Capitolo V. CONCILIO DI PISA. — GUERRA CON LADISLAO RE DI NAPOLI. ACQUISTO DI CORTONA E DI LIVORNO. [AN. 1407-1421.]
Cento anni prima sarebbe stata quella vittoria dei Fiorentini tenuta vittoria del popolo guelfo per tutta Italia; ma ora l’Italia nemmeno sapeva più essere guelfa: divisa la Chiesa per la continuazione dello scisma, e il nome dei Papi e quello di Roma caduti sì al basso, che un Re di Puglia credette aggiugnere ai suoi dominii quella città come finitima e vacante, senza che Italia se ne risentisse. Era il giovine Ladislao, che avendo respiro dagli Angiovini di Provenza e vago d’imprese, poichè gli falliva quella d’Ungheria, perduto retaggio della famiglia del re Roberto, si voltò a Roma ed all’Italia. Avendo suoi complici i Colonna ed i Savelli, possenti baroni, attizzava le discordie allora continue tra Innocenzio VII che aveva il Vaticano, ed il popolo di Roma il quale teneva secondo i patti il Campidoglio. Attorno stava con le sue genti il Re che aveva pure tentato d’occupare la città, ma ributtato popolarmente per aspra battaglia, vidde frustrati i suoi disegni fino alla morte del Papa, la quale avvenne sulla fine di quell’anno 1406. A lui successe Angelo Corraro veneziano, che si chiamò Gregorio XII; ma era elezione condizionata a che dovess’egli immediatamente praticare si radunassero i due collegi per la cessazione dello scisma; e dove non fosse per tale modo egli confermato papa, lasciasse la tiara, della quale si tenesse frattanto custode o solamente procuratore. Di ciò in Firenze abbiamo autentico documento; ma la Repubblica si era un poco intinta con quel di Avignone, e quindi per altre più strette cagioni s’allontanarono da Gregorio. Aveva egli fin dai primi giorni scritto lettere a Benedetto, e Benedetto a lui, perchè tra essi e tra’ Cardinali di ambe le parti un convegno si fermasse, il quale dopo assai lunghe pratiche fu appuntato in Savona: e Gregorio si partiva da Roma e chiese venire in Firenze, ma dalla Repubblica schivato con belle parole, si fermò in Siena. Quivi a lui furono ambasciatori di molti Principi, e chi l’una cosa e chi l’altra gli diceva: Gregorio prestava orecchie facili a coloro che a lui mostravano il gran rischio di porsi in Savona sotto la mano del Re di Francia e dell’Antipapa suo; chiedea guarentigie e difese che bastassero: intanto però si mosse e venne fino a Lucca, mentre Benedetto era disceso in Porto Venere. Così da vicino era un andare e venire, e uno scambiarsi di condizioni poste all’accordo, che lo rendevano ogni dì più arduo; perchè nelle pratiche, se l’uno si accostasse, l’altro si scostava; e le due parti, anzichè intendersi, viemaggiormente si dividevano.
Allora s’udiva come Ladislao con forte esercito assalita Ostia e andato poi contro a Roma stessa, era ivi entrato con intelligenza di Paolo Orsini che in nome del Papa tenea la città, mostratosi connivente lo stesso Legato che venne a Lucca senz’altro dire. E Bucicaldo in que’ giorni stessi avea nel porto di Genova armate tredici galere, a qual fine s’ignorava; le quali uscite, mentre aspettavano in Porto Venere il mare propizio, giunse la novella che Ladislao era entrato in Roma: al che tosto le galere tornarono in Genova, scoprendosi allora o almeno essendo tenuto per certo l’intendimento che Bucicaldo avrebbe avuto di collocare colle armi sue Benedetto in sulla cattedra di San Pietro. Certo è però che Gregorio in Lucca approvò il fatto di Ladislao più che col silenzio, e ne mostrò allegrezza, rompendo in quel punto i negoziati, ed a viso aperto dichiarando sè essere solo e vero Papa. I Fiorentini di tal mutazione accusavano un concittadino loro, Giovanni Dominici, che era l’anima de’ suoi consigli: a tutti riusciva quella caparbietà troppo nuova in uomo già vecchio e tenuto fino allora di mite natura, senza orgoglio nè ambizione, pel quale concetto lo avevano scelto. Ma il grado assunto e la controversia lo aveano mutato, e la persuasione del diritto in lui radicata pigliava calore e tenacità di fede; nella quale si venivano a travestire la compiacenza dello imperare gustato, e l’insofferenza d’umiliarsi in faccia ai men degni dopo le scambiate contumelie, facendosi come traditore della parte che intorno a lui s’era andata formando e che a resistere lo incitava. Dichiarò a un tratto volere fare altri quattro Cardinali; il che da coloro che stavano seco si gridava essere contro la solenne promessa data: non vi badò, e fece i Cardinali nuovi, tra’ quali era il Frate Giovanni Dominici, ed un altro pure fiorentino Fra Luca Manzuoli della regola degli Umiliati, vescovo di Fiesole.[127] Vietò agli antichi uscire da Lucca, e a Paolo Guinigi signore della città faceva istanza non gli lasciasse; ma i Cardinali, tutti fuorchè uno, deliberati di abbandonare Gregorio, trovarono modo di condursi a Pisa;[128] e quei rimase con cinque soli, mentre al maggiore numero che da lui s’erano separati, altri si vennero ad aggiugnere di quelli che stavano in comunione con Benedetto. Il quale poichè in grande sinodo nazionale la Chiesa di Francia gli aveva tolta l’ubbidienza, non si tenendo più sicuro nella riviera; montò con pochi suoi aderenti in sulle navi, prima fuggitosi in Perpignano, poi a stabile residenza in un monastero dell’Aragona patria sua. E i Cardinali delle due parti, dopo lunghe conferenze avute in Livorno, deliberarono insieme aprire un Concilio, al quale chiamarono in Pisa pel giorno 25 di marzo del prossimo anno 1409 i vescovi e il clero da ogni parte della cristianità, scrivendo ai Principi con invitazione di farsi in quello rappresentare, affinchè avesse autorità d’universale consentimento. La Repubblica non senza contrarietà di consigli, e dopo aver procurata consultazione solenne di quanti erano in Firenze dotti e maestri ne’ sacri canoni, diede licenza si radunasse in Pisa il Concilio, pel quale si vidde stare la coscenza del mondo cristiano; e a’ Fiorentini parve che fosse «restituire la Chiesa in quello che prima l’avevano offesa, avendone grazia appresso a Dio e onore del mondo e fortezza dello Stato.[129]» Questo pensare, ch’era nel popolo, reggeva l’animo dei potenti, offrendo un mezzo a contenere le ambizioni di Ladislao che minacciavano la Toscana.
Era palese oramai l’accordo tra questo Re e Gregorio papa. Aveva quegli invidiosamente chiesto ai Fiorentini il passo per due migliaia delle sue genti, che in Lucca andassero a tutela del Pontefice. Al che si negava la Repubblica, ma diede scorta a Gregorio di soldati, quando da Lucca si recò in Siena, ritrattosi quindi più tardi a Gaeta: ma in Siena, dov’egli creò altri nove Cardinali, fu detto avere al Re concessa l’occupazione delle terre della Chiesa, questi avendogli somministrato ventimila ducati d’oro, dei quali il Papa aveva necessità per proprio suo sostentamento. Vedeano pertanto i Fiorentini sè in odio al Re per il Concilio chiamato in Pisa, e distendendosi le armi sue da tutta la Marca sino ai confini della Toscana, ben prevedevano si volterebbero contra loro. A lui mandarono prima in Roma ambasciatori; ed egli essendo tornato in Napoli, altri ne inviava alla Repubblica.[130] Cercava il Re trarre seco in lega i Fiorentini, che rifiutarono pertinacemente: bene usando parole amiche, giustificaronsi del favore prestato al Concilio, da lui richiedendo lasciasse andarvi i prelati del suo regno; e tra’ motivi del permesso dato, mettevano quello d’evitare che se il papa in altro luogo si eleggesse, ne uscisse un papa oltramontano. Mostrarongli anche certa segreta scritta che i Cardinali avevano fatta obbligandosi di conservarlo, qualunque di loro divenisse papa, nella possessione del regno di Napoli. A questo rispose Ladislao, che i suoi prelati non manderebbe al Concilio, e della scritta dei Cardinali si curava poco, dicendo com’egli fuori del Reame teneva Roma ed altre terre che non voleva lasciare. In quanto a Roma, gli ambasciatori consentivano la ritenesse; ma si dolevano di Perugia, siccome avvìo alle cose di Toscana, circa le quali parlarono alto. Era tra essi Bartolommeo Valori, uomo d’assai grande estimazione nella città; il quale al Re, che gli domandava con che genti si potrebbono difendere avendo egli la maggior parte dei capitani d’Italia a soldo, rispose: con le vostre medesime; bastava pagare più grossa moneta, che alla Repubblica non mancava.
A questo modo si separarono; ed il Re moveva da Perugia, recandosi prima nelle terre dei Senesi, facendo gran pressa con belle parole per avergli seco. Ma i Senesi quella volta tennero il fermo, e furono anzi più franchi assai e più efficaci nel resistere dei Fiorentini. Al Re andarono altri ambasciatori, e ne mandava egli in Firenze; ma poichè vidde nulla ottenere, voltando il passo, fece impeto nelle terre della Repubblica. Prima ebbe tentato Arezzo; ma ritrovatolo ben difeso, andava per tutta la Valdichiana dando il guasto alle ricolte senz’altro fare, talchè per dileggio dai contadini era appellato il Re Guastagrano. Aveva Cortona mutato signore, l’antico essendo stato ucciso da un altro dei Casali, che i Fiorentini pure cercavano di mantenere incontro al Re;[131] ma il popolo di Cortona, facendo giustizia del nuovo Signore, lasciò entrare nella città i soldati di Ladislao: il Commissario fiorentino, andato al soccorso, rimase prigione con le sue genti; ed il Casali finiva in Puglia sotto dura guardia. Vennero allora ambasciatori dei Veneziani a interporsi per la pace, cui le due parti si rifiutarono: la guerra però non ebbe seguito per allora, il Re essendo tornato in Napoli ed i Fiorentini stando contenti alle difese. Aveano fatta sul mare perdita d’una grossa nave, la quale portava le lane d’Inghilterra ed altre merci per grandissimo valsente, predata all’entrare del Porto Pisano. Il che essendo riuscito danno gravissimo ai commerci, la Repubblica più attendeva con ogni industria a provvedersi di navi sue, delle quali era dato il comando a un Andrea Gargiolli nato in Firenze da un ser Nardo notaio da Settignano. Cercavano anche di voltare al mare le braccia del basso popolo dei Pisani, ai quali era imposto tenere ciascuno in casa un remo, da essere chiamati a ogni bisogno sulle galere.[132]
Al giorno dato si radunava in Pisa il Concilio, nel quale sederono ventidue Cardinali, quattro Patriarchi, novantadue Arcivescovi o Vescovi presenti, e più che altrettanti avean mandato Procuratori; ottantasette Abati, i Generali e Priori di molti Ordini religiosi, i Deputati di tredici Università, e grande numero di Maestri in teologia. Gli ambasciatori del Re di Francia, d’Inghilterra, di Sicilia, di Polonia, d’Ungheria, di molti Principi e Repubbliche e del Popolo Romano: vi andarono quelli di Roberto imperatore, e gli inviati di Ladislao che prima stavano per Gregorio, da lui essendosi anche i Veneziani separati, tranne i diocesani d’Aquileia dov’egli fu Patriarca. Solo in Italia che fino all’ultimo gli aderisse fu il Signore di Rimini Carlo Malatesta, per la prodezza nelle armi e per l’ingegno chiaro fra tutti allora i Principi dell’Italia: gli ambasciatori del Re d’Aragona, venuti a protestare per Benedetto, se ne andarono dileggiati dal popolo dei Pisani, allora un poco risollevati per l’affluenza di tante genti e di tanta signoria. Dopo avere nei mesi d’aprile e maggio dichiarato quello essere universale Concilio e ordinatone il procedimento, citati avendo a comparire innanzi ad esso i due contendenti; a’ 5 di giugno nel Duomo di Pisa, ed in presenza di molto popolo, pronunziarono ambedue essere decaduti d’ogni potestà, e per l’ostinata resistenza chiariti scismatici e fuori della Chiesa: dissero il Concilio stare in permanenza fino a che non fosse eletto un nuovo Papa, il quale dovesse continuarlo per la forma della Chiesa. Indi a’ 15 dello stesso mese si formarono i Cardinali in conclave, ed ai 26 elessero papa Pietro Filargo da Candia arcivescovo di Milano, che pigliò nome di Alessandro V: si tennero altre poche sessioni sotto la presidenza del nuovo Papa; ma poichè molti dei Padri s’erano dipartiti, pronunziava quegli la dissoluzione del Concilio, il quale dovesse in tre anni radunarsi per altra nuova intimazione.[133]
Di quella ardita e affatto insolita risoluzione che il Collegio dei Cardinali avea pigliata, motore primo fu il cardinale Baldassarre Cossa napoletano, che molti anni era stato uomo di guerra e di mare, fiero nemico a Ladislao. Il nuovo Papa era pur egli avverso a quel Re: sappiamo, quand’era arcivescovo di Milano, avere negato, solo egli tra’ Cardinali, sottoscrivere la carta per la quale promettevano di mantenere Ladislao nel Regno.[134] Con esso avevano fatto lega i Fiorentini, ed a lui molto aderiva quella parte per cui reggevasi la città: chiamarono insieme di Provenza Luigi d’Angiò; il quale disceso con piccole forze in Pisa mentre ivi sedeva il Concilio, ebbe dal papa Alessandro l’investitura del Regno di Napoli e il Gonfalone di Santa Chiesa; ma sebbene avesse poche navi, la Repubblica non permise entrasse nel Porto che con una sola.[135] Muovevano insieme l’Angiovino ed il Cossa, Legato in Bologna, e il Capitano dei fiorentini, per Val di Chiana in verso Roma; e il Papa intanto, per timore della peste che in Pisa era entrata, venne a Prato, indi a Pistoia, soggiornato ivi alcuni mesi. Era in Toscana per Ladislao il Conte di Troia; il quale veduto appressarsi tante genti, si ritrasse infino a Roma, qui afforzandosi col favore di molti dei Principi romani i quali stavano per il Re. Castel Sant’Angelo riteneva sempre la bandiera della Chiesa e da quel lato Paolo Orsini, ch’era pagato dai Fiorentini, apriva l’entrata alle genti della Lega. Tentarono vincere il Ponte Sant’Angelo e farsi padroni del grosso della città ch’era chiamato la grande Roma; d’onde ributtati con molta perdita e non si credendo avere forze bastanti, il re Luigi ed il Legato si partirono; questi recatosi presso al Papa, e quegli in Francia a levare genti, per indi tornare a primavera con maggiore oste e con migliore fortuna.
Intorno a Roma stavano sempre Paolo Orsino e il Capitano dei Fiorentini Malatesta dei Malatesti signore di Pesaro. Questi, passato il Tevere, si cercava un adito nella città dall’opposto lato, ma senza utile, perchè i paesani gli stavano contro e la città era ben guardata; infinchè l’Orsino con l’intelligenza d’un popolano di nome Lello, che levò il popolo a rumore, vi potè entrare nei giorni ultimi di quell’anno 1409: e tosto dopo da un’altra porta vi fece ingresso il Malatesta con le insegne spiegate del Giglio; di che a Firenze molto si tennero onorati, perchè i Romani da principio volevano entrasse con le insegne della Chiesa. Avuta Roma, credeva ciascuno che il Papa v’andasse; del che i Fiorentini a lui facevano grande istanza: ma tale non era il volere del Legato, che in tutto guidava l’animo del Papa, e lo condusse in Bologna; dove rimasero a malgrado le supplicazioni di tutto il popolo dei Romani, finchè nel maggio del 1410 venuto a morte Alessandro V, a lui si fece eleggere successore lo stesso Legato col nome di Giovanni XXIII; uomo capace del sommo grado, se quello di Papa fosse da tenere con le arti profane ch’erano pessime a quel tempo. Aveva già di prima il Cossa in Bologna come un principato suo, ampliato in Romagna con la oppressione di quei piccoli Signori che dominavano le città. Di là dirigeva le mosse nella Marca e negli Abruzzi: e già navigando verso Italia il re Luigi con grandi forze, parea la guerra molto più valida riaccendersi. Ma le galere di questo, divise con poco accorgimento ed incontratesi presso allo scoglio della Meloria con tutta l’armata di Ladislao, furono disperse e molte prese, mentre Luigi s’era già venuto a porre in sicuro dentro al porto di Piombino: l’Isola d’Elba era caduta in mano anch’essa di Ladislao. Ciononostante potè Luigi con molti indugi condursi a Roma nell’ottobre di quell’anno.
Aveva un esercito fiorentissimo di capitani i più famosi di quella età: nel principio della guerra lo seguitava il grande maestro ed istitutore delle italiane milizie Alberico da Barbiano, il quale essendo venuto a morte presso Perugia, rimanevano i due più famosi tra’ suoi discepoli, Sforza Attendolo da Cotignola e Braccio da Montone perugino, che lungamente poi divisero le armi italiane. Allora stavano ambedue nell’esercito del Provenzale: Braccio era ai soldi dei Fiorentini, prestata avendo l’anno innanzi opera egregia in Valdichiana. Sforza viveasi male soddisfatto e malfermo nella fede verso il re Luigi, le paghe facendo spesso mancamento a lui come agli altri capitani della Lega, cosicchè il pondo di tutta la spesa per lo più cadeva sulla Repubblica di Firenze.[136] La quale trovandosi pel malcontento dei cittadini in molto grave difficoltà, l’astuto Re coglieva il punto e la tirò all’esca d’avere Cortona: vedeva il suo maggiore nemico, come straniero, nulla potere senza i danari dei Fiorentini e senza avere un suo proprio stato, donde a lui fossero aperte le vie nel cuore d’Italia. Avea pertanto più mesi innanzi mandato a Firenze privatamente Gabriele de’ Brunelleschi che stava in Napoli a’ suoi servigi, uno di que’ tanti nobili fiorentini che andavano fuori cercando fortuna. Avute da esso le prime aperture, la Signoria inviava al Re ambasciatore Giovanni Serristori; e il Brunelleschi frattanto andava e veniva portando parole: de’ quali discorsi il più strano era, che i Fiorentini mentre facevano pace col re Ladislao, ponevano condizione di mantenere ai servigi dell’Angiovino le seicento lance promesse a lui per la Lega. Ma già i termini di questa erano prossimi a scadere: ed oltre Cortona, che pure sarebbe difesa valida dello Stato, i maggiorenti della città vi guadagnavano di fare cessare le accuse e i lamenti del popolo di Firenze pei danni e le spese di quella guerra. Ai primi dell’anno 1411 fu quindi conchiusa in Napoli per mezzo di Agnolo Pandolfini la pace, comune anche ai Senesi; ed i patti furono, che il Re non s’impaccerebbe nè di Roma nè di alcun’altra terra inverso Toscana, tranne Perugia, ch’egli terrebbe ma senza offesa dei Fiorentini; ai quali doveva restituire le lane e robe predate in sulla nave, ed oltre ciò vendere per il prezzo di sessanta mila fiorini Cortona; in che era la somma di tutto il negozio. A Firenze parve bella cosa avere Cortona, quattro anni soli o poco più dopo l’avere acquistato Pisa, per danaro entrambe; poichè era costume allora in Italia di vendere le città: si fecero feste, e i potenti dello Stato crebbero in fama per quell’acquisto.[137]
Non era però quel trattato senza un qualche mancamento di fede promessa; ma il Papa ed il re Luigi d’Angiò accettarono le scuse che la Repubblica fece loro, o comprendessero la necessità in che era posta, o giovasse loro ad ogni evento non alienarsela: oltreciò la violazione di una Lega per acquistare una città non era cosa di cui potessero allora i Principi adontarsi. Avea Luigi lasciata Roma, e nel traversare la Toscana, accolti in Prato gli ambasciatori che la Repubblica gli inviava, si fece da questi accompagnare in Bologna dov’era il Papa. Il quale ai preghi di lui cedendo, e bramoso di sopravvedere da sè medesimo quella guerra, consentì recarsi in Roma seco; dove entrambi giunsero nel mese d’aprile. Quel che importava, era condurre a un tratto insieme i Capitani ad una grande giornata, sperando la vittoria desse modo a guadagnare sul nemico le paghe mancate insino allora ai Capitani. Fu la vittoria conseguíta presso Ceprano a Roccasecca, e fu al di sopra d’ogni speranza; ma perchè la preda era il fine d’ogni cosa, mentre attendevano a rapirla, ciascuno volendo essere primo, e la confusione quindi facendosi molto grande; il re Ladislao ebbe agio di ritirarsi in luogo sicuro, dove rifatto di gente e sopra ogni cosa di danari, per via di questi ricomperava le robe e gli stessi soldati che erano prigionieri: tal che ebbe a dire, che il primo giorno dopo la rotta correa pericolo della corona e della vita, il secondo giorno solamente della corona, e nel terzo era ridivenuto sicuro d’entrambe. Ben potea dirlo, chè il re Luigi senz’altro fare si tornò a Roma, quindi in Provenza; nè più altra mossa fece egli contro a Ladislao: questi ed il Papa si accordarono per intromessa della Repubblica; la quale fece allora pace co’ Genovesi, che avendo scosso il giogo di Francia, e collegatisi a Ladislao, vedeano di malavoglia i Fiorentini armare navigli e farsi padroni di tanta parte del mar Tirreno.
L’insufficienza della vittoria di Roccasecca era imputata dai collegati a Paolo Orsino loro capitano, spesso traditore, e che avendo possessione di città e di feudi nel reame di Puglia, godeva se i due contendenti si consumassero l’uno l’altro, bisognosi entrambi di lui, entrambi invalidi ad opprimerlo. Quindi nei mesi che seguitarono alla pace, essendosi Ladislao dato a raccogliere nuove genti, le spingeva d’intesa col Papa verso la Marca di Ancona, dove l’Orsino tenea castelli e in quelli erasi afforzato. Continuava l’espugnazione e l’esercito del Re ingrossava, quando all’improvvista mutando cammino lo condusse sotto alle mura di Roma, intanto che le sue galere appresentatesi innanzi le bocche del Tevere, salivano il fiume. In quella sorpresa Giovanni XXIII non ebbe che fare; ed i Romani che avean promesso gagliarda difesa, rompendo le mura pochi giorni dopo presso alla porta San Sebastiano, lasciarono entrare il Re vincitore. Fuggivasi il Papa a mala pena, ed aveva chiesto posarsi in Firenze; ma la Repubblica, pur volendo usare inverso di Ladislao tale un mezzano temperamento, fece che il Papa alloggiasse fuori della porta a San Gallo al monastero di Sant’Antonio detto del Vescovo; donde più tardi faceva ritorno in Bologna; la quale città, che nell’assenza di lui avea fatta ribellione, tornava adesso all’ubbidienza sua.
Ma il Re covava grandi disegni sulle cose di Toscana, della quale prometteva ai suoi soldati l’acquisto; e fece sacco nella città di Roma di tutte le robe e delle merci dei Fiorentini, sebbene avesse per bando pubblico i mercanti sicurati. Cercò tirare ai danni loro anche il marchese Niccolò d’Este; ed il giovine Francesco Sforza, che in Ferrara dimorava (il padre avendo poco innanzi mutato bandiera), fu a quella pratica mediatore, la quale poi non ebbe effetto. Frattanto però abbisognandogli guadagnare tempo, teneva a bada i Fiorentini ed il Papa co’ negoziati dei quali era solenne maestro: chiedeva cose impossibili; una lega nella quale i Veneziani fossero compresi, e la concessione in vicariato di Roma e delle altre città della Chiesa di già occupate dalle armi sue. In quello stesso anno 1413 era disceso in Italia Sigismondo imperatore, come tra poco vedremo; e la Repubblica di Firenze, bisognosa pure di provvedersi contro a Ladislao, mandava in Trento a Sigismondo ambasciatori; ma questi, che aveva altre faccende in Italia, metteva innanzi certe proposte cui la Repubblica era impossibile consentisse. Dicea Sigismondo: se io la rompo con Ladislao, cui sono amico, e’ mi bisogna affatto distruggerlo, e Voi datemi a ciò mano. Quest’era un fare di nuovo l’Italia mancipio ai Cesari d’Alemagna.[138]
Il Re aspettava la primavera dell’anno seguente 1414, quando per molte confiscazioni fatte nel Reame, per estorsioni, per vendite dei beni della Corona, e per altri violenti modi avendo raccolta grande somma di danaro, da Napoli, dove si era tornato con un esercito fiorentissimo di quindici mila cavalli, moveva a Roma primamente, e quindi innanzi per le terre della Chiesa; dirittamente accennando contro a Firenze, ma pure sempre con le arti solite contentandosi addormentare i Fiorentini per via d’un accordo. Conchiuse difatti con essi una lega, firmata in Assisi a’ 22 giugno da Agnolo Pandolfini, che v’andò un’altra volta ambasciatore: ma fu di questa vario il giudizio nella città, bene sapendosi da ciascuno non essere quello altro che un breve respiro; e quanto valesse una lega conoscevano.[139] Era in Firenze grande il terrore; ma il Re infermato in Perugia e di là fattosi portare in Roma e giù pel Tevere e per il mare fino a Napoli, qui moriva nell’età di trentasette anni a’ 6 d’agosto, in mezzo a dolori atrocissimi di morbo, che alle genti parve nuovo, e conseguenza dei vizi suoi. Per essere senza figli, andò la Corona alla sorella di lui, che fu la seconda Giovanna. Firenze, condotta a gravissimo pericolo, scampò ad un tratto per quella morte, come le avvenne quando morirono Arrigo VII e Castruccio e Giovanni Galeazzo; ma più di quest’ultimo era da temere Ladislao, che prode della persona conduceva da sè la guerra, solo tra’ Principi i quali avessero da gran tempo turbato Italia con le armi.[140]
Dopo la morte di Ladislao pareva l’Italia tacersi dinanzi alla prossima riunione del Concilio che preoccupava tutte le menti; facevano forza le nazioni oltramontane, e la Germania massimamente in tutto quel fatto dispiegava passioni più vive e più duro animo ed ostile. Sigismondo imperatore, infaticabile nel promuovere quell’assemblea, cercava farsene in mezzo a tutti moderatore; che fu la gloria del suo regno. Continuando le tradizioni della famiglia di Lucemburgo e ponendosi ad esempio Arrigo VII suo bisavolo, tentava rialzare l’Impero in Italia, conciliando alla sua l’opera dei Pontefici. Già fino da quando era semplice re d’Ungheria, avea fatto egli i primi passi per accostarsi al nuovo papa Giovanni XXIII, con intromessa dei reggitori della Repubblica di Firenze, ai quali inviava l’anno 1416 Filippo Scolari detto Pippo Spano, suo tesoriero e capitano in Ungheria, e fino a che visse principale uomo in quello Stato. La stessa famiglia erano gli Scolari e i Buondelmonti,[141] dei quali il ramo donde uscì Filippo avendo seguíto col nome mutato parte ghibellina, era caduto in povertà. Quindi lo Scolari da giovane andava pei commerci in Ungheria, dov’erano molti cambiatori e mercanti fiorentini;[142] e fattosi largo appresso quel Re per la perizia nel fare d’abbaco, ebbe dipoi con la contea di Temesvar titolo di Spano e comando d’armi e governo di provincie. Fatto ricchissimo, innalzava a dignità in quel regno Matteo suo fratello e Andrea Scolari che fu vescovo di Varadino; e per lui non pochi Fiorentini, tra’ quali uno della famiglia antichissima dei Lamberti o Lamberteschi, tennero grado in Ungheria, perduto da essi dopo la morte dello Spano. Mandato Filippo, la Repubblica faceva difficoltà a riceverlo come divenuto straniero e potente, e come di sangue e d’animo ghibellino. Ma egli tenendo corte bandita, col largo spendere e con la magnificenza de’ costumi acquistò grazia tra’ cittadini della patria sua. Era già stato nell’Ungheria edificatore munificente di chiese e luoghi donati al culto; commise in Firenze a Filippo Brunelleschi la costruzione d’un Oratorio presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli, del quale si veggono tuttora le mura di forma ottagona elegantissima per le proporzioni: ma o fosse colpa del fratello, siccome fu detto, o che la Repubblica rivolgesse i danari al mantenimento delle guerre, non fu quell’opera mai compiuta. Matteo Scolari, eletto despòto di Rascia,[143] teneva in Firenze un palagio sontuoso.
Nell’anno 1411 era stato lo Scolari capitano d’una forza di dodici mila cavalli ungheresi, che Sigismondo fatto imperatore mandava a combattere contro alla Repubblica di Venezia. Bramava aprirsi per tale modo la via in Italia, e ripigliare su i Veneziani l’Istria e la Dalmazia, ad essi venduta dal re Ladislao per poca moneta; solo frutto ch’egli ritraesse di quella corona della quale si era fatto in Zara nei suoi primi anni incoronare. Occupava lo Scolari agevolmente le terre del Patriarcato d’Aquileia, ch’erano allora tutto il Friuli; ma sui confini dei Veneziani trovata dura la resistenza, continuava presso a due anni la guerra inutile, che fu cessata per via d’una tregua, rimanendo la Dalmazia in possessione dei Veneziani: e questi infine acquistarono anche il Friuli. Ebbe accusa lo Scolari d’avere servito meglio l’Italia patria sua che l’Imperatore suo padrone, il quale però avendogli serbata infino all’ultimo amicizia, dimostrò vana tale accusa. La Repubblica di Firenze avea mandato agli 8 novembre 1413 Gino Capponi a Venezia, perchè inducesse con ogni sforzo i Veneziani a trattare di pace con Sigismondo, il quale era in Lodi e seco il Papa desideroso di quella pace.[144] Scese in Italia Sigismondo, e tutto rivolto alle cose del Concilio, fu in Lodi raggiunto dai tre Legati di Giovanni XXIII, mandati a fine di ordinare la convocazione. Premeva al Papa sopra ogni cosa la scelta del luogo che non fosse in Alemagna, e quando ai Legati diede l’ultima licenza teneva in mano sopra una carta descritti i nomi delle città in cui potessero consentire; poi (come al pigliare le grandi risoluzioni pare che la volontà sparisca, e l’uomo sia vinto da una forza superiore) stracciò la carta, e diede loro mandato libero. Fu scelta Costanza, città dell’Imperatore, e Giovanni da quel punto si vidde innanzi la sua condanna. Troviamo dicesse a Bartolommeo Valori: «che debbo fare, se haggio uno fato che mi ci tira?[145]» Egli e Sigismondo s’abboccarono in Lodi stesso, e tra quella ed altre città di Lombardia rimasti insieme per oltre un mese, mandarono fuori gli editti e le bolle per la intimazione del Concilio al primo di novembre 1414. A me non ispetta narrare l’istoria di quella fra tutte memorabile assemblea, dalla quale essendo annullate nuovamente le ragioni di Gregorio e Benedetto, venne Giovanni costretto a rinunziare il pontificato; ma poi fuggitosi, e volendo insorgere contro ai decreti dell’assemblea, fu da quella condannato e messo in carcere. Indi procedendo alla nominazione d’un altro Papa, lo stesso Concilio costituitosi in conclave elesse agli 11 di novembre 1417 il cardinale Oddo Colonna, che pigliò nome di Martino V: dopo di che il Concilio alcuni mesi continuato, senz’altro effetto si scioglieva; ed il Papa mosse in verso l’Italia, con intenzione di venire a porre sua stanza in Firenze. A lui mandava la Repubblica in Milano una molto solenne ambasciata di primari cittadini, a capo dei quali Fra Leonardo Dati Generale dei Predicatori, uomo assai chiaro in quella età.[146]
La grande assemblea del mondo cristiano si era divisa per cinque nazioni, principio solenne alla formazione degli Stati, condanna all’Italia non mai più guasta e più disfatta. In Lombardia tale una misera condizione, tale uno strazio che il peggiore mai non si vidde; ai Signori antichi aggiunta la peste di quei fortunati Condottieri che ivi e in Romagna e nel Reame e dappertutto vagando per fare a sè acquisto di città e così a’ Principi agguagliarsi, veniano a confondere e a turbare più che mai lo stato d’Italia, già in sè medesimo sì intricato. Il reame di Puglia ubbidiva ad una donna molle ed inetta, e che andava in cerca essa medesima a chi ubbidire, drudi o mariti o altri che fosse. Si era sposata ad un francese, dal quale tenuta come prigioniera, tentò rinalzarsi per la virtù militare di Sforza da lei fatto contestabile del Regno: questi conduceva in Roma di nuovo le armi napoletane, cacciandone l’altro grande condottiero di milizie che fosse in Italia a quella età, Braccio dei Fortebracci da Montone perugino. Aveva costui prima espugnata con dura guerra la città sua, divenuta quindi sede a uno Stato che egli andava distendendo con armi felici per le terre della Chiesa. Era Martino giunto in Firenze a’ 25 di febbraio 1419,[147] non avendo terra che fosse sua, ma in quel tumulto di cose cercando rifarsi lo Stato con la sola forza del nome pontificale, e usando a pro suo le divisioni tra’ contendenti: al che gli giovava lo stare in Firenze, città posta in mezzo alle terre della Chiesa e a Braccio allora molto amica. Questi sarebbesi contentato ritenere in feudo le città dell’Umbria, al quale effetto venne in Firenze, dove prestò al Papa omaggio superbo; conduceva seco tutta la possa delle armi sue che avevano vinto lo Sforza a Viterbo, gloriose e splendenti di ogni ricchezza, egli facendo l’entrata in mezzo ai due Signori di Camerino e di Fuligno, seguìto da molti deputati di città che a lui erano fatte suddite. Il popolo di Firenze ammirò Braccio, e in quella grandezza i modi affabili di lui valevano a conciliargli favore; laddove Martino, che già da oltre un anno in Firenze dimorava senza gran seguito nè possanza e senza splendore di cose fatte, perdè al confronto, venuto essendo come in uggia alle mobili fantasie di questo popolo. I ragazzi scriveano su’ muri e per le strade canterellavano: «Papa Martino non vale un quattrino — o un lupino; Braccio valente vince ogni gente.[148]» Il Papa sdegnato contro la città, ne partì a’ 9 settembre 1420; prima avendo consacrato l’altare maggiore ed altre parti allora compiute del tempio di Santa Maria Novella, dov’era alloggiato, ed innalzato la Sede fiorentina a grado e a titolo Arcivescovile.
Innanzi era a lui venuto a fare atto di sommissione il deposto Papa Giovanni XXIII: sedeva Martino in mezzo ai Cardinali in Concistoro allorchè l’altro inginocchiato davanti a lui confessò essere lui solo vero ed unico pontefice; pel quale atto veramente cessava del tutto lo scisma durato ben quarant’anni, poichè Gregorio aveva accettato i decreti di Costanza, e Benedetto vivea con pochi ostinatamente chiuso nel suo refugio d’Aragona, sottratta anch’essa alla ubbidienza sua. Ma il Cossa da molti era creduto che non avesse ceduto in Costanza se non per forza; veniva quindi tolto ogni dubbio dalla spontanea sommissione che egli faceva in un luogo libero, e con espressioni le quali apparvero tanto più sincere quanto più erano decorose. Il Rinuccini, che v’era presente, le riferisce a questo modo. «Radunava io solo il Concilio; ma faticai sempre a pro della Santa Romana Chiesa; quel che sia il vero tu ben conosci: io vengo alla Santità tua, e quanto posso mi rallegro della tua assunzione e d’essere io in libertà.[149]» Qui senti parole che uscivano rotte da grande passione: altero e violento e nei primi anni fortunato, gli era mancata ogni vigoria dal punto in cui si trovò in faccia, nella più augusta delle assemblee, alla coscenza della cristianità. I suoi nemici gli aveano dato bestiali accuse ed inverosimili; rimase in Firenze oggetto a molti di compassione, e in capo a sei mesi quella vita tanto logora si consumava: ebbe in San Giovanni la sepoltura ed un monumento, opera elegante di Donatello, dove anche si legge essere egli stato Papa. Avea qui grandi e possenti amici, ai quali dovette la libertà sua, perchè Martino avea cercato farlo in Mantova imprigionare. Giovanni de’ Medici più volte avea a lui Pontefice prestato danari; e da ultimo per la liberazione sua pagò trentacinquemila fiorini; del che ci rimangono i documenti e le scritture. È falso la Casa dei Medici essersi impinguata con le ricchezze lasciate dal Cossa che facea modesto nè molto ampio testamento, e pure ai lasciti l’eredità non bastava; e tra’ creditori era anche la Casa degli Spini, banchieri antichi dei Pontefici. Esecutori del testamento furono, oltre a Giovanni de’ Medici, Bartolommeo Valori, Niccolò da Uzzano e Vieri Guadagni, nel cui banco erano depositati i denari i quali al Cossa appartenevano.[150]
Correvano sempre alla città di Firenze prosperi anni, che i migliori forse non ebbe ella mai, ed il bel vivere italiano qui solo e a Venezia pareva raccogliersi. Non mai la Repubblica fu retta dentro così ordinatamente, nè più in Italia rispettata, essendo venuta a capo di molte imprese felici; possente d’industrie opulentissime e di traffici, fiorente per le arti le quali salivano allora al sommo d’ogni bellezza: fu cominciata la fondazione della Cupola del Duomo, e messa al posto la porta maggiore del Battistero di San Giovanni. Le manifatture s’innalzavano a dignità di Arti belle, massime per i lavori d’oro filato e battuto, e per gli smalti dai quali ebbe celebrità l’Orificeria, fattasi scuola ai sommi artisti. Ma in quanto risguarda solamente la ricchezza, è da notare che il commercio della Seta aveva avuto col principiare del secolo XV tale incremento ch’era in Firenze fra tutti gli altri il più lucroso. I velluti, i broccati, i drappi a oro toccaron l’apice della perfezione; veniano richiesti dai Principi e nelle Corti, intanto che drappi di minore pregio andavano in grande quantità per molte parti d’Europa e dell’Asia, sorgente amplissima di profitti. Nè però cessava l’arte della Lana da quella ampiezza in cui la vedemmo durante il secolo precedente. «I Fiorentini mandavano ogni anno a Venezia panni sedicimila, i quali erano consumati nella Barberia, nell’Egitto, nella Sorìa, in Cipro, in Rodi, nella Romania, in Candia, nella Morèa e nell’Istria; ed ogni mese conducevano a Venezia settantamila ducati di tutte sorte mercanzie, che sono all’anno ducati ottocentoquaranta mila e più; cavandone lane francesi e catalanesi, cremisi, stame, sete, ori, argenti filati e gioie.[151]» Parole del Doge Tommaso Mocenigo, che poco innanzi di rendere l’anima, l’anno 1423, si compiaceva di presentare ai concittadini suoi lo stato fiorente in cui lasciava la sua Repubblica; maggiore di troppo della Fiorentina quanto alla ricchezza ed alla possanza, ma bene altrettanto ad essa inferiore per quello che spetta alle opere dell’ingegno, e addietro per anche nella coltura delle Arti belle.[152]
Studiavansi molto ampliare i commerci; al quale effetto dappoichè furono divenuti signori di Pisa, attendevano alle cose del mare, ed ambivano di possedere un naviglio che fosse proprio della Repubblica, la quale era solita infino allora di assoldare galere forestiere. Elessero quindi Consoli del mare, ufficio che noi vedemmo essere altra volta istituito nella guerra che fu co’ Pisani per conto di Talamone: sei furono i Consoli eletti l’anno 1421,[153] e primo tra essi Niccolò da Uzzano: avevano obbligo di curare la fabbricazione di due grosse galere di mercanzia e sei delle sottili per guardia. La prima galera fu l’anno dipoi varata con grande solennità; e perchè al mare la gioventù s’avviasse, posero in quella dodici giovani di buone famiglie. Andò in Alessandria la prima galea, dove era disegno aprire un traffico di spezierie e di altre merci, veduto i guadagni che ne ritraeva la Repubblica de’ Veneziani. A tal fine inviarono ambasciatori al Soldano un Federighi e un Brancacci, i quali ottennero che la nazione fiorentina potesse avere in Alessandria Consolo, Chiesa, Fondaco, Bagno e ogni altra cosa che avesse domandato per la sicurezza dei mercati e mercanzie e per decoro della nazione.[154] Avevano anche per la facilità dei commerci ridotto il Fiorino al peso di quel di Vinegia, e fu chiamato Fiorino largo di galea. Ma una siffatta, come ora si direbbe, concorrenza avendo destato gelosia nei Veneziani; questi, pochi anni dopo, richiesti di lega dai Fiorentini, vollero patto che nessuna galea o altro legno de’ nostri potessino navigare ne’ mari che portano ad Alessandria. Tardi giugneva a queste cose la Repubblica di Firenze, invano tentando succedere alla grandezza ch’ebbero i Pisani e al favore del quale avevano questi goduto;[155] nè potè farsi mai potente sul mare, dove però grandi erano le industrie private dei Fiorentini ed i guadagni che si facevano alla spicciolata e che la Repubblica molto adoperavasi a proteggere: talchè le istruzioni che si davano agli ambasciatori contengono molte raccomandazioni di privati cittadini e dei traffici e interessi loro. Troviamo mandassero in quelli anni stessi ambasciatori nella Morèa, dove tuttora gli Acciaiuoli avevano ducato, ed in altre parti del Levante: altri ne andarono a Maiorca. Facevano partire per sicurezza dei mercanti due galere grosse da mercato nel mese di febbraio e due altre nel settembre per Fiandra e Inghilterra, a cura dei Consoli del mare che un’altra galera tenevano pei viaggi di Romanìa. Un’altra recava panni in Ragusa e ne riportava oro, pellami ed altre merci.[156] La Repubblica molto ebbe da fare in Liguria co’ Grimaldi signori di Monaco, i quali tolse in accomandigia insieme co’ Fieschi. Avevano questi terre in Lunigiana, che fronteggiavano le possessioni della Repubblica di Firenze. Era mestiere dei Grimaldi signori di Monaco rubare in sul mare, e uno d’essi dichiarava che Monaco essendo terra di nessun provento, il signore non vi camperebbe senza aiutarsi della pirateria; chiedeva pertanto se gli pagasse una pensione a titolo di riscatto, ed i Fiorentini pattuirono dargli ogni anno millecinquecento fiorini d’oro.
Dei commerci e d’ogni impresa dei Fiorentini sul mare natural sede era la città di Pisa, dove anche avevano decretato che risiedessero due tra’ Consoli del mare, essendo ivi edifizi e pratica sufficiente alla costruzione delle navi. Pur non ostante noi troviamo la Repubblica nulla fermare intorno al luogo per l’arsenale, fosse gelosia di Pisa o che veramente il Porto Pisano, già mezzo interrato, non fosse capace a farne emporio di commerci. Al che s’accorgevano essere atto Livorno, castello fondato prima dai Pisani a guardia delle marine loro; ma intorno al castello per la comodità della rada crescevano gli edifizi, e già da più anni pigliava importanza. Venduto ai Francesi, come noi vedemmo, lo tennero essi finch’ebbero Genova; ma questa essendosi rivendicata in libertà l’anno 1412, Livorno divenne come una briglia che i Genovesi voleano tenere sul collo a Firenze, che non acquistasse potenza sul mare. Ma Genova istessa pericolando bentosto per le risorgenti ambizioni dei Visconti, chiedeva soccorso ai Fiorentini, che da principio ponevano condizione avere Livorno per vendita; se non che i Genovesi chiedevano prezzo che parve troppo alto, e per due anni si fu sul tirare; infinchè Genova, più che mai stretta per terra e per mare, vendeva Livorno per centomila fiorini d’oro alla Repubblica di Firenze a’ 30 di giugno 1421. Portavano i patti, che in Pisa e in Livorno godessero i Genovesi le usate franchigie, e che dovessero i Fiorentini caricare sopra navi genovesi le merci di transito. Si fece in Firenze grande allegrezza di quell’acquisto, pel quale compievasi l’impresa di Pisa, e parvero aperte le vie del mare ai Fiorentini.
Avevano speso nelle guerre precedenti, secondo si trova, undici milioni e mezzo di fiorini d’oro. «Nella guerra col Papa dal 1375 al 78, due milioni e mezzo di fiorini; nelle tre guerre col Visconti, sette milioni e mezzo; e in quella di Pisa un milione e mezzo, senza contare le altre minori guerre in quel frattempo.[157]» Ma non era il credito dei libri del Monte venuto meno; cosicchè in questo correano a impiegare i danari loro anche i signori forestieri: tra gli altri vi ebbe depositato in quegli anni ventimila fiorini Giovanni re di Portogallo, del quale il figlio secondogenito per nome Don Pietro, più tardi veniva in Firenze, dopo aver corso altre provincie d’Europa: apparve leggiadro e costumatissimo cavaliere, e fu alloggiato nel palagio di Matteo Scolari fratello allo Spano.[158] Essendo la pace dopo la morte di Ladislao quasi dieci anni continuata, i libri del Monte a poco a poco si alleggerivano con venire parte delle prestanze a restituirsi, perchè nella pace le rendite del Comune sovrabbondavano alle spese. Le quali prestanze, sebbene riuscissero quand’erano imposte molto gravose a’ cittadini, siccome vedremo, pure all’universale non erano causa di povertà, perchè delle spese fatte e dei danari che uscivano, la maggior parte ritornava spandendosi dentro al minuto popolo, che anzi che perdervi se ne avvantaggiava.[159] Così era in quegli anni prosperata la città, la quale s’ornava di elegantissimi edifici e di opere d’arte a spese dei cittadini; i quali non furono mai tanto larghi nel sovvenire co’ lasciti e con le pie fondazioni ai bisognosi: nel che io non so se altre città pure in Italia a questa nostra si agguagliasse. Fu allora fondato lo Spedale per i fanciulli esposti, col nome di Santa Maria degli Innocenti, a cura dell’Arte di Por Santa Maria, che era l’Arte della Seta, e col soccorso di donazioni fatte da privati cittadini. Rinaldo degli Albizzi cedeva per tenue prezzo il locale da fabbricarvi il vasto edifizio, di cui fu architetto Filippo Brunelleschi: ebbe dal Comune i privilegi medesimi che aveva il grande Spedale per gli infermi in Santa Maria Nuova, e prosperò assai ne’ tempi che seguitarono.[160] Nè vuolsi omettere la grande riforma e correzione degli Statuti del Comune di Firenze, commessa per opera degli uffiziali del Monte, l’anno 1415, a Paolo da Castro insigne giureconsulto ed a Bartolommeo De Volpi da Soncino, con l’assistenza di nove notari e procuratori; grandiosa raccolta, che divisa in cinque Libri, pigliava in quell’anno vigore di sola ed unica legge di questo Comune, essendo aboliti gli antichi Statuti, salvo le Balíe degli anni dopo al 1381, che furono mantenute, e salvo gli Ordini della Parte guelfa. Venne pubblicata per le stampe non prima dell’anno 1783, quando ella cessava di aver valore altro che storico, in tre grossi volumi in-4; i quali sebbene contengano spesso insieme confusi gli Ordinamenti e le Provvigioni di tempi diversi, hanno ampia materia da utilmente consultare quanto alla struttura della Repubblica ed agli uffici ed ai giudizi ed alle pene, e in quanto ancora ai costumi di questo popolo, e alla ragione di molte cose che dai racconti degli scrittori non bene vengono dichiarate.[161]