Capitolo II. INTERNE COSE DELLA REPUBBLICA. — BALÌA DEL 1444. — GUERRA DEL RE ALFONSO IN TOSCANA. — GUERRE IN LOMBARDIA. [AN. 1441-1450.]
Mentre la pace si negoziava, un atroce fatto avvenne in Firenze, del quale i motivi in parte avvolgonsi nel mistero: noi ne diremo fin dove giunga la nostra contezza. Gli affetti popolari, le ire di parte, e tutte insomma quelle passioni che sono di molti, nate all’aperto e alimentate da grandi cagioni, hanno in sè stesse uno splendore per cui si mostrano evidenti; le vie tortuose delle ambizioni private riescono tanto a rintracciare difficili, quanto a discorrere fastidiose. Baldaccio d’Anghiari, capitano di fanti espertissimo, giovane tuttora di grande animo e feroce in guerra,[330] non si era per anche inalzato al pari dei sommi e più fortunati condottieri per esser l’arme delle fanterie tenuta di grado inferiore; ma per la grande estimazione goduta tra quelle si credeva che se la fortuna a lui arridesse, potrebbe egli formare di tale arme un esercito da contrapporre forse ai maggiori di quella età. Era Baldaccio ai servigi della Repubblica, e si ritrovava allora in Firenze quando pei mesi di settembre e ottobre 1441 fu tratto la seconda volta Gonfaloniere di Giustizia Bartolommeo Orlandini svisceratissimo di Casa Medici, e quello stesso che noi vedemmo avere aperto al Piccinino vilmente il passo di Marradi; del che era egli stato e con parole e con lettere da Baldaccio vituperato. A’ 6 settembre, quando era entrato l’Orlandini di pochi giorni in ufizio e quasi che fosse scelto a quel fine, mandò a chiamare Baldaccio in Palagio; il quale andato, e mentre col Gonfaloniere discorrendo passeggiavano su e giù per l’andito della Signoria; usciti ad un tratto da un camera vicina certi soldati che l’Orlandini aveva fatti segretamente venire dall’Alpe, uccisero Baldaccio con molte ferite: poi gittato il corpo dalla finestra che dava in Dogana, quivi per bullettino mandato al Capitano gli fu mozzata la testa; ed egli dopo la morte fatto rubello e gli averi suoi messi alla Camera. Di lui rimase la moglie Annalena dei Malatesti e un piccolo figlio, il quale venuto anch’egli a morte, l’Annalena virtuosa donna fece monastero della sua casa, e rinchiusa quivi con più altre nobili femmine, visse santamente; di lei essendo rimasta in Firenze memoria onorata, e il monastero continuato fino ai primi anni di questo secolo.[331]
Per tutta Italia di quella morte fu grande rumore; ma quali colpe o false o vere se gli apponessero contro, non bene sappiamo.[332] Di un saccheggio dato senza ordine della Repubblica a Suvereto, abbiamo cenni:[333] altro motivo troviamo pure, cioè l’aver egli cercato di torre Piombino alla donna degli Appiani, che n’era signora; del che ripreso, avrebbe risposto superbamente ai Priori.[334] Ma ciò dovette essere stato più mesi innanzi, nel gennaio di quell’anno stesso, nel quale tempo Neri Capponi andava a posare la cosa di Piombino e di Baldaccio, correndo sospetti che i Senesi ed altri cercassero di levare la donna e Piombino dalla divozione della Repubblica di Firenze.[335] Altra cagione vi ebbe però assai più forte e verosimile: era Papa Eugenio tuttora in Firenze; il quale nel maggio di quell’anno stesso aveva condotto contro a’ Bolognesi Baldaccio,[336] ed ora segretamente volea mandarlo ad assalire nella Marca Francesco Sforza, al quale effetto gli aveva sborsato già ottomila ducati d’oro. Ciò era stato il giorno stesso che precedette alla uccisione di Baldaccio; della quale Eugenio pigliò tanto sdegno, che a stento poterono i Fiorentini rammorbidirlo per l’opera di Giannozzo Manetti, uomo probo ed in lettere di molta fama.[337] Avrebbe pertanto quella morte giovato allo Sforza sì contro ai timori per lo Stato della Marca, e sì perchè io tengo avesse già questi in odio Baldaccio, siccome colui che solo in Italia promuoveva l’arme allora avvilita delle fanterie: così gli guastava come in mano l’arte, e questi temeva che in Italia prevalendo nel guerreggiare un altro modo pel quale gli Stati potessero avere milizie non tutte sotto all’arbitrio dei condottieri, di questi venisse a cadere la fortuna. Lo Sforza e Cosimo già s’intendevano: leggiamo che dubitando Baldaccio se egli si dovesse recare in Palagio sulla chiamata dell’Orlandini, e chiestone Cosimo, fosse da lui rassicurato.[338] Questi ad ogni modo e i suoi lo temeano per gelosie nate da interne cagioni; e Cosimo usava dire, che gli Stati non si tengono co’ paternostri.
Aveva Baldaccio amicizia molto grande con Neri Capponi; e questi per la recente vittoria contro al Piccinino era salito sì alto, che siccome pareva con quella avere salvato lo Stato ai Medici, così dubitavano che s’egli volesse ostare a Cosimo, gli sarebbe agevole torlo ad esso di mano col favore di Baldaccio. Neri ed i più gravi e migliori cittadini male sentivano quel levarsi dall’amicizia dei Veneziani, mettendo lo Stato quasi a discrezione dello Sforza:[339] Neri, oltre alla molta estimazione ch’aveva in città, si era guadagnato con le frequenti ambascerie forti aderenze negli altri Stati; e pel governo delle milizie, molta entratura presso a’ condottieri di queste e ai soldati generalmente. Pareva a Cosimo che egli avesse (come scrive il Guicciardini) forse più cervello che alcun altro in Firenze:[340] e si trova scritto di que’ due primari cittadini, Cosimo essere il più ricco, e Neri il più savio; la quale parola si deve intendere per la conoscenza e per la pratica di più cose in guerra ed in pace. Il molto favore da lui acquistato pubblicamente per vie scoperte, faceva a lui voltare gli occhi di tutti coloro ai quali spiacevano i modi tirannici e le ingorde cupidigie e i pravi disegni della setta che reggeva. A questa pertanto parve essere necessario battere Neri, a lui togliendo di mano la forza che avea da Baldaccio, e insieme mostrare sè stessi potenti e capaci d’ogni cosa, tanto che ognuno pigliasse paura di loro. Il Machiavelli scrive infatti, che per la morte di Baldaccio, Neri venne a perdere reputazione; con che egli intende l’opinione della forza, usando in un modo tutto suo proprio quelle parole le quali importano morale giudizio. Troviamo infatti che Neri essendo, quando fu ucciso Baldaccio, ambasciatore in Venezia con Agnolo Acciaioli, questi solo poi sottoscrisse la pace;[341] e Neri in quel luogo dei suoi Commentari cessa ad un tratto di porre innanzi il nome suo, nè per due anni poi troviamo a lui data ambasceria o commissione. Ma dopo quel tempo sembra essere stata tra Cosimo e lui saldata ogni cosa; e questi tornava, come nulla fosse (ignoro s’io debba per lui dolermene), all’antico grado.[342]
Per questo e per altri minori fatti si vede come un po’ di terrore apparisse necessario di tratto in tratto a quel reggimento, sebbene portato dai minuti uomini che ad esso erano larga base, ed assicurato con l’avere in mano le borse e le gravezze, o in altri termini, la Repubblica e le private fortune di tutti i singoli cittadini. Alla Balía del 33 aveano fatto riserva che non potesse nè muovere le borse nè abolire il Catasto; ma quella del 34 non ebbe limite, e bentosto le borse s’empirono di uomini disperati, che per ingiurie patite o per cupidigie nuove erano pronti alle offese ed alle rapine. Il Catasto fu annullato, perchè a quella parte che tutto reggeva l’egualità non si conveniva; ma un altro modo si rinvenne, ch’era di genio delle moltitudini; i Ciompi nel 78 l’avevano chiesto, e ai Medici fu continua regola nell’imporre tasse. Pigliando a norma l’antico Estimo, le quote assegnavano con tal proporzione che fosse minima nelle poste minori, e andasse via via progredendo su per una scala (così l’appellavano) congegnata con gran sottigliezza, talchè se i poveri (a modo d’esempio) pagassero della loro rendita il mezzo o l’uno per cento, i ricchi pagassero il due il tre il quattro e più: ma questa era un’arme intesa a battere gli avversari, perchè ogni volta pochi dei più confidenti venivano eletti a porre le tasse; delle quali era norma l’arbitrio o, come dicevano, la discrezione e coscienza degli ufiziali preposti al reparto. Vero è che un balzello di sessanta mila fiorini, posto su’ primi dell’anno 1441, apparve distribuito con giustizia, essendo la maggior parte andata su’ ricchi e sopra coloro stessi che tenevano lo Stato.[343] E un’altra gravezza del 1443, a questo effetto regolata sottilmente, ebbe nome la Graziosa; ma che a molti fosse graziosa non credo.[344] E se anche il modo paresse buono al maggior numero, riusciva il peso a tutti esorbitante. Aveano posto in poco tempo ventiquattro gravezze, a quattro a sei per volta, metà delle quali nel solo anno 1442 produssero centottanta mila fiorini d’oro.[345] Fecero anche un’altra legge, la quale importava ricercare gli arretrati a quelli che avessero pagato meno del loro giusto.[346]
Venivano anche i poveri a soffrire, oltrechè dall’assenza di tante famiglie sbandite, dall’avere molti degli antichi cittadini abbandonata la città, recatisi in villa per torsi dinanzi alla perversità dei nemici loro, e per non potere più reggere le gravezze, nella speranza di fuggire così anche la prigionia delle Stinche, alle quali era condannato chi non pagasse. Fecero legge che i morosi dannava al confine, e alcuni v’andarono: «ma due volte l’anno correvano messi e berrovieri in campagna, votavano le case, toglievano le ricolte, logoravano gli alimenti; e niuna di queste valute era posta a piè della ragione del debitore,» perchè andavano in via di penale. Quei di città si ridevano degli andati in villa, e gli chiamavano i cittadini salvatichi. Gli antichi di schiatta vituperavano i nuovi uomini venuti pel favore dei potenti a stare in città, e a questi davano nome di villani raffazzonati.[347] Chi aveva debito di gravezze e nel tempo stesso crediti inverso al Comune, gli mettevano il credito in polizze, le quali per non essere venuta la scadenza non erano ricevute. I cagnotti del reggimento e i minuti amici di esso (questi appellavano del secondo pelo) coglievano al canto i possessori di quelle polizze, e le compravano chi il quarto e chi il quinto della valuta; che ad essi, perchè erano dei favoriti, venìa pagata per intero; e così molti si arricchirono.[348] A questo modo Puccio Pucci, venuto su dalla povertà della merceria, avea in poco tempo accumulate grandi ricchezze. Comprava a prezzo bassissimo i crediti inverso il Comune di coloro i quali per la povertà o per essere tenuti avversi allo Stato non potevano farli valere; così ebbe dal Comune in sette anni cinquantaquattromila fiorini d’oro: altri cittadini, domestici a’ Medici o agli altri potenti, erano venuti abbondantissimi di ricchezze.[349] Studio dei Medici pare fosse rendere povera la Repubblica ed i cittadini ricchi.
Ma quei che soffrivano delle rapine e che vedevano mai queste in addietro non essere state tanto gravi, rimpiangevano lo stato degli Albizzi. Dicevano questo governo puccinesco essere di più amaritudine che mai alcuno altro, passando d’ingiurie e di torti i recenti e gli antichi. A chi si doleva, gli statuali obiettavano la durezza delle antiche leggi, per le quali a chi non pagasse le multe o gravezze era pena della testa: ma rispondevasi che per quelle a niuno tolsero la persona, perchè quella pena che più si scosta dalla natura è più difficile a pagare. Ed aggiungevasi: «voi avete annullato il Catasto per iscostarvi dal convenevole della gravezza. I vostri emuli eccettuarono due cose, le quali ci fanno certissima fede che la rovina della città al tutto non volevano. L’una cosa fu, che il Catasto stesse fermo; e l’altra, che le borse non si rimuovessero. Ma voi toglieste l’egualità del Catasto, e dite: che differenza è dal governatore al governato, se non che il governatore comanda e il governato è fatto ubbidire? Chi fia quegli che ci ubbidisca, se il Catasto vegghia? noi avremo a ubbidire la legge; e se il Catasto annulliamo, la legge e gli uomini ubbidiranno noi, e così noi saremo signori.» Ma questo appunto non volevano gli offesi, e dicevano: «voi vendete i luoghi tolti ai miseri cittadini; voi rompete i testamenti; voi, con offesa della libertà del Monte e della pubblica lealtà, fate che mentre l’università de’ cittadini non hanno le loro paghe, i maggiorenti siano interamente pagati; dal che il credito si viene a perdere, che pure è nerbo della Repubblica.» Era in Firenze il Monte delle Doti, nel quale faceansi depositi in testa delle fanciulle, donde avessero con certe regole al tempo del loro collocamento una dote; e se la fanciulla moriva innanzi d’andare a marito, il padre lucrava la metà della dote che avrebbe la figlia avuto in ragione del fatto deposito. Ma qui pure aveano, secondo si legge, posto le mani, sebbene fosse cosa sacrosanta; e quelle doti non si pagavano, col dire «che il Comune era in troppa necessità: non avendo riguardo che niuna mercanzia è tanto pericolosa a sostenere, quanto è nelle fanciulle il fiore della giovinezza.[350]» Così giuste erano le lagnanze.
Per gli ordini posti nel 34 si dovevano ogni cinque anni rifare le borse e rinnovare gli squittinii; il quale termine essendo venuto per la seconda volta l’anno 1444, e la città molto trovandosi infetta di mali umori, e la pazienza dei molti oppressi e degli invidiosi venuta al termine ancor essa, avvenne che molte fave fossero date ai parenti degli usciti e ad altri sospetti: lo chiamarono lo squittinio del fior d’aliso, questo fiore essendo bello a vedere, ma poi riesce putrido e fetido a odorare. Così avvenne di quello squittinio, imperocchè Cosimo e gli amici suoi, veduto che molti di contrario animo erano entrati nelle borse, cassarono quello ch’era stato fatto, avendo i Collegi con l’aggiunto di circa dugento cinquanta cittadini ripreso balìa di riformare la città di squittinii e di gravezze e d’ogni cosa. Prolungarono agli sbanditi il termine del loro confino per altri dieci anni; molti confinarono di nuovo, cavandoli dalle Stinche, dove erano prigioni, e a queste ricondannarono un Giovanni Vespucci, che già prima eravi stato chiuso: posero a sedere i Mancini, i Baroncelli, i Serragli, i Gianni, eccetto di quelle case alcuno che tralignasse, ed un Ridolfi ed il figlio di ser Viviano delle Riformagioni, e Francesco della Luna, il quale era detto avere fatto il Catasto, e Bartolommeo Fortini, uomo di grande bontà, e più anni dopo restituito:[351] in tutto dugentoquarantacinque cittadini. Cassarono ser Filippo Pieruzzi Cancelliere: fecero i dieci Accoppiatori, i quali durassero quanto era il tempo delle borse dello squittinio. Questi, innanzi che si facesse la pubblica tratta, dovevano scegliere chi avesse a sedere nei seggi delle magistrature: così ogni cosa che il popolo e la Balìa avessero fatto, veniva sottoposto al parere di quei dieci. Tra’ quali erano Alamanno Salviati e Diotisalvi Neroni e un Soderini ed un Martelli, e con essi uomini recenti e veniticci, anima e corpo di coloro su’ quali vivevano, e pronti e rotti ad ogni cosa.[352] Per questi modi pareva a Cosimo ed a’ suoi d’aversi assicurato lo Stato; il quale volendo meglio ordinare di tutto punto, cosicchè nulla facesse difetto o pericolo nell’avvenire, crearono l’anno dipoi 1445, quando Cosimo de’ Medici la terza volta era Gonfaloniere, otto cittadini a rivedere i libri delle antiche Riformagioni e racconciare quanto a loro potesse dar noia, notando altresì quello che fosse nell’avvenire da provvedere con le Balìe. Tra questi otto era Neri Capponi, già bene allora riconciliato.[353]
Non era per anche (siccome dicevano) rasciutto l’inchiostro della pace sottoscritta nel fine dell’anno 1441, e questa si venne a turbare perchè Fiorentini e Veneziani erano soli a volerla, cadendo sovr’essi tutto il peso delle guerre. Ma il Papa cercava, come già notammo, guastare i disegni segreti che avessero tra loro accordati il Piccinino e lo Sforza; e quando per opera dei Fiorentini pareva che fosse Eugenio rassicurato, un’altra cagione di muovere guerra veniva dai fatti i quali compievansi in quel mezzo nel Reame. Quivi era disceso Renato d’Angiò, che si teneva di quello stato legittimo re, ma dopo svariate fortune veniva dalla virtù militare del re Alfonso d’Aragona condotto in termine che la sola città di Napoli rimaneva in sua possessione. Quindi, al sentire la pace fatta in Lombardia, Renato chiedeva aiuto al Conte suo amicissimo, a lui promettendo restituire le terre e le baronie di Puglia, delle quali Alfonso lo aveva privato; premi gloriosi che il primo Sforza si aveva acquistati col valore del suo braccio. E il Conte Francesco a quella impresa correva, quando Alfonso eccitando la gelosia del duca Filippo, la quale non era per nulla cessata nonostante il parentado, lo indusse a voltargli contro il Piccinino; del che gli faceva istanze anche il Papa sperando nel cozzo tra’ due condottieri levarseli a un tratto entrambi d’addosso. Calato pertanto Niccolò dalla Romagna, metteva il Conte a dure strette; i Fiorentini, ch’aveano proposito di non entrare in quel ballo ma privatamente sovvenivano lo Sforza di molto danaro, due volte condussero questi e il Piccinino a fare tra loro accordi solenni, ma tosto violati perchè da Eugenio mai non voluti ratificare; talchè la guerra nella Marca ed in Romagna più mesi durava con vari accidenti. Renato in quel mezzo perduta avendo anche la città di Napoli, dove era entrato il re Alfonso per quello stesso acquedotto (pel quale vi era entrato novecento anni prima Belisario); uscì dal Reame e venne in Firenze, dov’era il Pontefice, recando con sè un vano titolo e nessuna speranza d’aiuto; sicchè dimorato quivi poco tempo, tornava dipoi nei suoi Stati di Provenza.
Così era Eugenio francato da ogni obbligazione verso l’Angiovino, e aveva le mani più libere contro al principale suo nemico lo Sforza e contro ai Fiorentini ed ai Veneziani, dai quali tenevasi per varie cagioni offeso. Quelli uccidendo con tanta sua ingiuria e sotto gli stessi suoi occhi Baldaccio, aveano mostrato di non sofferire che il Conte perdesse la signoria della Marca: e i Veneziani senza alcun rispetto avevano aggiunto ai loro Stati Ravenna, privandone l’ultimo dei Signori da Polenta, da prima tirato iniquamente a Venezia e di là poi mandato a finire insieme con la famiglia sua nell’isola di Candia. Per queste ragioni deliberò Eugenio voltarsi ad Alfonso e riconoscerlo giusto re, spingendolo contro allo Sforza nella Marca: ma ciò era in tutto alienarsi dalla Repubblica di Firenze, dove essendo nella seconda dimora quattro anni stato, deliberò di partire a’ primi dell’anno 1443. La quale partenza dispiacque al popolo, che aveva dalla presenza del Papa lustro e guadagni;[354] ai reggitori dispiacque per questo e perchè vedevano il Papa, chiaritosi nemico loro, mettersi in mano al Duca ed al Re, grandi avversari della Repubblica: più che mai pungeva l’animo loro che volesse egli fermarsi in Siena, dove null’altro lo riterrebbe che il desiderio di fare onta ai Fiorentini in faccia al mondo apertamente. Quindi nei Consigli fu per molti disputato non si lasciasse partire, prolungandosi la deliberazione per tutta la notte la quale precesse alla partenza del Papa:[355] ed egli stesso, che nella mattina poco si teneva certo che non volessero i Signori mettergli inciampo, ne andava infine con decoroso accompagnamento a Siena; rimasto quivi poi gran parte di quello stesso anno.
Congiunte le armi del Piccinino e d’Alfonso, un esercito di ventiquattromila tra fanti e cavalli entrò nella Marca: il Conte percosso da quella tempesta, si rinchiuse in Fano dov’era la moglie, credendosi perdere senza rimedio gli Stati suoi. Ma il duca Filippo, vedute le sorti del Conte inclinare più in giù di quello che avesse egli nei suoi calcoli ponderato, e non volendo che ai danni suoi il Piccinino crescesse o che il re Alfonso troppo s’ingrandisse, mandò per lettere ed ambasciatori a questo chiedendo lasciasse l’impresa: io credo altresì che il Duca, sentendosi affranto del corpo e in sullo scendere della vita, pensasse alla figlia e allo Stato di Milano, perchè non andasse l’eredità sua in mani fatte inabili a difenderla. Comunque sia, Alfonso alle replicate istanze del Duca essendo alla fine rientrato nel Regno, lo Sforza rifatto di genti vinceva il Piccinino rimasto solo; ma per il verno che sopravvenne tutti ritrattisi alle stanze, questi raccoglieva intorno a sè nuove genti in gran numero, perchè molti contestabili o capi inferiori delle milizie venali abbandonavano il Conte Francesco che non reggeva alle paghe, sebbene gli aiuti dei Fiorentini non gli mancassero, ma erano scarsi a tanto bisogno. Così pareva essere il Conte ridotto a estrema ruina, quando Filippo Maria intervenne per la terza volta a torre la certa vittoria di mano al prode e infelice suo vecchio condottiere: per subito avviso e con fallaci speranze richiamava Niccolò Piccinino in Lombardia; il quale vedutosi tradito dal Duca, e udita la rotta e la prigionia di Francesco suo figliolo rimasto in Bologna al governo dell’esercito, moriva lasciando di sè nome di tanto più onorato quant’ebbe più avverse le sorti, e i servigi da lui prestati all’ingrato Duca rimasti erano senza premio.[356] Le armi braccesche dopo lui caddero, e lo Sforza campeggiò solo, con la fortuna più assai di principe che di condottiero. Incontro al quale il Papa sentendo non avere Capitano che fosse capace di stargli a fronte, diede ascolto alle molte istanze che i Fiorentini a lui facevano per la pace. Questa, concordata prima a Perugia, fu poi conchiusa a Roma dov’era Eugenio tornato nel corso dell’anno 1444. Parte della Marca rimase al Conte; d’altre vertenze si fece compromesso in tre Cardinali ed in Cosimo de’ Medici e in Neri Capponi andato a Roma ambasciatore.[357]
Il duca Filippo, tra molte sue voglie, da più anni tirava a soggettarsi Bologna, dove la parte dei Canneschi a lui aderiva; ma questi essendo stati in quei giorni popolarmente distrutti dopo l’uccisione che avevano fatta d’Annibale Bentivoglio, e Bologna governandosi nell’amicizia dei Fiorentini e dei Veneziani, il Duca mandava in Romagna nuove genti. Cosicchè bentosto per questo e per altri dissidii e sospetti tra lui ed il genero, si rinnovava la guerra, dov’erano da una parte Veneziani e Fiorentini e Bolognesi e il Conte Francesco, dall’altra il Duca e il Papa ed il Re. Non tema il lettore ch’io voglia descrivergli i vari casi di questa guerra più che non facessi delle precedenti: al nostro assunto basti notare come lo Sforza, impedito spesso dall’inopia di danaro, poco facesse, ed i Fiorentini, che a lui ne davano ma segretamente, si fossero contro tirati una grande nimistà del Papa. Il quale una volta facea sostenere nel Castello di Sant’Angelo e sotto il pretesto di certi debiti colla Camera Bernardetto dei Medici inviato in Napoli al Re: e i Fiorentini pigliavano sulla via due Vescovi che s’erano imbattuti a passare per la Toscana; e Cosimo de’ Medici avea consigliato al Conte Francesco l’impresa di Roma, dove lo chiamavano alcuni Baroni, e perfino Cardinali ed altri uomini della Corte gli promettevano, se v’andasse, che il Papa farebbe con lui ogni accordo. Ma indugiò tanto che trovò Eugenio ben provveduto, e fosse mancanza di danaro o altro, lo Sforza andato sino a Montefiascone tornò indietro.[358]
Per tutto questo ai Fiorentini parea male stare, e si chiamavano abbandonati dai Veneziani, ai quali due volte era inviato Neri Capponi a fine d’indurli a muovere in Lombardia la guerra. Al che i Veneziani andavano lenti, di prima essendosi raffreddati con la Repubblica di Firenze, e cominciando quasi a temere il Conte già come futuro signore di Milano. Infine avendo i Fiorentini consentito di pagare a mezzo la spesa della guerra che si farebbe oltrepò,[359] e il Duca trovandosi mal provveduto di condottieri, andavano prospere le armi della Lega fin sotto le mura di Milano. Aveva Filippo invano chiesto soccorso al Re di Francia e al Duca di Savoia: gettavasi allora in braccio allo Sforza, scrivendogli non volesse egli abbandonare a estrema ruina il suocero vecchio e cieco. Lo Sforza pareva cedesse a quella preghiera, confortato anche dal Papa e dal Re che seco praticavano accordi segreti;[360] ed era con le armi vicino al Po, quando s’intese il duca Filippo Maria essere morto nel suo Castello di Porta Zobia, a’ 13 agosto 1447. Egli, ultimo della grande e lungamente possente Casa dei Visconti, aveva trent’anni vessato con guerre continue l’Italia ed i suoi sudditi e sè stesso: moriva lasciando lo Stato più angusto e più minacciato di quello lo avesse egli dai progenitori suoi. Fu lode sua avere con studio incessante impedito l’inalzarsi dei condottieri dei quali era costretto servirsi; per questo vietava che il Piccinino facesse acquisto di Stati, e cercò tenere basso lo Sforza benchè lo avesse già designato a successore. Così la prepotenza dei condottieri fu in qualche parte diminuita, ma senza che le armi divenissero più sicure in mano a’ principi o alle repubbliche d’Italia. Avrebbe Filippo con più antiveggenza adoperato, formando un esercito di fanti suo proprio; al che il tempo non gli mancò nè il danaro, nè forse gli uomini a ciò adatti. Allora lo Stato di Milano avrebbe avuto grandezza solida e durevole, ed egli poteva come gli piacesse col maritaggio della figliuola aggiugnersi le armi e la mente di Francesco Sforza, o fare tutt’uno della sua possanza e di quella dei Duchi di Savoia: sì l’uno e sì l’altro partito poteva essere all’Italia salvamento. Ma era ciò troppo chiedere all’animo di Filippo Maria ed al secolo, di tali opere incapaci. Invece la morte di lui, che parve a molti respiro, non fece che porre di nuovo in sospeso le sorti d’Italia.
Sei mesi innanzi la morte del duca Filippo Maria Visconti era venuto a mancare un altro Principe irrequieto e nelle imprese poco felice, che fu il papa Eugenio IV. A lui succedette Tommaso Parentucelli da Sarzana, e pigliò nome di Niccolò V per la riverenza ch’egli aveva a Niccolò Albergati pio ed illustre Cardinale di Santa Croce.[361] Pontefice buono e savio principe, s’illustrava promuovendo le arti e le lettere da lui medesimo coltivate; grande amatore della pace, e mal soffrendo le brighe della temporale signoria allora più che in altro tempo mai ai Pontefici disputata, si contentava lasciare alle città indipendenza ed ai Signori la vicaría col solo obbligo di pagare alla romana Sede un annuo tributo riconoscendosi suoi vassalli. Vissuto ne’ primi anni in Firenze, dov’era stato ripetitore dei figli di Rinaldo degli Albizzi e poi di Palla Strozzi, onorava la Repubblica d’un grado uguale a quello dei Re nelle cerimonie dell’ambasceria che andava a lui quando fu asceso alla sedia pontificale.[362] Bramoso non d’altro che della quiete d’Italia, si diede per prima cosa a praticare che una pace mettesse fine a quelle misere e perpetue guerre, inviando a tale effetto in Ferrara il Cardinale Morinense, col quale convennero gli ambasciatori di Firenze e quei di Venezia; e già dell’accordo si cominciava a trattare,[363] quando per la morte del Duca rimasero disciolte le pratiche e senza effetto quel buon volere.
Gli ambasciatori andati in Roma per la creazione di Niccolò V avevano avuto incarico di recarsi a fare atto di reverenza al re Alfonso che dimorava allora in Tivoli.[364] Ma intanto che i Commissari fiorentini per la pace erano in Ferrara, la Signoria ebbe avviso di certi movimenti che si vedevano sui confini inverso Roma; poi dell’essere una mano di soldati all’improvviso entrata in Cennina, castello del Valdarno superiore, gridando Aragona. Era il principio d’una guerra che il re Alfonso muoveva contro alla Repubblica di Firenze; entrato in Toscana con sette mila cavalli e molto numero di fanti, e avendo cercato la congiunzione dei Senesi che solamente gli consentirono la vettovaglia pe’ suoi soldati, volse il cammino inverso Volterra, ed occupati Ripomarance ed altri castelli, parea disegnasse per la Val d’Era entrare nel Pisano;[365] ma invece poneva assedio a Campiglia, dove incontrata difesa valida, andò con l’aiuto dei Conti della Gherardesca alla espugnazione d’altre terre della Maremma di Pisa. Quindi, per essere entrato l’inverno, poneva il campo sulla marina, tenendo il colle dove in antico era la città di Populonia: giace quivi appresso Piombino, sul quale Alfonso avea gran disegni, ed io credo che fosse il fine di tutta la guerra. Del Reame di Napoli era debolezza il non poterlo difendere che fuori del Reame, come si vidde in ogni età pei tanti eserciti che appena entrativi lo ebbero subito conquistato. E Alfonso, ch’era uomo di grandi concetti, io non dubito cercasse di farsi uno scalo nell’Italia superiore, al quale effetto gli era Piombino luogo tra gli altri opportunissimo. Rinaldo Orsino ne aveva allora la signoria, tenendo in moglie una donna degli Appiani; uomo di guerra, chiudea le porte al Re infestandogli le provvigioni per via di mare. Pareva la guerra dovere essere molto grossa: capitani per la Repubblica di Firenze erano Gismondo Malatesta e Federigo da Montefeltro conte d’Urbino, che si rendè chiaro nelle arti di guerra e di pace fra tutti i Principi di quel secolo; discordi tra loro, gli contenne la prudenza dei due già bene sperimentati commissari Neri Capponi, che prima era andato a Venezia,[366] e Bernardetto de’ Medici.[367] Restaurarono, sebbene si fosse nel cuore del verno, la guerra e riebbero molte perdute castella in quel di Pisa e di Volterra, essendosi Alfonso ritratto a svernare nelle terre della Chiesa; ma in quel frattempo tolse ai Fiorentini Castiglione della Pescaia, che riuscì perdita molto grave. Venuto innanzi a primavera, si affortificava sotto Piombino, e teneva il mare dal quale venivano all’esercito i fornimenti; per il che la Repubblica armò galere, ma per miseria (come scrive Neri) poche e non bene in punto da stare a petto a quelle di Aragona. Pure condussero in Piombino trecento buoni soldati e polvere ed armi: quattro però, che recavano le provvigioni all’esercito, furono prese o sbaragliate da quelle del Re, le quali in quel mezzo aveano pigliato l’isola del Giglio. Per terra nessuna delle due parti s’arrischiava frattanto a combattere; e tutte due stavano male, il Re avendo attorno l’esercito fiorentino sparso nelle macchie di Campiglia,[368] e questo soffrendo per la mancanza del vino, ristoro ai soldati necessario in quei luoghi, l’estate essendo sopravvenuta. Laonde si venne ai ragionamenti di pace, ed a tal fine Bernardetto si recò al campo del Re; ma questi voleva innanzi tutto che la Repubblica gli abbandonasse Piombino; il che essendo recato a Firenze, molti parevano consentire. Ma Neri, venuto dal campo, mostrò quella pratica essere un tizzone di fuoco che da qual parte si pigliasse bruciava la mano: pericoloso lo stare in campo, dove i soldati già per l’inopia si sbandavano: ma il Re con la pace acquisterebbe reputazione e Piombino; e rimanendo (Neri disse) vicino nostro, poteva torre a noi tutto il contado di Pisa per la mala disposizione del paese; e tolto il contado, non saremmo noi atti a difendere Pisa, essendo lui potente in mare ed in terra. Fu vinto per vent’otto fave sopra trentasette, non venire a pace se non si salvasse il Signore di Piombino; il quale pigliarono in accomandigia, dandogli mille cinquecento fiorini al mese. Infine il Re, che aveva provato con molte bombarde grosse e mangani e con replicato assalto d’avere Piombino per forza, facendo quei di dentro buona difesa, e molti essendo infermi dei suoi o morti, e avendo i cavalli in disordine, deliberò partirsi innanzi giugnesse Taddeo dei Manfredi da Faenza di nuovo assoldato dai Fiorentini con mille dugento cavalli e dugento fanti. Tornò nel Reame Alfonso come rotto e malcontento, e promettendo con molte minacce maggiore assalto a primavera. Ma l’anno seguente 1449 passò in Toscana senza guerra.[369]
La successione del duca Filippo Maria, sebbene avesse pretendenti i Duchi di Savoia ed i Reali di Francia ed il re Alfonso, tutti aspettavano che andasse a Francesco Sforza.[370] Ma la città di Milano volle fare prova di governarsi da sè per via d’un Senato di nobili avvezzi alle albagìe dei castelli ed all’ossequio delle Corti; e chiamandosi Repubblica, mandò dicendo ai collegati che, morto il Duca, era cessata tra essa e loro ogni cagione di guerra. Intanto però le altre città del Ducato, una volta che Milano s’era fatta libera, diceano venire di conseguenza che tornassero libere anch’esse: così lo Stato si discioglieva, e le cose nella Lombardia quasi parevano ricondursi al punto dov’erano tre secoli addietro. In questo Venezia, dopo avere trastullato i Milanesi più tempo, rifiutò la pace, deposto ogni velo alle ambizioni; ed io per me credo quel patriziato orgoglioso, quanto più sentiva avere in sè del sangue latino, tanto più si reputasse chiamato a raccogliere in questa Italia, divisa ed incauta, l’eredità dell’antica Roma. Parve male al Conte Francesco che il premio sperato gli venisse innanzi quando egli era men atto a ghermirlo; ma pure volendo frattanto legare a sè i Milanesi in quel modo che poteva, consentì ad essere Capitano di quella Repubblica. Piacenza e Lodi s’erano date ai Veneziani: lo Sforza avendo a sè tirato con altri condottieri i due Piccinini, rivali perpetui delle armi sue, ed assicuratosi di Parma, costrinse il nemico di là dal fiume dell’Adda. Pavia, antica città regale e insofferente d’ubbidire ai Milanesi, accettò lo Sforza per suo signore; questo era un primo passo e un segnale che egli dava. Non volle commettersi con le armi francesi venute innanzi ma in poco numero, e mandò contr’esse Bartolommeo Colleoni, già chiaro in guerra, che facilmente potè respingerle; ed egli intanto andato della persona sua contro a Piacenza, con la forza delle artiglierie l’espugnò, avendola poi abbandonata a saccheggio crudele inaudito, e tale che per sempre ne fu disertata quella misera città. Quindi recatosi oltre l’Adda ed afforzatosi in Caravaggio, ottenne per l’imprudenza dei Veneziani intera vittoria, prima avendo bruciato un grande naviglio di quella Repubblica nel fiume del Po.
Venezia così pagava la pena de’ suoi scaltrimenti, ma non gli cessava. Sapea la Repubblica dei Milanesi avere trattati col Duca di Savoia, col re Alfonso e con quel di Francia: d’Alfonso temeva che la guerra male riuscitagli in Maremma volgesse sul Po; i quali timori allo Sforza erano comuni, com’era comune la necessità delle cautele, perchè la vittoria lo aveva affralito, dei condottieri che aveva seco non si fidava; ed il Senato dei Veneziani poteva credere, con dare a lui mano, dividere poi le spoglie, e ridurre la Lombardia in brani, se torre di mano allo Sforza non potevano l’eredità dei Visconti. Quegli, fidando in sè stesso, consentiva intanto d’avere Milano con l’armi e con l’oro della Repubblica di Venezia, e innanzi la fine del 1448 un trattato fu conchiuso in Rivoltella a questo effetto. I Milanesi a grande ragione lui chiamarono traditore, ma lo Sforza andava diritto allo scopo; Piacenza, Tortona, Alessandria, Parma erano venute in sue mani, e poi Vigevano per lungo assalto fortemente sostenuto dai cittadini; il Colleoni aveva rotto i soldati di Savoia, sebbene a combattere più duri di quello che fossero gli Italiani. Ma la guerra tirava in lungo, e le forze della grande città di Milano non erano esauste: parve allora ai Veneziani che fosse da cogliere il punto, e di nuovo mutando lato ed accostandosi ai Milanesi, notificarono al Conte Francesco un trattato al quale essi lo consigliavano di accedere, per cui ritenendo egli Pavia e Cremona e tutti gli Stati sulla diritta del Po, alla Repubblica milanese rimarrebbero Como e Lodi, e quel che avanzasse tra l’Adda e il Ticino dell’antico principato dei Visconti. Il Senato di Venezia mostrò questa volta troppo allo scoperto quel ch’egli volesse; e il Conte, vincendolo d’accorgimento, facea le viste di acconsentire, lasciando anche i Veneziani impadronirsi di Crema, secondo era nel trattato: raccolte le genti a svernare in buoni alloggiamenti, lasciavasi aperti gli sbocchi a Milano dov’egli impediva l’entrata dei viveri. Dentro erano grandi le divisioni; alcuni nobili, ch’erano appellati ghibellini, volevano porre un governo temperato in mano allo Sforza, ma furono uccisi essi e poi lo stesso ambasciatore veneziano per sedizione. Allora una turba, che si chiamò popolo, invase il governo ma tenere non lo sapeva; e già la fame avendo condotti a disperazione i cittadini tumultuanti, fu ordinato deliberare in grande congrega sopra le sorti della città: gridarono tutti piuttosto al Gran Turco o al demonio che allo Sforza. Ma quando un Gaspare da Vimercate osò pronunziare questo nome che teneva da prima in serbo, e dimostrato non essere altro da fare, o altrimenti Milano sarebbe mancipio a Venezia; tutti consentirono. Il giorno dipoi, ch’era degli ultimi del febbraio 1450, sebbene avesse Ambrogio Trivulzio opposta invano qualche resistenza sulle porte, faceva lo Sforza entrare in Milano i suoi soldati carichi di pane che per le vie distribuivano: v’entrava egli stesso nei giorni seguenti, e tra feste e plausi dei satolli cittadini facea proclamarsi Duca di Milano.[371]