo così la città ad essere chiusa d’ogni parte, e impedito che v’entrasse nè roba nè gente.
Al Gambacorti parendo avere perduta ogni speranza di soccorso per terra o per mare, e solamente essere ridotto in sulla fede del suo popolo e in sulla fortezza delle mura, cominciò a volere scemare nella città le bocche inutili della gente non atta alla guardia, perchè la vivanda alle braccia utili più bastasse, e più si venisse a prolungare la guerra sì che a Firenze ne increscesse. Ma i Commissari ordinarono per pubblici bandi, che qualunque uscendo di Pisa venisse nelle forze degli assediatori fosse impiccato: si contentavano da principio di fare scorciare i panni alle donne, e suggellate con la bolla del giglio in sulle gote, per forza farle tornare in Pisa. Dipoi non giovando questo, s’aggiunse fare tagliare loro il naso, ed appiccare qualche uomo in luogo che quelli della città lo potessono vedere.[115] «Molti (uomini e femmine e fanciulli), perocchè quelli di dentro non gli volevano lasciare dentro tornare, si stavano allato alle mura, ed erano morti; e le femmine che uscivano erano ancora dentro ripinte, suggellate nella testa con ferri affocati; e gridando e chiamando misericordia non erano intesi, nè voluti nè dentro nè di fuori; e così standosi tra le mura della città e il campo, mangiavano delle erbe come le bestie, e moriano di fame:[116]» crudeli opere e nefande; ma così tra loro si odiavano i popoli. Mentre attendevano i Pisani a consumare quello ch’era dentro, il Gambacorti scese a pensare a’ suoi vantaggi. Prima erano venuti due de’ Gambacorti a trattare con Matteo dei Castellani, ch’era nel campo; dipoi veniva ai Commissari un Gasparre da Lavaiano, col quale accozzatisi più volte, erano quasi che rimasti d’accordo dei patti, quando una sera dal campo viddero in Pisa fare gran festa e falò, tantochè dubitarono che vi fosse entrata gente: poi fatto giorno vidersi le insegne del Duca di Borgogna poste in sulle torri di Pisa, e l’arme sua dipinta alle porte; ed un araldo venne nel campo a notificare come Pisa era del Duca, ed a comandare che ciascuno dovesse partirsi. Il quale araldo fu con le mani legate gettato in Arno; ma o non lo avessero legato bene o ch’egli co’ piedi sapesse notare, il poveretto scampò, e andato a compiere l’ufficio suo in Firenze e a dolersi dell’ingiuria, fu mandato via. A Bucicaldo aveano scritto di Francia rompesse co’ Fiorentini, ed operasse con la forza perchè l’assedio fosse tolto. Ma quegli rispose che ciò non potrebbe senza disonore di spergiuro, e che inoltre la potenza dei Fiorentini era tale che ci vorrebbe assai grande numero di genti d’arme, e pecunia molta; delle quali cose difettava. Così all’infuori di lettere e di messi, dei quali in Firenze non tennero conto, altro non fu: e Gino Capponi scrive, che dubitando il Maresciallo non gli venisse ordine di levare dal soldo dei Fiorentini quanti erano uomini a lui sottoposti, avvisò fossero questi ricondotti con giuramento di non partirsi per comandamento che ne avessero; il che si fece tosto per pubblico consentimento del Maresciallo: ma questi afferma che dei Francesi molti si partirono per non cadere nella disgrazia del Duca e dei signori di quella Corte. Dichiara inoltre, che il Re avendo rotto l’accordo fatto prima coi Fiorentini, erano questi verso lui disciolti da qualunque obbligo o promessa. Gli ambasciatori mandati in Francia furono ivi ritenuti, ma più mesi dopo senz’altro aggravio liberati.[117]
A questo modo era passata la cosa infino a mezzo settembre: allora Giovanni Gambacorti essendo tornato al pensiero dell’accordo, mandava nel campo un altro suo uomo, Bindo delle Brache, il quale di notte segretamente era ammesso nella casa dove alloggiavano i Commissari Gino Capponi e Bartolommeo Corbinelli, che l’uno e l’altro erano dei Dieci. Sapevano essi che Pisa bentosto caderebbe per la fame; dal che era segno, tra molti altri, che Bindo veniva sempre digiuno, e dopo cenato avrebbono voluto egli ed il compagno portar seco qualche pane; ma Gino diceva: «portatene in corpo quanto volete, chè altrimenti non ne avrete tanto che vi tenga in vita pure un centesimo d’ora.» Ma benchè avessero quella sicurezza, pensavano pure che ad acquistare Pisa per assedio si penava qualche dì di più; il quale indugio avea pericoli, e che la città sarebbe andata a sacco senza rimedio: quindi parve loro tornasse al Comune più conto averla salva e buona, che guasta e deserta. Fermarono i patti, dei quali Gino era andato a conferire co’ Dieci a Firenze: i patti furono, che messer Giovanni desse in mano de’ Commissari la cittadella ed i contrassegni delle rôcche; avesse fiorini tremila d’oro e la signoria di Bagno, per la quale fosse egli raccomandato al Comune di Firenze; gli rimanessero le isole di Capraia, della Gorgona e del Giglio, e per Andrea Gambacorti la rôcca di Sillano; tutti fossero cittadini di Firenze, nella quale avessero tre case, e fossero esenti da gravezze e gabelle nè potessero per debiti essere costretti: in benefizio dei Pisani non si scrisse nulla. Per l’esecuzione dei quali patti se gli doveano dare venti statichi, i quali stessero dentro alla rôcca di Ripafratta nelle mani di messer Luca del Fiesco capitano delle genti fiorentine, e di Sforza e del Tartaglia condottieri. I venti erano giovani delle principali case di Firenze, tra’ quali Cosimo dei Medici e Neri Capponi figlio del Commissario, che l’uno e l’altro toccavano appena l’anno diciottesimo. I Commissari, i Capitani e i Condottieri si radunavano quindi alla Casa Bianca sulla riva d’Arno a fine di consigliare il come ed il modo (nel caso che Pisa si avesse per patti) d’entrarvi senza che ella andasse a ruba ed a sacco. Nel che differivano, tra loro sempre mali amici, Sforza e il Tartaglia; chè l’uno voleva s’entrasse in Pisa per la porta dei Prati, come in luogo più largo e meno facile alle offese, e l’altro per quella di San Marco giù per il Borgo. Grande era la contesa tra’ Capitani, quando Gino levatosi disse: «voi ci avete alcuna volta dato ad intendere di vincere Pisa per forza, e ora che noi vi facciamo aprire qual porta voi volete, e voi dubitate: avete paura voi di gente assediata ed affamata? non più novelle, noi vogliamo che s’entri per San Marco, e date modo ciascuno di voi che s’entri come se si dovesse entrare in Firenze, o il difetto de’ vostri uomini porteranno le persone vostre.» Alle quali parole, uno dei condottieri Franceschino della Mirandola avendo risposto: «voi ci fate un aspro comandamento e stretto; ma se il popolo contra noi si levi, non volete voi che s’entri a ogni modo?» Gino a fatica gli lasciò finire le parole, e con impeto e furia se gli volse e disse: «Franceschino, Franceschino, se il popolo si rivolgerà, noi vi saremo come tu, e comanderemo e a te e agli altri quello che sia da fare; e non ci andare più tentando o rompendo il capo, chè noi vogliamo che si faccia quanto per noi v’è comandato.»
Andò a Firenze allora Gino, e parlò prima co’ Dieci e co’ Signori soli; poi ai Signori ed ai Collegi disse: «Magnifici Signori, Iddio ha permesso che Pisa venga alla vostra signoria; ed essa è in tanta necessità delle cose da vivere, che pare a noi essere certi che voi l’avrete in venti dì, come siamo certi d’avere a morire: ma così accadendo non veggiamo come la terra non vada a saccomanno, con le arsioni e ruberie e adulteri che a quello seguitano. Ma voi potete averla per patti: sta ora alle Vostre Signorie a pigliarla per uno de’ due modi, qual più v’aggrada; che se a patti eleggerete volerla, l’avrete senza lesione alcuna nè ruberie o altro atto disonesto: e nel cospetto di Dio ne acquisterete merito, ed appresso le strane genti perpetua fama.» Sulle quali cose tenuto Consiglio, unitamente dissero a voce viva volerla per patti. E dipoi messa a partito tra’ Signori, Collegi e Dieci, di quarantasette ch’erano a sedere vi fu quarantasei fave nere ed una bianca. Al che tutti gridarono ad una voce: rimettasi un’altra volta, acciocchè si possa dire essere stati tutti d’una volontà e che nessuna ce ne sia bianca; e così fatto, trovarono essere tutte le fave nere.
Allora Gino tornò in campo, e sottoscrisse l’accordo; gli Statichi giunsero da Firenze agli 8 d’ottobre, i quali doveano essere posti sotto la guardia dei Capitani in Ripafratta perchè si potesse ire a pigliare la tenuta della città; se non che i giovani malvolentieri vi andavano, che avevano gran voglia d’essere all’entrata in Pisa: del che ebbero grazia, avendo Gino e Bartolommeo promesso per loro si costituirebbero il dì seguente, e i Capitani se ne fecero debitori al Gambacorti. All’alba del giorno 9 di ottobre 1406, digià essendo per alcune centinaia di fanti occupata la porta San Marco, ciascuno del campo fu a cavallo, e ordinate le schiere con le bandiere spiegate del Giglio e di Parte guelfa, e con gli stendardi del Capitano e dei condottieri, giunsero al levare del sole in sulla porta di Pisa, dov’era messer Giovanni Gambacorti con un verrettone in mano, il quale pose in mano a Gino e disse: «questo vi dò in segno della signoria di questa città, la quale è il più bel gioiello ch’abbia l’Italia; e me di quello che abbia a fare avvisate.» Seguirono oltre tanto che giunsero in piazza, dove il capitano Luca del Fiesco armò cavaliere Iacopo dei Gianfigliazzi che teneva l’insegna del Giglio: fu fatta gran forza dello stesso anche a Gino ed a Bartolommeo, ma non vollero. Era la piazza gremita di fanti e di cavalli, che non vi si capiva; donde sfilarono tutte le brigate armate, e andarono per la città pigliando lungo cammino. I cittadini maravigliati si facevano alle finestre, che pochi aveano prima saputo di quell’entrata: vedevansi gli uomini e le donne smunti e quasi paurosi guatare. Alcuni dei soldati avevano recato pani di campo, e ne buttavano dove avessero veduti assai fanciulli alle finestre, i quali si gittavano a quel pane come uccelli rapaci; ed i fratelli insieme si azzuffavano, e mangiavano con tanta rabbia che a vederli era una pietà. Poi venne in Pisa, com’era dato l’ordine, pane e farina in buona quantità; e ogni cittadino che poteva, corse non guardando a prezzo; fu detto che molti per mangiare con troppa rabbia, nè credendo mai torsi la fame, morissero. Non si trovò in Pisa grano nè farina; solo vi era un poco di zucchero e un po’ di cassia e tre vacche magre; ogni altra cosa v’era mangiata per necessità insino a corre l’erba delle piazze e seccarla e farne polvere e poi focacce; il pane che mangiavano i Priori era di lin seme. Bartolommeo da Scorno aveva comprato un quarto di staio di grano che pesava libbre diciotto e pagato fiorini diciotto d’oro larghi. E la mattina dell’entrata sentendo ciascuno potere avere del pane mandò per un sacco del detto pane, il quale nella sala di casa gittato innanzi alla famiglia sua ch’era di trenta bocche, i fanciulli gridarono: Babbo, ne avremo noi anche a merenda? tanto erano usi a patir la fame.
Tornati in piazza, i Commissari entrarono in palagio dov’erano i Priori a piè delle scale, i quali a Gino ed a Bartolommeo diedero le chiavi delle porte della città, e Neri di Gino per giovanile allegrezza le prese in mano. Furono i Priori fatti ritrarre, e di palagio si partì ognuno, salvo i Commissari con le brigate loro; e le bandiere del Comune di Firenze furono appiccate alle finestre del palagio. Al che Gino, ricordandosi d’una bandiera che i Pisani aveano tolta sul principio della guerra e che trascinata a vitupero per la città era indi stata posta a ritroso nel Duomo di Pisa; mandò ivi a rialzarla e poi con grande compagnia e festa di trombetti recarla in palagio, dove fu con le altre posta alle finestre. Mandarono quindi trecento cavalli a pigliare le castella del contado di Pisa, delle quali niuna fece resistenza, e tutte le terre mandarono in Pisa a fare le debite sommissioni.
Gino allora volendo rassicurare gli animi dei cittadini, ai quali pareva un miracolo che la terra non fosse ita a sacco, e non potevano credere che ella ancora non andasse, tal che la mattina le robe si davano per la metà della valuta; mandò per tutti i più notabili cittadini, e raunati nella sala del Palagio, si levò e disse queste parole che ognuno intese: «Onorevoli cittadini, noi non sappiamo se pe’ vostri peccati o pe’ nostri meriti Iddio vi abbia condotti sotto la signoria del nostro Comune, la quale con grandissimi spendii e con grandissima sollecitudine abbiamo acquistata; e per le vostre discordie questa vostra città è ridotta in tali termini, che infino che la città di Firenze non diminuisse, ogni volta saremo atti a conquistarvi di nuovo; e nonostante questo, siamo in animo disposti con ogni sollecitudine conservare l’acquistato, con morte e con perpetuo sterminio di chi tentasse il contrario. E quando voi penserete delle cose passate, e quante volte voi siete stati cagione di mettere la nostra città in pericolo della sua libertà, conoscerete voi essere stati ricettacolo di qualunque è voluto venire in Toscana, e colla compagnia degli Inghilesi fatto ardere e dibruciare i nostri contadi, intesovi coi Visconti di Milano, ed a loro dato ogni aiuto e favore per offendere e sottomettere la nostra città, infino a patire voi d’essere venduti a messer Giovan Galeazzo, e sopportare la sua signoria per offendere noi: e così molt’altre offese e ingiurie potremmo raccontare. Ma perchè a voi sono benissimo note, le trapasserò. E per rispetto delle quali vedrete che il nostro Comune non poteva fare di meno che s’abbia fatto, a volere vivere sicuro di suo stato; nè a voi debbe dispiacere tale signoria, perocchè i nostri magnifici ed eccelsi Signori ci hanno comandato, che con ragione e giustizia noi vi governiamo fino a tanto ch’altri manderanno al vostro governo: e già per effetto potete avere veduto, che avendovi noi vinti per assedio, ch’eravate ridotti in tanta estremità che vi conveniva o morire di fame o aprirci le porte in questi tre giorni, e questo a noi era benissimo noto. Ma noi piuttosto abbiamo voluto fare cortesia a messer Giovanni Gambacorti di fiorini cinquantamila per avere la città con patti, acciocchè con ragione si sia potuto rimediare che non siate iti a sacco; chè se avessimo aspettato e non voluto concordia, noi avevamo la città, e i soldati il sacco, il quale dicono che di ragione non debbe essere loro vietato: e voi avete veduto che non altrimenti sono entrati dentro, che se religiosi stati fussono; chè solo una minima ruberia o estorsione non s’è inteso che sia stata fatta ad alcuno. Del che certo noi medesimi ce ne rendiamo grandissima maraviglia, che qualche scandalo non sia nato alla moltitudine grande della gente che ci è; e non altrimenti che se nella propria città di Firenze avessimo avuto a fare la mostra, e con molta più onestà si sono portati, che quivi non arebbono fatto: chè, se altrettanti frati osservanti ci fussono entrati, più scandalo certo ci sarebbe stato. La cagione perchè al presente noi vi abbiamo qui raunati, principalmente si è per confortarvi della Signoria del nostro Comune, dalla quale non secondo l’opere fatte per voi pel passato contro a quello, ma siccome buoni figlioli sarete benignamente trattati. Appresso, per rendervi sicurtà, che voi e ogni altro vostro cittadino stia sicuramente, e che di niente dubiti, nonostante alcun delitto o eccesso o bando per qualunque cagione, o commesso da oggi indietro, ed etiam nonostante alcun patto fatto con messer Giovanni, de’ rubelli ch’egli ha voluto per patto (il quale patto di ragione non procede, come a luogo e tempo sarete avvisati). E se a nessuno fosse fatta cosa alcuna non dovuta, venga sicuramente a dolersene, e così vi comandiamo, e vedrete che per effetto se ne farà tale punizione che sia esempio ad ognuno, e non fia sì piccola ingiuria, che le forche quali abbiamo fatte rizzare in più luoghi per la città, e i ceppi e mannaie che già in sulla piazza sono in punto, si adopreranno contro a chi facesse quello che non dovesse. E a questi Capitani e Condottieri che ci sono, abbiamo comandato, che se di loro brigata alcuno farà cosa non dovuta, la imputeremo fatta da loro propri, e che alle proprie persone daremo quella medesima punizione che meriterebbe chi commessa l’avesse; sicchè state di buona voglia, e di niente dubitate. Vogliamo eziandio che le vostre botteghe e d’ogni altro s’aprano, e che attendiate a fare le vostre faccende, traffichi e mercatanzie sicuramente sopra di noi. Crediamo ancora che sia utile, che voi provvediate di mandare a’ piè de’ nostri eccelsi Signori una solenne ambasciata con pieno mandato a riconoscerli per vostri signori; e bench’essi sieno disposti benignamente verso di voi, pure tale andata fia cagione di confermarli nel loro proposito: e anche potrete loro raccomandarvi della riforma, che al presente si ha a fare di questa città; del che non può essere che utilità grandissima non ve ne segua.»
Finito che Gino ebbe di dire, si pose a sedere; al quale, com’era prima ordinato, un Bartolo da Piombino rispose parole (un Pisano non avrebbe) di abietta sommissione, di pentimento delle offese fatte alla Repubblica di Firenze, e di smaccata gratitudine perchè la città non fosse andata a saccomanno. Questa lunghissima diceria irta di testi latini, ripigliando le parole che Gino avea dette, esortava nominare gli ambasciatori i quali andassero ai Signori di Firenze con pieno mandato a fare umili raccomandazioni circa l’assetto che ai sopradetti Signori piacesse dare a questa loro città di Pisa. E dopo ciò, fatto suonare a parlamento, furono eletti venti ambasciatori tra cavalieri, dottori e capitani i più onorevoli che avesse la città, i quali andassero a rappresentarsi ai Signori. Gino fu eletto Capitano di Pisa per otto mesi, e Bartolommeo Corbinelli Potestà per sei, i quali avessero il governo;[118] quindi a ordinare tutte le cose e dare forma al nuovo acquisto elessero dieci, i quali furono chiamati i Dieci di Pisa.
Non è da dire se a Firenze, tosto che seppero la novella, fosse gran festa. Tre sere fecero fuochi in città e nel contado, tre dì processioni e rendimenti di grazie a Dio nel maggior Tempio. Mandarono avvisi per tutta Italia; e dai Signori in accomandigia e dai vicini e dagli amici vennero ambasciate a congratularsi col Comune. Celebrarono in sulla piazza di Santa Croce una ricca giostra, un’altra ne diede il Signore di Cortona venuto in Firenze, un’altra fu a spese dei Capitani di Parte guelfa. Grande lo sfoggio della magnificenza negli abbigliamenti delle donne, e gli statuti contro al lusso non mai furono osservati meno:[119] era Firenze in sul colmo allora d’ogni opulenza e felicità. Molto anche si tenne onorata di quel celebre volume delle Pandette di Giustiniano, che aveano i Pisani portato da Amalfi tre secoli prima per concessione di Lotario imperatore, e Gino Capponi recava in Firenze:[120] il quale volume sebbene non fosse (come fu creduto lungamente) solo in Italia a risuscitare ne’ tempi d’Irnerio lo studio delle Romane leggi, fu però tra’ pochissimi esemplari tenuti siccome testi autorevoli del diritto. Quindi riporlo negli armarii loro parve a’ Fiorentini premio tra’ più nobili della vittoria conseguita, siccome ai Pisani venirne spogliati fu lungo dolore, nè d’altro si tennero ingiuriati maggiormente, nè più abbassati nella opinione degli uomini allora volti agli studi d’erudizione e alla ricerca d’antichi Codici. Oltre alle Pandette, vennero in Firenze certe Reliquie tenute in grande venerazione dai Pisani. Questa pratica del togliere alle città vinte le reliquie dei loro Santi non era nuova ai Fiorentini; avea recato d’Arezzo in Firenze Donato Acciaioli quella di San Donato: intorno a che uno storico non si dimentica classicamente di ricordare la simile usanza che aveano i Romani, che non lasciarono se non per obbrobrio ai Tarentini gli Dei sdegnati.[121]
Quindi con grande sollecitudine si diedero in Pisa a fabbricare fortezze in più luoghi, bene avveggendosi fin d’allora quella essere la sola via d’assicurarsene. Oltreciò ritennero gli ambasciatori in Firenze, dove obbligarono trasferirsi quanti erano in Pisa cittadini di più conto sia per le ricchezze, sia per il grado e pel valore. Andavano a Pisa dalla Signoria le liste di quelli ch’erano da levare, o soli o con le famiglie loro; condotti a Firenze, era ordinato si rassegnassero ogni mattina al Potestà. Viveano, secondo scrive Giovanni Morelli, decorosamente mesti, e praticando coi Fiorentini mostraronsi bella ed onorata cittadinanza: ma il Capponi, perchè fu lento alla esecuzione del duro comando e alle preghiere cedeva, ebbe rimproveri molto acerbi. Sinchè le fortezze fossero compiute, cercavano Pisa rimanesse vuota quanto più fosse d’abitatori; temeano scendessero nella città i contadini in troppo gran numero, e vi abbondasse la vettovaglia più che non facesse alla necessità giornaliera.[122] Non poche famiglie delle maggiori avevano spatriato, le più a Napoli ed in Sicilia, dove illustri casate ritengono sempre nomi che furono di Pisana origine. Col venir meno i capitali, co’ ceppi a’ commerci, con la oppressione delle leggi, con l’impaludamento di quelle pianure, la nobile Pisa cadde in miserabile fortuna: si trovano privilegi dati a tedeschi mercatanti, i quali vi andassero siccome in vuota città a esercitare le industrie loro.[123] Ma ciò non bastava; e la paura facea crudele contro ai Pisani la Repubblica di Firenze più anni ancora dopo la conquista.[124] Le istorie di Pisa cessano al cadere della indipendenza. Un Cronista pisano di quegli anni i quali corsero fino alla disperata ribellione del 1494, nulla registra fuorchè i nomi dei castellani e poche altre cose: due volte sole sente allegrezza quando la peste, vendetta di Dio, colse da prima i Genovesi e i Fiorentini dipoi;[125] città infelice, più non viveva che agli odii memori de’ suoi danni.
Quello ed il precedente anno aveano in Italia veduto private della indipendenza loro tre illustri città, Pisa, Verona, Padova; i novelli Stati già cominciavansi a comporre, e già la struttura interna d’Italia andava a quella abortiva forma d’onde uscì guasta la vita nostra. Ma la Repubblica di Venezia, siccome più forte, trattava i sudditi anche delle città grandi con più sapiente dignità, e questi a lei tennero fede costante; Pisa e Firenze non seppero altro che farsi male, spettacolo empio tra due popoli vicini. Ma era guerra disuguale; dappoichè Pisa tutta vivendo sulle marine, avea perduto con la signoria di queste l’antica possanza; nè un popolo ghibellino trovava favore tra gli altri popoli dell’Italia, dov’egli si stava come disagiato: avvenne poi che Firenze avesse da oltre cento anni maggiore ventura di forti uomini e d’ingegni. L’acquisto di Pisa non bastò a comporre la Toscana, ma diede a Firenze la sicurezza di sè medesima e de’ suoi traffici: la Repubblica avrebbe però d’allora in poi abbisognato, col farsi più grande, di migliori ordini a frenare le private cupidigie e le ambizioni fatte più audaci. Scrive Gino Capponi ne’ suoi Ricordi, come i savi uomini di Firenze avessero preveduto innanzi l’acquisto, che la grandigia e riputazione de’ cittadini del Reggimento, cioè di quei pochi nei quali stava, sarebbe mancata; ma chi ne fu operatore (aggiunge egli, a sè accennando) ebbe riguardo al bene universale. Se vero bene fosse non so, ma era necessità; era di quelle necessità che le passioni a sè stesse fanno, e sulle quali, perchè rivengono quasi uniformi nei casi simili, fonda i suoi calcoli la politica, e la storia i suoi canoni. Certo s’ampliarono i commerci ed il largo vivere, le possessioni dei Fiorentini parvero essere più sicure: queste che si trovano ammontare a venti milioni di fiorini d’oro, e i capitali sul Monte presso che a cinque milioni, crebbero il quarto dopo avuta Pisa.[126] Ma crebbero anche le imprese fuori e le spese dentro; e insieme con esse quelle civili disuguaglianze che sono perdita della libertà.